Un nuovo anno: 2012 in mostra

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Il nuovo anno si apre con numerosissime proposte culturali ed artistiche, alcune delle quali in scadenza e quindi impossibili da perdere per la loro importanza e suggestività.
Il criterio di presentazione che intendiamo adottare è geografico, quindi città per città illustreremo le rassegne che meritano di essere visitate.

Il nostro lungo viaggio inizia da Campione d’Italia. La rara esposizione comprende di 12 opere del Perugino e nasce dalla collaborazione tra il Comune di Campione d’Italia, la Soprintendenza per i Beni Storico-Artistici dell’Umbria e l’Università degli Studi di Perugia, incentrata sulla presentazione di sei opere del maestro conservate in una collezione privata del Canton Ticino. Quattro delle sei opere, appartenenti alla fase finale dell’attività del Vannucci, sono già state esposte presso la Galleria Nazionale dell’Umbria, in occasione di una recente mostra voluta e sostenuta dalla Fondazione Arte di Perugia. Le rimanenti due, mostrate per la prima volta in questa circostanza, sono invece cronologicamente situabili a immediato ridosso della documentata presenza di Perugino a Venezia (1494-1497). La mostra, concepita per comprendere come si è giunti a riferire questi dipinti alla mano del grande maestro umbro, propone un confronto con dipinti di sicura autografia conservati presso la Galleria Nazionale dell’Umbria. Ciò consente di entrare nelle complesse dinamiche di uno dei laboratori d’arte più prestigiosi e prolifici del Rinascimento italiano. E’ noto infatti che il Perugino, da grande imprenditore qual era, gestiva con abilità e fermezza una vera e propria “officina”. Molti furono gli artisti che lavorarono al suo fianco e che fecero tesoro non solo della sua straordinaria perizia tecnica ma anche della sua incomparabile capacità disegnativa. Lo stesso Raffaello, stando a quanto dice il Vasari, mosse i primi passi nella bottega umbra del Vannucci. Accompagnato da approfondite indagini tecniche e diagnostiche, lo studio delle quattro opere “tarde”, raffiguranti San Girolamo, San Nicola di Bari, l’Angelo Annunziante e una Santa Martire, ha portato alla conclusione che tali dipinti, di piccole dimensioni, ma di grande raffinatezza esecutiva, appartenevano con tutta probabilità allo smembrato (e disperso) tabernacolo del polittico di Sant’Agostino di Perugia. Opera di gigantesche proporzioni, il polittico di Sant’Agostino, oggi suddiviso tra vari musei, fu realizzato in due distinte e riconoscibili fasi stilistiche, dal 1502 al 1512 la prima, dal 1513 al 1523 la seconda. Il tabernacolo può essere ascritto alla seconda fase, quando il pittore, mettendo in atto una semplificazione coloristica, oltrechè disegnativa, raggiunse effetti di morbidezza pittorica sconosciuti al primo periodo e alla fase matura. Un serrato confronto tra le quattro tavolette, alcuni scomparti del polittico di Sant’Agostino e altre opere del maestro umbro, cronologicamente situabili nello stesso momento, consente di verificare in mostra l’attendibilità della proposta critica. Diverso è il caso delle restanti due tavole. Raffiguranti la Vergine e Cristo coronato di spine, queste opere hanno tutte le caratteristiche per essere inquadrate nella produzione autografa del Perugino maturo. In origine erano collegate da cerniere, a formare un dittico. Presentano sul verso un rivestimento di pelle stampigliata, che simula la coperta di un libro. Perugino fu in contatto con la città lagunare dal 1494 al 1497. Il doge Agostino Barbarigo avrebbe voluto ingaggiarlo per la decorazione della Sala del Gran Consiglio. Ma l’accordo non fu raggiunto. In compenso l’artista lavorò per la Scuola di San Giovanni Evangelista alla quale consegnò un telero raffigurante I miracoli della Croce Santissima della Scuola di San Giovanni Evangelista in Venezia, andato distrutto in un incendio nel 1587. Perduta quest’opera, null’altro sappiamo del soggiorno veneziano del maestro umbro. E tuttavia il dittico, così intriso di umori veneziani che parlano anche di Jacopo de’Barbari e più in generale del clima che si respira a Venezia dopo le colte lezioni pittoriche di Antonello da Messina e Giovanni Bellini, potrebbe colmare questa lacuna. Forse a Firenze il dittico venne trasformato in “finto libro”. E’ naturale chiedersi chi ne fu in antico il fortunato possessore. Non è da escludere che i “due quadri compagni del Perugino”, raffiguranti “la Madonna e Giesù”, citati in un inventario del 1703, dove vengono elencati i beni posseduti dal dottore e intellettuale fiorentino Cosimo Bordoni, amico di Filippo Baldinucci e medico personale del granduca Cosimo III, altro non siano che i due dipinti in questione. A quelle date già separati, avevano perso la caratteristica di dittico ed erano diventati una coppia di quadri da appendere al muro.

Arriviamo ora a Milano per tre rassegne interessanti, tre di arte antica ed una di pittura contemporanea. Presso la Pinacoteca Ambrosiana troviamo la mostra Apocalittico Botticelli. . Grazie ad uno scambio con la National Gallery di Londra, abbiamo a Milano l’occasione unica per ammirare la Natività Mistica, esposta accanto alla Madonna del Padiglione. Opera unica questa Natività mistica, infatti, è la sola firmata dal Filipepi, con un chiaro riferimento al periodo storico in cui viene realizzata. Sul dipinto si legge: “Questa pittura, sulla fine dell’anno 1500, durante i torbidi d’Italia, io, Alessandro, dipinsi nel mezzo del tempo dopo il tempo, secondo l’XI di san Giovanni nel secondo dolore dell’Apocalisse, nella liberazione di tre anni e mezzo del diavolo; poi sarà incatenato nel XII e lo vedremo [precipitato] come nel presente dipinto”. La menzione dei non definiti torbidi d’Italia, del secondo dolore dell’Apocalisse, della lotta di Michele arcangelo e delle sue schiere contro il serpente antico conferisce a quest’opera un carattere particolare. Che cos’è accaduto al Botticelli della Nascita di Venere o della Primavera? Se è pur vero che anche le tematiche esplicitamente collegate alla tradizione classica erano interpretate da Botticelli in chiave fortemente cristiana, la frequente scelta di soggetti sacri della sua produzione tarda dice la volontà di distaccarsi dai temi paganeggianti delle opere precedenti; inoltre, lo stesso rifiuto delle rigorose regole prospettiche e, conseguentemente, delle proporzioni (la Vergine e il Bambino sono enormi rispetto agli altri personaggi) per un ritorno a quello che azzarderei chiamare un simbolismo gotico, ci dicono che qualcosa è davvero successo a Sandro Filipepi negli anni ‘90 del Quattrocento (dalla scheda di presentazione dell’opera). Accanto al percorso tradizionale della Pinacoteca Ambrosiana, accanto al cartone della Scuola di Atene di Raffaello, al Canestro di frutta di Caravaggio, all’esposizione dedicata ai fogli del Codice Atlantico di Leonardo, il visitatore ha così la possibilità di incantarsi davanti alla Natività mistica di Sandro Botticelli valorizzata, insieme alla Madonna del Padiglione, da un allestimento che pone in evidenza particolari, colori e meraviglie per scoprire l’opera del Filipepi.

Presso un’altra importante istituzione culturale della città, il Museo Diocesano, possiamo visitare la bella mostra dedicata alle oreficerie delle casate Visconti e Sforza, dal titolo Oro dai Visconti agli Sforza. Per la prima volta, un’esposizione ripercorre la storia dell’oreficeria del Ducato di Milano tra il XIV e il XV secolo, testimoniando con la sua altissima qualità il suo ruolo di predominanza, attraverso 60 capolavori provenienti dalle più prestigiose collezioni pubbliche e private italiane e internazionali. Il mecenatismo dei Visconti, alla fine del XIV secolo, rese Milano il centro artistico più attivo e importante dell’epoca famoso in tutta Europa. Nel 1360, Galeazzo II Visconti fece erigere il castello di Pavia, trasformandolo ben presto in uno scrigno di codici, miniati dai più famosi maestri del tempo, come Giovannino de’ Grassi e Michelino da Besozzo, pittore e miniatore celebratissimo al tempo, qui col foglio miniato Dama con falcone, dal Louvre di Parigi, il cui soggetto si collega al bel fermaglio (la tipologia più in uso tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo) proveniente dalla Cattedrale di Essen, raffigurante appunto una dama che sfoggia un copricapo ‘a balzo’. Questo fermaglio è realizzato con la tecnica a smalto detta en ronde-bosse, molto rappresentativa dell’oreficeria delle corti intorno al 1400, in cui lo smalto è steso sopra l’oro lavorato a rilievo, creando così delle micro sculture. Molti gioielli eseguiti en ronde-bosse appartennero anche al potente Gian Galeazzo Visconti (1351-1402) e alla figlia, la bella Valentina, sposa di Luigi d’Orléans, fratello del re di Francia, caratterizzati da soggetti naturalistici, anche in senso araldico, come la tortorella su un sole raggiato e il motto À bon droyt, che tradizione vuole creato da Francesco Petrarca. Dopo la morte dell’ultimo erede Visconti, l’ombroso Filippo Maria, che portò al grande saccheggio del Castello Visconteo e alla dispersione del tesoro, la tradizione orafa milanese seppe continuare anche sotto la dinastia degli Sforza, com’è testimoniato dal Tabernacolo realizzato per la cattedrale di Voghera (1456 circa; ora nelle Civiche Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano), le cui forme tardogotiche ricordano l’architettura del Duomo di Milano. Un rinnovato vigore segnò il ducato di Ludovico il Moro che ricostruì il tesoro dinastico, la cui bellezza e ricchezza riuscì a stupire una raffinata collezionista quale Isabella d’Este, signora di Mantova. Sono anni che vedono la presenza di Caradosso Foppa, maestro di Benvenuto Cellini, orefice abile nell’arte degli smalti, ma anche quella di Leonardo da Vinci che si dilettava nella creazione di cinture e borsette, studiando gli smalti e altri materiali per produrre perle finte e oggetti preziosi. Alcune opere in mostra ricordano il passaggio a Milano del genio toscano del Rinascimento, come la piccola anconetta del Museo Correr di Venezia, esposta per la prima volta, che cita la Vergine delle rocce, o alcuni smalti del grande Tabernacolo Pallavicino (ante 1495) del Museo Diocesano di Lodi, un’architettura rinascimentale miniaturizzata, rivestita di smalti, o la piccola Pace con il Cristo in smalto azzurrato proveniente dal Museo dell’Incoronata di Lodi.

Da alcuni anni il Comune di Milano offre ai suoi cittadini in occasione delle feste natalizie la possibilità di ammirare alcuni capolavori d’arte poco noti ma molto interessanti. Quest’anno è il turno di La Tour, il Caravaggio francese. Un nuovo prestigioso prestito dal Museo del Louvre, porta a Milano due dipinti del pittore francese Georges De La Tour (1593-1652), esposti in un particolare allestimento nella Sala Alessi di Palazzo Marino. La mostra, aperta gratuitamente al pubblico,permette di conoscere da vicino due capolavori «a lume di candela»: il San Giuseppe falegname (1640 ca) e L’Adorazione dei pastori (1644). Attivo e famoso in Lorena, nominato da Luigi XIII «pittore particolare del re» nel 1639, a lungo dimenticato e riscoperto agli inizi nel XX sec., De La Tour ha lasciato pochi dipinti, solo una quarantina di opere autenticate, per quarant’anni di attività. I due oli su tela, eseguiti negli anni tardi della sua produzione, richiamano il naturalismo caravaggesco, ed evidenziano la particolare abilità dell’artista nel rischiarare scene ed interni immersi nel buio, con effetti di lumi artificiali che accendono di luce riflessa i volti dei personaggi raffigurati. Così Giuseppe è al lavoro, mentre il piccolo Gesù, immobile ed assorto, regge una candela che gli rischiara il volto, accendendolo; in un preciso gioco di riflessi, dal volto del bambino la luce si propaga alla stanza scura, mettendo via via in evidenza i gesti del falegname, la trave, gli attrezzi da lavoro, le volute di un truciolo; ma anche i contrasti, tra lo stupore infantile di Gesù e l’espressione cupa di Giuseppe, consapevole della tragica sorte del figlio. Nell’Adorazione, è Giuseppe a reggere un cero che illumina Maria e i pastori, in silenziosa contemplazione, simili a ritratti di borghesi dell’epoca. Figure poste intorno al Bambino addormentato, da cui emana una luce fortissima, sovrannaturale, che rischiara i volti dei personaggi. Entrambe le scene sono fissate in un’atmosfera rarefatta, assoluta e irreale, carica di simbologie: come il legno che Giuseppe sta lavorando, evocazione della croce; mentre l’agnello, accanto alla culla di Gesù, ne richiama la Passione.

E concludiamo le proposte milanesi con la mostra di Luciano Ventrone, maestro contemporaneo del realismo. Luciano Ventrone (1942), pittore conosciuto sia in Italia che all’estero, dagli anni Ottanta in poi, in un periodo in cui l’attenzione della critica era rivolta soprattutto a linguaggi non figurativi, si è distinto per la sofisticata esecuzione,per la luce che emana dalla tela e per la fedeltà con la quale sono riprodotti gli oggetti reali. Per questo non di rado la sua arte è stata riconosciuta come”iperrealista”. Federico Zeri è stato il primo studioso ad occuparsi della sua ricerca. I dipinti sono realizzati attraverso un complesso procedimento pittorico in cui la lentezza dell’esecuzione, che prevede la stesura dei colori sulla tela procedendo per”innumerevoli velature”, fa sí che la “stesura irradi luce come dal di dentro,da dietro il quadro e acquisti un che di inalterabile” (M. Di Capua). In Ventrone l’ossessività della ricerca della perfezione dell’immagine, si traduce in composizioni in cui i soggetti, immortalati su un fondo neutro, sono illuminati da una luce fredda, “siderica” (F. Zeri), tanto da indurre lo spettatore a chiedersi se essi appartengano al dominio della realtà o a quello dell’illusione. Presso lo spazio espositivo Cartiere Vannucci sono esposte circa venti opere tra nudi e nature morte, genere cui l’artista si è dedicato sin dagli esordi della sua carriera, completa l’esposizione una “Marina” inedita.

Il nostro viaggio giunge ora a Venezia per una mostra che vuole indagare i rapporti tra la città lagunare e l’Egitto. In mostra si potranno ammirare importanti reperti archeologici di provenienza egiziana rinvenuti nel territorio veneto (il tesoretto tolemico di Montebelluna, la testa di sfinge del Museo archeologico di Verona, la Statuetta di Iside conservata ad Aquileia, come pure la testa di sacerdote isiaco dal Museo Civico di Trieste o la piccola statuetta bronzea di Anubi, del I-II secolo d.C., rinvenuta a Costabissara vicino a Vicenza), importanti testimonianze egizie provenienti dal Tesoro di San Marco e inoltre si potrà ripercorrere l’immagine di San Marco e le sue storie grazie a pezzi memorabili, quali il reliquiario di San Marco giunto appositamente dai Musei Vaticani, i dipinti di Lorenzo Veneziano e Jacobello dal Fiore o la straordinaria Pala Feriale di Paolo Veneziano, prestata eccezionalmente, e mai prima d’ora, dal Museo Marciano: forse il più importante dipinto dell’intero ’300 veneziano. La mostra ci conduce poi lungo la rotta del Levante, tra consoli ambasciatori, mercanti e pellegrini. Infatti l’affresco che ne emerge è affascinante: carte di navigazione, mappe, vedute del Cairo o di Alessandria, astrolabi e globi celesti anche di provenienza egiziana per definire le conoscenze geografiche, la visione del mondo, le strumentazioni dell’epoca; monete veneziane e alessandrine, che consentivano gli scambi, e le conseguenti contraffazioni, un modello di galea di 4 metri, diari e lettere (anche quella in arabo del 10 gennaio 1473 inviata dal sultano mammalucco al doge Niccolò Tron), resoconti di mercanti, relazioni di consoli e ambasciatori incaricati di negoziare il miglior trattamento e la protezione per tutti i sudditi veneti. E poi, tessuti copti originali, frammenti di antichissime ceramiche mammeluche, un tappeto cairota lungo quasi 10 metri prestato dalla Scuola Grande di San Rocco: un pezzo unico al mondo.

A Modena ci aspetta invece una mostra fotografica dell’artista Ansel Adams. Lo scenario naturale di un’America incontaminata e ancora da esplorare, in grado di far rivivere il mito della frontiera e di accendere quel richiamo della foresta che infiammò tanti autori della letteratura nord-americana di fine Ottocento, è al centro della grande retrospettiva Ansel Adams. La Natura è il mio regno, che celebra il grande maestro della fotografia americana a poco più di un secolo dalla sua nascita. Si tratta della prima grande mostra interamente riservata ad Adams nel nostro Paese e certamente di una tra le più rilevanti in ambito europeo. La selezione finale delle opere comprende oltre 70 fotografie - solo stampe vintage originali, realizzate dallo stesso Adams -, provenienti da musei internazionali, collezionisti privati e prestigiose gallerie americane. Dai picchi e le vallate dello Yosemite alle forme maestose dei canyon dell’Arizona, dalle fitte foreste di sequoie giganti alle linee sinuose dei fiumi, le immagini di Adams trascendono la semplice documentazione, rivelando la sublime magnificenza della natura, l’esperienza stessa della bellezza.
Dopo la fotografia ancora le arti figurative a Firenze con ben tre mostre. La prima presso Palazzo Strozzi dedicata al mecenatismo dei ricchi banchieri fiorentini. Capolavori di Botticelli, Beato Angelico, Piero del Pollaiolo, i Della Robbia, Lorenzo di Credi – l’élite del Rinascimento – illustrano come il fiorire del moderno sistema bancario sia stato parallelo alla maggiore stagione artistica del mondo occidentale: la mostra collega quell’intrecciarsi di vicende economiche e d’arte agli sconvolgenti mutamenti religiosi e politici dell’epoca. La mostra Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità racconta la storia dell’invenzione del sistema bancario moderno e del progresso economico cui ha dato origine, ricostruendo la vita e l’economia europea dal Medioevo al Rinascimento. I visitatori possono entrare nella vita delle famiglie che ebbero il controllo del sistema bancario, cogliendo anche il persistente conflitto tra valori spirituali ed economici. Il mito del mecenate è strettamente legato a quello dei banchieri che finanziarono le imprese delle case regnanti, ed è proprio quella convergenza che favorì l’operare di alcuni dei più importanti artisti di tutti i tempi. Un viaggio alla radice del potere fiorentino in Europa, ma anche un’analisi di quei meccanismi economici che – mezzo millennio prima degli attuali mezzi di comunicazione – permisero ai fiorentini di dominare il mondo degli scambi commerciali e, di conseguenza, di finanziare il Rinascimento. La mostra analizza i sistemi con cui i banchieri crearono immensi patrimoni, illustra la gestione dei rapporti internazionali e chiarisce anche la nascita del mecenatismo moderno che ha origine spesso come gesto penitenziale per trasformarsi poi in strumento di potere.

Passiamo poi agli Uffizi per due mostre. La prima riguarda una grande tavola duecentesca (cm 246 x 138) raffigurante la “Madonna col Bambino in trono” e diciassette storie della Vita di Maria dal Museo Pušhkin di Mosca, cui dalla Galleria fiorentina era pervenuta (nell’ambito del medesimo progetto) la “Pallade e il “Centauro di Sandro Botticelli. L’opera, a diretto confronto con le tre grandi Maestà di Cimabue, di Duccio e di Giotto, delle quali rappresenta un illustre precedente ideale - si mostra in chiaro debito con la cultura pittorica bizantineggiante fiorita in vaste aree della penisola italiana nel corso dei secoli XII-XIII, la cosiddetta «maniera greca» . Il vasto pubblico degli Uffizi ha così l’opportunità di apprezzare un autentico capolavoro delle origini della pittura italiana e di valutarne il vivace linguaggio narrativo espresso nelle diciassette storie poste ai lati del gruppo centrale della “Madonna col Bambino”. I visitatori potranno indagare da vicino un dipinto affascinante e tuttora assai misterioso per quanto riguarda la sua originale provenienza, la sua matrice culturale, le fonti iconografiche, la datazione e l’attribuzione. Una parte della critica identifica l’opera con quella tavola raffigurante la Vergine con molte storie intorno, menzionata in alcuni documenti degli anni 1274-1276 dove si elencano varie opere che Coppo di Marcovaldo e il figlio Salerno avrebbero dovuto eseguire per il Duomo di Pistoia. Un’altra parte invece dissente dal diretto collegamento dell’opera con Coppo - patriarca della pittura fiorentina - e in modo più prudente pone l’esatta definizione critica del dipinto al centro del dibattito degli studi di uno dei periodi più belli e misteriosi dell’arte italiana, perché ancora relativamente sconosciuto e poco indagato. La tavola del Pušhkin viene affiancata nella mostra attuale al “Crocifisso n. 434” e alle “Stimmate di San Francesco” degli Uffizi e ad un’altra tavola francescana raffigurante San Francesco e otto storie della sua vita proveniente dal Museo Civico di Pistoia, per suggerire l’ipotesi che tutte e quattro spettino alla stessa mano di un maestro di cui ancora si ignora l’identità anagrafica, ma che negli studi è denominato per l’appunto “Maestro della Croce n. 434 degli Uffizi”.

La seconda mostra è invece archeologica. Nella Sala delle Reali Poste sempre presso la Galleria degli Uffizi è in corso l’undicesima edizione de “I mai visti”, evento che in periodo natalizio offre all’ammirazione del pubblico opere provenienti dai depositi della Galleria e mai viste prima.
L’edizione 2011 si chiama Volti Svelati ed è stata promossa e voluta dagli Amici degli Uffizi. La rassegna comprende un segmento centrale della raccolta delle sculture classiche appartenute al collezionismo granducale, quello dei ritratti di imperatori e di privati, che da sempre hanno ritmato il percorso espositivo dei corridoi. In particolare la mostra riporta alla luce e rende visibile al pubblico 44 busti che compongono la “serie de’ Cesari in marmo”, i ritratti più belli e significativi della collezione mai vista degli Uffizi. Fanno da contraltare alla selezione dei busti altre 23 opere, selezionate fra dipinti e grafica, con ritratti e autoritratti che attestano quanto grande fosse tra gli artisti l’interesse per l’antico, nel contempo mostrando anche riferimenti diretti alle teste medesime.

Arriviamo ora a Lucca, città di mercanti tessili fin dal Medioevo, come rivela questa interessante mostra. Un lucente filo di seta lungo 8.000 chilometri unisce da mille anni le città di Lucca e di Hangzhou (Cina), capitali storiche della produzione e della diffusione serica. Il legame commerciale ma soprattutto culturale tra Oriente e Occidente, nel momento del suo massimo splendore, si esprime in più di centotrenta capolavori dell’arte serica cinese, centroasiatica e lucchese, con rarissimi pezzi che coprono più di mille anni di storia - dalla dinastia Tang alla dinastia Ming - e un accurato apparato documentale e bibliografico. La Via della Seta è riconosciuta dagli storici come elemento fondamentale per l’evoluzione della civiltà umana in generale, e nel Medioevo Lucca ne è stata la capitale europea. Qui le sete più pregiate, provenienti da ogni parte d’Oriente venivano lavorate in tessuti di una finezza senza pari, esportati in ogni parte d’Europa. In questo periodo storico la città crea una sintesi mirabile tra ricerca, produzione e commercio: è la nascita della moderna industria, che accoglie le culture, coglie i bisogni e ad essi dà risposte con la produzione di beni, motori del mercato e della ricchezza. Con questa mostra Lucca onora la Via tra Oriente e Occidente - asse lungo il quale la Cina oggi realizza nuove città ed infrastrutture territoriali protagoniste di nuovi mercati - legandosi culturalmente alla città di Hangzhou, co-realizzatrice dell’evento e antica capitale della dinastia Song Meridionale. Principale centro di produzione serica in Cina nel passato e nel presente, Hangzhou è citata da Marco Polo nel Milione e proprio quest’anno è entrata a far parte della Lista del Patrimonio Storico dell’Umanità, così come Lucca è attualmente candidata a diventare Patrimonio Storico dell’Umanità per l’Unesco, come uno dei terminali occidentali della Via della Seta. La mostra si articola in tre sezioni: la prima, dedicata a Lucca e al suo ruolo di nodo internazionale della manifattura serica, con oggetti provenienti da collezioni pubbliche e private lucchesi; la seconda, dedicata alla produzione e al commercio della seta tra Cina, Asia centrale e Mediterraneo, con oggetti provenienti dalle collezioni del Museo Nazionale della Seta di Hangzhou e da altre istituzioni pubbliche e private italiane; la terza, dedicata alle tecniche di fabbricazione tipiche del mondo islamico e bizantino e alla loro diffusione in Europa, con oggetti provenienti da collezioni private italiane.
Alle preziosità tessili in mostra si affiancano una decina di preziosi volumi e atlanti provenienti dalla Biblioteca Statale di Lucca, che rappresentano l’evoluzione della cartografia occidentale della Cina e dell’Estremo Oriente prima (Tolomeo) e dopo Marco Polo (Ortelio, Mercatore, Blaeu, Jansson, Martini, d’Anville), considerando il grande viaggiatore veneziano lo spartiacque tra due grandi ere nei rapporti culturali tra Europa e Cina. Prima di lui, infatti, le notizie che giungevano in Occidente erano di seconda mano, filtrate e ad arte dai vari popoli stanziati lungo la Via della Seta per impedire che i due estremi del continente eurasiatico entrassero in contatto minacciando la tradizionale gerarchia degli intermediari.

Il nostro lungo percorso si conclude a Roma con due mostre d’arte e una fotografica. La mostra delle Scuderie del Quirinale, Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del ‘400, vuole presentare al pubblico i circa trentaquattro anni di attività del maestro, proficui come pochi altri, per quantità e qualità di opere: dalle tavole agli affreschi, ai raffinati disegni su carte colorate, veri e propri capolavori a se stanti. Opere celebri e preziosissime che giungono per l’occasione, come consuetudine per le grandi mostre delle Scuderie del Quirinale, dai più importanti musei di tutto il mondo e da poche, superbe, collezioni private. Nato a Prato verso il 1457 dalla relazione clandestina di Fra Filippo Lippi con la monaca Lucrezia Buti, Filippo, chiamato Filippino per distinguerlo dal padre, pittore dei più famosi e apprezzati del suo tempo, divenne a sua volta un artista di primissimo livello, cui il Vasari riserva parole di elogio per il “tanto ingegno” e la “vaghissima e copiosa invenzione”. Fin dalle sue prime prove giovanili, attribuite dal grande storico dell’arte Bernard Berenson ad un fantomatico “Amico di Sandro”, le sue guizzanti figurine colpiscono per una grazia malinconica, un’inquietudine capricciosa che le differenziano dallo stile del Botticelli. Di quest’ultimo non fu un semplice garzone di bottega ma un collaboratore alla pari, per divenirne poi un rivale temibile nell’ultimo ventennio del quattrocento, apprezzato sempre più dai Medici e dai loro sostenitori come dai seguaci del Savonarola e i repubblicani. Si spiega così perché sia stato chiamato proprio Filippino negli anni ottanta a completare gli affreschi della cappella Brancacci al Carmine, opera di Masolino e Masaccio, pittori venerati, ammirati e studiati da tutti gli artisti allora e nei secoli a venire, oppure gli siano state affidate importanti commissioni disattese da Leonardo come la Pala degli Otto in Palazzo Vecchio (1486) e l’Adorazione dei Magi di San Donato a Scopeto (1496), entrambe oggi agli Uffizi, o, ancora la commissione, nel 1498, più prestigiosa della Repubblica, la Pala della Signoria per la Sala del Maggior Consiglio repubblicano cui, però, non avrebbe dato seguito per i molti impegni e il sopravvenire della morte nel 1504.
Filippino seppe, dunque, essere artista eclettico e versatile più di ogni altro, con commissioni a Firenze e nel suo territorio, ma anche a Lucca, a Genova, a Bologna e a Pavia. Fu inoltre particolarmente innovativo nel campo decorativo e delle arti applicate, come attestano gli affreschi della Cappella Carafa nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma e della Cappella Strozzi in Santa Maria Novella a Firenze, cicli pittorici in cui la sua fantasia sbrigliata e capricciosa emerge sicura, tanto da farne un maestro di grande modernità.
In tempi recenti il livello qualitativo e l’eccellenza davvero non comune della sua produzione artistica comincia ad essere ritenuta superiore a quella di molte opere ascritte al Botticelli.
La seconda mostra è dedicata al tempo di Caravaggio ed ai protagonisti dell’arte romana dell’epoca.
Attraverso 140 opere provenienti da tutto il mondo, alcune inedite in Italia, la mostra ricostruisce per la prima volta il tessuto connettivo della Città eterna, in cui visse e operò Caravaggio.
Nell’esposizione viene preso in esame quello che può essere definito un momento cruciale della pittura italiana, che nasce negli ultimi anni del XVI secolo in una Roma ancora in crisi per il traumatico scisma luterano e si sviluppa, con sempre maggiore vigore, attraverso il regno di quattro importanti Pontefici: Clemente VIII Aldobrandini, Paolo V Borghese, Gregorio XV Ludovisi, Urbano VIII Barberini. Questo irripetibile momento durò circa quaranta anni, dal 1595 al 1635 e dagli avvenimenti accaduti in tale arco di tempo dipese gran parte dello sviluppo artistico europeo che si protrasse sino alla fine del Seicento. I primi anni del XVII secolo sono segnati dal confronto serrato e diretto tra due giganti della pittura italiana: il bolognese Annibale Carracci, capo indiscusso della corrente classicista, e il lombardo Caravaggio, creatore di una rivoluzionaria forma di rappresentazione della realtà. Entrambi scomparvero a un anno esatto l’uno dall’altro: il 15 luglio 1609 Annibale; il 18 luglio 1610 Caravaggio. Il rapporto tra i due artisti è reso evidente all’inizio del percorso espositivo dal l’accostamento fra le rispettive versioni de la Madonna di Loreto realizzate negli stessi anni. La comparazione dei due quadri, mai messi a confronto prima d’ora, è di fondamentale importanza ai fini scientifici della mostra. Le interessanti basi gettate da Caravaggio e Carracci furono raccolte e sviluppate, negli anni successivi, sia dai pittori classicisti bolognesi - rappresentati in mostra da artisti quali Domenichino, Lanfranco, Guido Reni, Albani - che avevano seguito Annibale nella città papale, sia da quanti fecero proprio il drammatico naturalismo di Caravaggio, come testimoniano i dipinti di Orazio e Artemisia Gentileschi, Carlo Saraceni, Orazio Borgianni e Bartolomeo Manfredi. Quest’ultimo fu l’abile falsario delle opere di Caravaggio, tanto che subito dopo la fuga da Roma del Merisi (1606) molte opere di Manfredi furono vendute come originali di Caravaggio. Le due correnti artistiche dominarono il panorama artistico romano del secondo decennio e furono continuamente modificate e arricchite non solo da continui influssi e intrecci reciproci, ma anche attraverso intensi scambi con i numerosi pittori toscani, emiliani, genovesi, lombardi e, soprattutto, l’esuberante schiera di stranieri - francesi, fiamminghi e spagnoli - presenti a Roma in quel periodo, dei quali saranno esposte in mostra opere di Valentin, Vouet, Honthorst, Rubens, Ribera. Le opere scelte per l’esposizione sono state selezionate così da rappresentare il panorama più ampio possibile e significativo delle complesse vicende che caratterizzarono l’ambiente artistico romano all’inizio del ‘600. Per l’occasione è presente straordinariamente in mostra per la prima volta in Italia il “Sant’Agostino”. Quest’opera, andata persa dalla metà Ottocento, è stata recentemente rintracciata in una collezione spagnola e attribuita a Caravaggio scatenando un dibattito molto combattuto. Al “Sant’Agostino” è dedicata una giornata di studi, condotta in collaborazione con l’Università di Roma, che vede riuniti a confronto i protagonisti della controversia attributiva.
Concludiamo con una mostra che si inserisce nelle celebrazioni per l’Unità d’Italia, mettendo a fuoco la Roma di Pio IX. Una mostra fotografica che racconta l’ambiente culturale e istituzionale in cui si muoveva lo Stato Pontificio tra la Repubblica Romana e la Breccia di Porta Pia. Dal fondo Ceccarius della Biblioteca, con alcuni contributi della Biblioteca Vallicelliana, una serie di immagini del papa e della corte pontificia, di luoghi della Roma monumentale e di personaggi tipici della città, dell’esercito pontificio, di sovrani d’Italia e d’Europa, di omini politici e personaggi della cultura, in un intreccio di divise e uniformi sul finire di un’epoca.

Perugino inedito
15 ottobre 2011 – 15 gennaio 2012
Campione d’Italia (Co) – Galleria Civica San Zenone
Orari: martedì – venerdì 10.30-12.30/15.00-18.00; sabato – domenica 11.00-18.00
Biglietti: 4€ intero, 2,50€/3€ ridotto

Apocalittico Botticelli
15 novembre 2011 – 5 febbraio 2012
Milano – Pinacoteca Ambrosiana
Orari: martedì – domenica 10.00-18.00
Biglietti: 15€ intero (con ingresso Pinacoteca), 10€ ridotto

Oro dai Visconti agli Sforza
30 settembre 2011 – 29 gennaio 2012
Milano – Museo Diocesano
Orari: martedì – domenica 10.00-18.00
Biglietti: 8€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.museodiocesano.it

Georges De La Tour a Milano
26 novembre 2011 – 8 gennaio 2012
Milano – Palazzo Marino, Sala Alessi
Orari: 9.30 – 19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30
Ingresso libero

La perfezione dell’immagine. Dipinti di Luciano Ventrone
20 ottobre 2011 – 30 gennaio 2012
Milano – Cartiere Vannucci (Via Atto Vannucci 16)
Orari: martedí - sabato: 10.00 – 13.00 /16.00 – 19.00
Ingresso libero
Informazioni: www.cartierevannucci.com

Venezia e L’Egitto
1 ottobre 2011 – 22 gennaio 2012
Venezia – Palazzo Ducale
Orari: 8.30-17.30 tutti i giorni
Biglietti: 16€ intero, 10€ ridotto
Informazioni: www.museiciviciveneziani.it

Ansel Adams. La Natura è il mio regno
16 settembre 2012 – 29 gennaio 2012
Modena – Ex-Ospedale Sant’Agostino
Orari: martedì – venerdì 11.00-13.00/ 15.30-19.00; sabato – domenica 11.00-22.00; chiuso lunedì
Ingresso libero
Informazioni: www.fondazionefotografia.it

Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità
17 settembre 2011 – 22 gennaio 2012
Firenze – Palazzo Strozzi
Orari: tutti i giorni 9.00-20.00, giovedì 9.00-23.00
Biglietti: 10e intero, 8,50€ ridotto
Informazioni: www.palazzostrozzi.org

Gli albori della pittura fiorentina. La Maestà del Museo Puŝkin di Mosca
18 ottobre 2011 – 8 gennaio 2012
Firenze – Galleria degli Uffizi
Orari: martedì – domenica 8.15-18.50, lunedì chiuso
Biglietti: 16€ intero, 11€ ridotto

Volti svelati
15 dicembre 2011 – 29 gennaio 2012
Firenze – Dipartimento Antichità classiche Uffizi
Orari: martedì – domenica 10.00-17.00, chiuso lunedì
Ingresso libero

LUCCA – HANGZHOU. Visioni e suggestioni: un lungo viaggio nella storia
12 novembre 2011 – 31 gennaio 2012
Lucca – Palazzo Guinigi
Per orari ed informazioni: Davis & Franceschini, Alba Donati +39 335 5250734 Sara P. Maggi +39 335 353244, Tel: +39 055 2347273 e-mail: davis@davisefranceschini.it

Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del ‘400.
5 ottobre 2011 - 15 gennaio 2012
Roma – Scuderie del Quirinale
Orari: domenica – giovedì 10.00-20.00; venerdì e sabato 10.00-22.30, chiuso lunedì
Biglietti: 10€ intero, 7,50€ ridotto
Informazioni: www.scuderiequirinale.it

Roma al tempo di Caravaggio 1600-1630
16 novembre 2011 – 5 febbraio 2012
Roma- Palazzo Venezia
Orari: tutti i giorni 10.00-19.00, chiuso lunedì
Biglietti: 10€ intero, 7€ ridotto
Informazioni: www.romaaltempodicaravaggio.it

Volti, luoghi, gesti nella Roma di Pio IX dal 1850 al1870
7 dicembre 2011 – 21 gennaio 2012
Roma – Biblioteca Nazionale centrale
Orari: lunedì – venerdì 9.00-19.00; sabato 9.00-13.00
Ingresso libero

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