Una ripresa in mostra

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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La ripresa delle attività dopo le vacanze è ancora punteggiata da belle giornate, da voglia di ritagliarsi ancora qualche scampolo di tempo libero. Le mostre nel Bel Paese non segnano mai il passo. ecco allora una nutrita selezione per tutti i gusti e per tutti gli interessi.
Le nostre proposte si articolano in due sezioni: le prime sono archeologiche e storico-artistiche, presentate in ordine cronologico; le seconde sono mostre fotografiche.

A Orvieto troviamo una rassegna dedicata all’antico Egitto. Si tratta di una mostra originale, studiata appositamente per questa città. In essa sono esposti circa 250 reperti - molti davvero di grande importanza – concessi da una quindicina di musei e istituzioni culturali italiane. Il sottotitolo evidenzia chiaramente il taglio che gli studiosi hanno voluto imprimere a questa ampia, importante rassegna: “Il ruolo dell’Italia pre e post-unitaria nella riscoperta dell’antico Egitto”, ovvero ciò che gli egittologi partiti dal nostro Paese hanno saputo fare intorno alle sponde del Nilo, lì attratti dallo spirito d’avventura, talvolta dalla sete di facili guadagni, molte altre dall’obiettivo di approfondire le conoscenze sull’antica Terra dei Faraoni. Tra i primi archeologi italiani si ricorda Ernesto Schiapparelli (ma anche Carlo Vidua, Giuseppe Acerbi, Luigi Vassalli e tanti altri) che ha scoperto la tomba di Nefertari e la sepoltura di Kha, l’architetto reale. Il progetto espositivo, studiato con cura, esce dagli schemi usuali della semplice presentazione dei reperti all’interno di bacheche protettive. Le mummie , i sarcofaghi, il vasellame, gli amuleti il più delle volte sono contestualizzati per dare una visione più allargata e ovviamente più scenografica degli oggetti in buona parte completamente inediti perché provenienti dai magazzini del Museo Egizio di Torino, esposti per la prima volta dopo il loro restauro.

A Chianciano (Si), in piena terra etrusca, abbiamo una mostra dedicata alle “case delle anime”, cioè la dimora del defunto nel suo viaggio dell’oltretomba, quindi spesso l’urna stessa che ne contiene le ceneri. In molti casi nei corredi votivi dei defunti si trovano altri esempi di “case”: modelli architettonici in miniatura di capanne, case, torri, palazzi. Si tratta di un fenomeno esteso nel bacino del Mediterraneo, della Mesopotamia e dell’Estremo Oriente in un lasso di tempo che va dal VI millennio a.C. al Cinquecento. Le urne in mostra riproducono in scala ridotta dimore o modelli per la progettazione architettonica di edifici pubblici e provati delle maggiori popolazioni dell’antichità.
Le “case delle anime” sono modelli architettonici dell’antichità che rappresentano capanne, case, torri, granai, templi e una moltitudine di altre costruzioni, dalle più semplici e triviali alle più auliche. Considerati per tutta l’età moderna alla stregua di “curiosità” di scavo, cominciarono a ricevere una specifica attenzione scientifica nella seconda metà dell’Ottocento quando anche la denominazione “case delle anime” cominciò ad essere usata non solo per indicare quegli esemplari che presentavano il modello di un edificio miniaturizzato, ma anche in senso generico, un più vasto insieme di oggetti, di cui fanno parte le urne in forma di abitazione, ma anche la gran parte dei modelli architettonici delle culture antiche. Dal punto di vista antropologico, l’uso di realizzare case in miniatura costituisce una delle innumerevoli espressioni di una delle tendenze più diffuse nelle culture: quella a miniaturizzare.
La mostra ne espone alcuni straordinari esemplari provenienti dai maggiori musei archeologici italiani e svizzeri. Il percorso ruota intorno ad alcuni temi emblematici: la progettazione architettonica tramite modelli in miniatura; il viaggio dell’anima nell’aldilà; il rapporto e lo scambio dell’uomo con entità superiori o il controllo del cosmo attraverso la miniaturizzazione, un percorso che svela progressivamente un affascinante intreccio di significati.

Troviamo a Roma una interessante mostra dedicata al ritratto, quale segno del potere. Con oltre 150 pezzi tra teste, busti e statue a figura intera provenienti , si ha l’occasione di conoscere meglio quali furono le origini del ritratto romano e quali i modi di rappresentazione dei romani in un arco di tempo che va dalla città repubblicana all’età tardo-antica.
Si parte dai primi ritratti in terracotta e in bronzo e si attraversa la vasta produzione in marmo e in bronzo di età imperiale. A partire dalla tarda repubblica, Roma e le città romane risultano infatti affollate da una straordinaria quantità di immagini: i monumenti pubblici e celebrativi, i monumenti funerari e le stesse case trasmettono senza soluzione di continuità i volti di personaggi onorati o degli antenati illustri. È naturalmente una esigenza di comunicazione tesa alla stabilizzazione del proprio prestigio personale. Non si tratta infatti di riprodurre semplicemente le fattezze fisionomiche dell’individuo secondo precisi intenti naturalistici, quanto di comunicare un messaggio di auto-rappresentazione. Di qui nascono differenti tipi di ritratti che, pur conservando intatta la loro capacità di riprodurre i tratti fisionomici di uomini illustri, ne interpreta le fattezze per offrirne ora un’immagine eroica, dell’energico uomo d’azione, ora dell’uomo politico ormai maturo e pacato. Grande spazio viene dato ai ritratti degli imperatori: Augusto, Nerone, Vespasiano, Tito… Una sezione della rassegna, Dalla maschera al ritratto” segue il percorso dai calchi realizzati sul volto dei defunti o di personaggi viventi fino alle prime elaborazioni ritrattistiche., mentre in Egitto, Grecia, Roma” si illustra il dipanarsi di due differenti modi di rappresentazione: a carattere ideale, con un deciso miglioramento dei tratti facciali secondo i canoni di bellezza vigenti, ed a carattere individuale, o realistico, nel quale, al contrario, si privilegia la riproduzione dei lineamenti specifici dell’individuo.
Nella sezione Principi e uomini come dei” sono illustrati i modi dell’assimilazione dell’immagine dell’imperatore a quella degli dei. In “Lo schema delle immagini” si offre una panoramica quanto più completa possibile delle tipologie di modelli statuari utilizzati (statue in lorica, statue in toga, statue in nudità eroica, ritratti entro scudo) e si propone contemporaneamente uno zoom sul senso e sul valore della gestualità quale strumento di comunicazione.

A Trento è stata inaugurata una mostra che vuole fare il punto sulle vie di comunicazione tra le diverse civiltà del Mediterraneo e del Nord Europa. Questa esposizione costituita da circa 800 oggetti, attraverso una selezione di preziose testimonianze archeologiche provenienti da oltre 50 musei italiani ed esteri, racconta dei contatti, degli scambi e delle relazioni a largo raggio che hanno segnato gli sviluppi delle civiltà in Europa con la trasmissione di saperi, al contaminazione di modelli e stili di vita. Una fitta ragnatela si vie tra il Mediterraneo e il Centro Europa, le cui trame si intrecciano, si separano in un continuo divenire che hanno portato territori e culture lontani e diversi a trovare una serie di elementi in comune. Di questa immensa e complessa trama la mostra segue i fili millenari a partire da quando si diffusero, a sud come a nord delle Alpi, le espressioni dell’arte e le figure delle cosiddette dee madri, fino ai tempi del cosmopolitismo e della globalizzazione dell’impero romano. A transitare lungo le diverse “Vie della Civiltà” non sono solo merci, sono uomini con le loro credenze, linguaggi, talvolta nati in ambiti locali talvolta giunti nel “Vecchio Continente” dall’Oriente. Accanto alle concrete tracce dei commerci documentati da materie prime e manufatti esotici, la mostra segue i percorsi avventurosi di innovazioni idee che hanno comportamenti e abitudini. Già in epoca preistorica materie prime e manufatti percorrono, sulle spalle degli uomini, sulle imbarcazioni, sulle some degli animali o, inventata la ruota, sui primi carri, distanze impressionanti. E’ sulla base di scambi e commerci si consolidano le prime differenziazioni sociali. Il rango ben presto richiede segni esteriori di appartenenza, ed ecco la ricerca di status symbol tanto più preziosi quanto esclusivi ed esotici. Ma eccessi di ricchezza richiamano anche razzie, invasioni e migrazioni, talvolta calmierate da matrimoni diplomatici e da alleanze strategiche. La diffusione di nuovi saperi, dall’agricoltura, alla metallurgia ma anche alla cucina e aspetti legati all’ideologia del banchetto percorrono l’Europa. Forme ed idee contaminano popolazioni diverse. Siano archetipi come quello della fertilità femminile o quello dell’uomo eroe-guerriero dell’atleta. Ma sono anche figure di animali, espressione di un’arte animalistica che fiorisce in diverse aree, o iconografie di barche, il carro solare, l’albero della vita, le immagini del Signore e della Signora degli Animali che, fissati su diversi supporti, stupiscono per la loro potenza e bellezza. Poi le enigmatiche tavolette dell’età del bronzo, i dischi solari in oro, le maschere funerarie, i doni votivi, gli astragali. Testimonianze di contaminazioni di culti e di influssi. Infine la diffusione della scrittura alfabetica, dai fenici, ai greci, agli etruschi, ai popoli alpini, sino all’egemonia del latino.

Oggi Polirone (Mn) è un piccolo paese presso la sponda lombarda del Po, ma un tempo era un centro religioso importantissimo per la presenza di un monastero benedettino fondato da Matilde di Canossa. A rinverdire i fasti dell’antico cenobio troviamo una interessante mostra che presenta alcuni antichi codici musicali creati nello scriptorium del monastero. Si tratta di 12 codici musicali miniati, mai esposti fino ad ora e presentati in ordine cronologico dal più antico (prima metà del Quattrocento) al più recente (seconda metà del Settecento, a ridosso della soppressione del monastero), questi enormi ed elaborati codici testimoniano quattro secoli di eccellente lavoro da parte dei monaci benedettini, all’opera nel celebre scriptorium voluto dai Canossa. Conservati nella Parrocchia di S. Benedetto abate e, in parte, presso l’Archivio diocesano di Mantova, questi capolavori d’arte e di fede sono tornati ad abitare gli ambienti per i quali vennero creati e che un tempo li videro protagonisti. Una sapiente illuminazione a led rischiara la volta cinquecentesca appena restaurata del magnifico deambulatorio, che collega tra loro i diversi spazi del percorso espositivo: il transetto destro e quello sinistro, la sagrestia e, per finire, il coro situato dietro l’altare maggiore, luogo per eccellenza dell’utilizzo dei manoscritti durante le preghiere cantate dai monaci. Sapere che lo scriptorium polironiano riusciva a produrre non oltre 20 codici all’anno e che molti di essi erano commissionati da altri monasteri, rende l’idea sia della complessità e preziosità di queste opere, sia di quanto gli amanuensi benedettini fossero rinomati e richiesti per la loro maestria.



Spostiamoci ancora a Roma per una mostra di quadri della pinacoteca del Palazzo Doria Pamphilj, quadri del Seicento che hanno come tema la vanitas. “Vanità delle vanità, tutto è vanità”: le parole iniziali dell’Ecclesiaste, libro della Bibbia in cui si esprimono meditazioni sapienziali sulla vita, sono il filo conduttore della mostra. Quaggiù, sembrano voler indicare con i loro capolavori Caravaggio, Lorenzo Lotto, Jusepe de Ribera, Mattia Preti, Domenico Fetti e Guercino, la vanitas ha sempre ragione di qualsiasi vanità. Una riflessione, molto moderna, che diversi membri del principesco casato Doria Pamphilj fecero propria, come dimostra la ricchezza di oggetti darte legati al tema, come gli orologi settecenteschi coronati dall’immagine del Tempo armato di falce. Quattro sono le sezioni tematiche che rappresentano la molteplicità di questioni legate alla Vanitas: la vanitas nella natura morta, la vanitas nella rappresentazione dei santi (in particolare l’iconografia di san Gerolamo e della Maddalena), la vanitas e il ritratto, il cardinale Benedetto e il tema della vanitas, la vanitas oggi. Le prime tre attraversano diversi generi pittorici, mentre la quarta è dedicata al cardinale Benedetto Pamphilj, collezionista, fortunato mecenate di artisti e musicisti e poeta, autore del celebre oratorio Il Trionfo del Tempo e del Disinganno musicato da Georg Friedrich Händel nel 1707. Alla fine del percorso si offre una riflessione sul tema della vanità e dei sensi attraverso i ritratti di membri delle ultime generazioni della famiglia Doria Pamphilj.

Firenze celebra Vasari in una grande mostra alla Galleria degli Uffizi, nel quinto centenario della nascita di Giorgio Vasari (1511-1574) e della fondazione degli Uffizi (1559-1560), un edificio, un sistema architettonico a scala urbana, risultato di una stretta collaborazione tra il Duca, Cosimo I de’ Medici, e Vasari, il suo artista prediletto. Il complesso edilizio sorge nel cuore della città dove, rispecchiando la politica assolutistica e accentratrice di Cosimo I, accorpa le istituzioni amministrative di governo, le cosiddette Magistrature o Arti, sottomettendole, logisticamente e simbolicamente, al dominio diretto del giovane Duca. A memoria di questa destinazione originaria resta la denominazione di Uffizi, cioè Uffici. La versatilità e l’ingegno dell’aretino Vasari si manifestano nella capacità di conferire forma spaziale e persuasività architettonica al programma politico e alla volontà di autorappresentazione del suo committente. L’edificio infatti è un vero e proprio frammento di città nuova, che salda in un unico organismo le due residenze ducali di palazzo Vecchio (sede del governo) e di Palazzo Pitti, al di là dell’Arno, imprimendo sulla città la presenza fisica del Potere, sotto forma di architettura. La lunga piazza porticata degli Uffizi si attesta poi come una vera e propria anticamera a cielo aperto che introduce sia a piazza della Signoria, turbinante di statue celebrative del Duca, sia a palazzo Vecchio, le cui sale, rinnovate da Vasari, celebrano l’apoteosi di Cosimo e della sua dinastia. La struttura architettonica degli Uffizi, che non ha paragoni nel mondo cinquecentesco e che è destinata a divenire un modello, è coronata all’ultimo piano da una lunga loggia che, all’indomani della costruzione, accoglie pregevoli statue antiche della collezione medicea. Da questo uso sussidiario e quasi incidentale, si sviluppa, nei secoli, la funzione collezionistica ed espositiva che oggi è caratteristica esclusiva degli Uffizi, museo d’arte per antonomasia. La mostra mette in primo luogo in scena l’assetto urbano tra palazzo Vecchio e l’Arno prima della costruzione degli Uffizi; poi illustra le tappe dell’ideazione e della costruzione del complesso, il cui cantiere si attesta come il più grande e impegnativo del Cinquecento a Firenze. Ma gli Uffizi sono anche frutto maturo di un ambiente artistico esuberante, polarizzato dalla corte e su cui incombe la terribile grandezza del genio di Michelangelo. Intorno ad esso ruotano protagonisti e comprimari: da Pierfrancesco Riccio, Maggiordomo del Duca, a Luca Martini, a Cosimo Bartoli, a Benedetto Varchi, le cui presenze sono evocate in mostra. L’affermazione artistica di Vasari, che va di pari passo con la sua legittimazione politica, è sospinta, oltre che dalla sua attività artistica, dalla sua produzione storiografica, potenziata dalla fondazione dell’Accademia del Disegno. Le due edizioni delle Vite degli artisti (1550 e 1568), che conferiscono all’intraprendente provinciale una fama che travalica i confini del Ducato, sono in mostra a fianco dei suoi sonetti, delle lettere e dei disegni, oltre che degli statuti dell’Accademia, di cui fu tenace ispiratore.

Rimaniamo sempre a Firenze, ma per una mostra che ci illustra un artista nato qualche secolo dopo, lo scultore Bartolini (1777- 1850). L’esposizione, prendendo spunto dallo straordinario nucleo di modelli in gesso custoditi nella suggestiva Gipsoteca della Galleria dell’Accademia, fa finalmente emergere l’altissimo livello qualitativo della produzione dello scultore e ne mette in luce la ricchezza degli interessi artistici, che spaziano sui grandi temi portanti della sensibilità ottocentesca, quali il sentimento, la memoria, i valori etici e civili. Tre le sezioni della mostra: il periodo neoclassico e la committenza Bonaparte, l’affermazione dei nuovi valori del Purismo e la committenza internazionale, infine l’apertura sempre più decisa all’osservazione del vero naturale, che fa di Bartolini non più soltanto un fermo punto di riferimento per altri artisti suoi contemporanei, ma anche maestro di generazioni future. Attraverso le opere in mostra sono evidenziate le più importanti commissioni di sculture, a cui si affiancano quelle di arte decorativa, molto ricercate dall’ambiente cosmopolita gravitante nel periodo della Restaurazione a Firenze, divenuta tappa d’obbligo del Grand Tour.
Lo scultore inoltre, felice ritrattista, è ricercato da tutte le più importanti personalità europee dell’epoca nel campo della musica, letteratura, politica, alta finanza di cui esegue il ritratto con sottile finezza psicologica (Madame de Staël, Lord Byron, Franz Liszt, Gioacchino Rossini, Lord e Lady Burghersh, il Marchese di Bristol, la famiglia Demidov, Cassandra Luci Poniatowski). Di questo raffinato ceto colto internazionale la mostra rende quindi un ritratto vario, vivo ed emozionante. L’evoluzione stilistica di Bartolini viene illustrata con una settantina di opere che trovano un contrappunto continuo con i modelli della Gipsoteca in un inedito confronto. Per la prima volta dall’Ottocento saranno visibili a Firenze numerose importanti sculture, che testimoniano le tappe fondamentali dell’affermazione di Bartolini come il Napoleone I in bronzo (Parigi, Museo del Louvre), Elisa Napoleona col cane (Rennes, Musée des Beaux Arts), l’Ammostatore e Maria Naryškina Gourieva (San Pietroburgo, Ermitage), Anne Lullin de Chateauvieux Eynard (Ginevra, Palazzo Eynard), La Fiducia in Dio (Milano, Museo Poldi Pezzoli).

Rimaniamo sempre nel campo della scultura, ma spostiamoci a Carrara, patria del marmo. Nella suggestiva cornice del restaurato Palazzo Binelli troviamo la mostra “D’après Canova. L’800 a Carrara. L’Accademia e i suoi maestri”. La rassegna propone ventisei gessi, scelti fra le numere opere di proprietà dell’Accademia. Un evento che vuole portare nuova attenzione sulla collezione dei gessi dell’Accademia di Belle Arti, primo e fondamentale passo per la sua definitiva sistemazione in un percorso cittadino che dovrebbe coinvolgere, oltre al recuperato palazzo Binelli, l’Accademia e il Museo di San Francesco. La mostra intende riportare alla giusta considerazione critica la tradizione scultorea dell’Accademia di Carrara, nata idealmente alla scuola di Antonio Canova, ma che trova nell’insegnamento di Lorenzo Bartolini e in quello di Bertel Thorvaldsen inediti spunti di originalità. L’istituto carrarese diventa così “vetrina” di gusti e di tendenze della scultura italiana dell’Ottocento.
Storia che ha lasciato tracce di sé nei calchi classici dell’aula magna o nei bassorilievi dei concorsi che decorano il palazzo del Principe e in una serie di opere a tutto tondo eseguite nel corso dell’Ottocento e fino agli anni trenta del Novecento dai maestri più illustri della cultura neoclassica e di inizio secolo, ma anche dagli allievi più dotati. Si tratta di un percorso complesso e affascinante che per esempi significativi conduce lo spettatore in un viaggio suggestivo e unico alla scoperta delle varie correnti che hanno formato la scultura dell’Ottocento. Apre la mostra il ritratto di Letizia Ramolino Bonaparte, l’opera che Antonio Canova dona all’Accademia nel 1810. Raffigurata in veste di Agrippina, secondo il processo idealizzante voluto dall’artista, indica nel maestro di Possagno il modello ideale degli scultori carraresi. Il percorso della mostra si sofferma poi su Il Mercurio di Benedetto Cacciatori, l’opera che il maestro carrarese dona alla sua Accademia, e sono prove dell’eccellenza della scultura carrarese Paride offerente, Psiche e Psiche svenuta, le tre opere di Pietro Tenerani che entrano in Accademia come saggi eseguiti dall’artista durante il periodo del Pensionato a Roma o come dono del figlio Carlo. Esse introducono nella perdurante e straordinaria stagione dell’arte ideale di ispirazione classica che nel primo e secondo decennio dell’Ottocento vede gli artisti di una nuova generazione confrontarsi con il magistero di Canova e Torwaldsen, alla ricerca di una propria ed originale cifra espressiva.

L’ultima proposta storico-artistica viene da Milano con una mostra dedicata ad Hayez. Una esposizione che rievoca l’incredibile clima culturale della Milano ottocentesca e si concentra su tre tra i maggiori personaggi dell’epoca, fortemente legati tra loro. Alessandro Manzoni (1785-1873), padre del romanzo italiano, autore de I promessi sposi, de Il conte di Carmagnola e Adelchi; Francesco Hayez (1791-1882), caposcuola ed iniziatore della grande pittura storica, maestro della più alta ritrattistica ottocentesca; Giuseppe Verdi (1813-1901), compositore eccelso, tra i fondatori del melodramma. Uomini e modelli in cui la nuova nazione poteva riconoscersi, guide ed esempi di impegno e cultura.
Manzoni era lombardo, Hayez e Verdi no, ma un unico filo rosso legava i tre a Milano, una città capace di accogliere, comprendere ed esaltare i più alti ingegni e i talenti, già dai tempi di Leonardo. Il visitatore può ammirare capolavori di Hayez ispirati ai testi di Manzoni e che rappresentano i medesimi temi di alcuni dei più popolari melodrammi di Verdi, come I Lombardi alla prima Crociata, I Vespri siciliani e I due Foscari. Un intreccio di opere e artisti che segue un unico percorso espositivo e che regala anche una serie di straordinari ritratti dei tre protagonisti e dei personaggi a loro più vicini.
Tra le tante opere di Hayez esposte alla Pinacoteca di Brera sarà in mostra anche il celebre Ritratto di Alessandro Manzoni del 1841, acquarello con lo studio per Il conte di Carmagnola del 1820, il Ritratto dell’Innominato del 1845, il Ritratto di Gioacchino Rossini del 1870, a cui si aggiungono il Ritratto di Giuseppe Verdi realizzato da Giovanni Boldini nel 1886 e, ancora, tra le curiosità, la lettera autografa con le condoglianze di Giuseppe Verdi per la morte dello stesso Hayez del 1882.
Dedichiamo ora una spazio a tre mostre fotografiche.

Iniziamo da Merano con la mostra Elliot Erwitt. Icons. Attraverso 40 immagini del fotografo americano (1928) molte della quali sono divenuti icone del Novecento, come quelli di Marylin Monroe, di Nixon e Krusciov e soprattutto la serie di incontri tra i cani e i loro padroni, iniziata addirittura nel 1946. Erwitt fu attratto da un cagnolino con un pullover realizzato probabilmente dalla sua padrona di cui, nello scatto, sono rimasti solo i dettagli dei piedi. Da allora, il mondo del miglior amico dell’uomo è sempre stato indagato dal fotografo in modo spesso esilarante. I cani sono il soggetto di uno dei suoi libri fotografici più celebri come “Dog, dogs” in cui si miscela la satira sociale con una sorta di iperbole della condizione canina. Erwitt è un reporter sempre in viaggio. All’inizio della sua carriera ha lavorato per il Governo americano, ma è stato determinante l’incontro con Robert Capa, co-fondatore, con Cartier-Bresson, Rodger e Seymour, dell’agenzia Magnum, la celebre cooperativa di grandissimi fotografi che sono stati i testimoni dei grandi eventi del secolo scorso. Nel 1953, poco prima della sua scomparsa durante la guerra di Corea, Capa fa entrare in Magnum il giovane Erwitt, che da lì a poco ne diviene presidente. Parallelamente inizia a pubblicare i suoi servizi fotografici dando importanza ai dettagli, con la sua caratteristica ironia. Del resto, non ha mai voluto dare al suo lavoro enfasi o sacralità, si limita sempre al visibile. Grande narratore, Erwitt è unico nella sua generazione per la leggerezza del suo sguardo e per la capacità di saper trovare i lati più buffi e surreali di situazioni pur drammatiche. Ironia che traspare anche in molte delle sue interviste come quella in cui gli fu chiesto “Perché lei deve pubblicare libri?”, “Perché - rispose - sono in giro da così tanto tempo che la maggior parte degli editori pensa che io sia morto!”.Particolare è il suo rapporto con l’Italia e non solo per i motivi biografici (visse a Milano durante l’infanzia). Nel 2000, ha realizzato un calendario per la Lavazza e nel 2002 ha tenuto un’importante antologica allo Spazio Oberdan a Milano. Ha ritirato nel 2009 il Leica Lucca Digital Photo Festival Award.

Padre della fotografia italiana è Pepi Merisio (1931) con una mostra dedicata all’Abruzzo presso Palazzo de’ Mayo di Chieti. Si tratta di 100 immagini scattate dal grande fotografo che raccontano di un’Italia che non c’è più, attraverso tematiche che abbracciano il paesaggio, la vita sociale, i vecchi mestieri, la fede religiosa, le città, con uno speciale omaggio alla terra di Abruzzo. Gli intensi scatti di Pepi Merisio gettano uno sguardo su una nazione che da civiltà contadina e artigiana, strettamente legata alla dimensione rurale, in seguito al boom economico si dirige verso la modernità, trasformandosi in modo profondo. Le immagini in bianco e nero e a colori raccontano, senza nostalgici rimpianti né idealismi, storie (personali e collettive) e tradizioni, paesaggi e atmosfere. Scatti che spesso mettono al centro il popolo degli umili, vero protagonista, il più delle volte passato sotto silenzio, della storia italiana. Le fotografie di Merisio hanno la capacità di riportare davanti agli occhi e al cuore, con straordinaria vividezza, chi eravamo e di farci comprendere meglio chi siamo e cosa siamo diventati. Il lavoro, la festa, la fede, i volti, le età, i contesti. Il percorso espositivo costruisce un sistema di racconti intrecciati tra loro, in cui paesaggio e uomo sono parti inscindibili di un’unica grande storia. In questo viaggio italiano, che cade non a caso nel 150° dell’Unità nazionale, cinquanta immagini sono dedicate all’Abruzzo, terra amatissima dal fotografo lombardo per via della genuinità del territorio e dei suoi abitanti. Merisio fotografa con un bruciante bianco e nero o con sofisticato uso del colore i paesaggi abruzzesi - dai grandi profili del Gran Sasso e della Maiella, agli altipiani, i calanchi, la piana del Fucino, i borghi inerpicati sui monti, i trabocchi sulla costa -, le città colme di bellezza e di vita (con un omaggio nell’omaggio a L’Aquila); momenti popolari e densi di emozioni come le feste religiose di Bucchianico, Loreto Aprutino, Pescocostanzo; il lavoro, spesso duro e sempre affrontato con grande dignità, di contadini, pastori, artigiani; e poi le donne nerovestite, simbolo di un tempo arcaico e ormai perduto.

Da ultimo ad Acireale (Ct) una rassegna dedicata ai Maestri siciliani della fotografia. La mostra si basa su questa tesi: dimostrare che in Sicilia sta nascendo una riconoscibile “Scuola Siciliana” di fotografia. Non solo perché qui si sono formati ed operano artisti oggi tra i maggiori in Italia, ma perché in loro, pur nella diversità e originalità di stili e poetiche, si possono individuare linee in qualche modo riconducibili ad un medesimo, vitalissimo “terreno di coltura e di cultura”.
La “Scuola” fa riferimento alle figure e al lavoro di tre fotografi siciliani - Carmelo Bongiorno, Carmelo Nicosia, Sandro Scalia - appartenenti alla generazione di autori nati in Sicilia fra il 1950 e il 1960, in quell’isola operanti. I tre ricoprono ruoli di docenza presso le accademie di Belle Arti di Catania (Bongiorno e Nicosia, che ne è preside) e Palermo (Scalia) e sono quindi dei “capiscuola” in una disciplina a forte vocazione tecnica ma dagli spiccati accenti poetici. Questa caratteristica è rinvenibile dietro il duplice profilo della loro attività: da un lato il loro svolgere un ruolo critico verso la fotografia “neo-oggettiva”, di pura registrazione meccanica o a scopo classificatorio, proponendo una versione nebulosa e immaginifica della loro realtà, dall’altro, sottraendosi all’azione meramente professionale del lavoro, si spingono verso la codificazione di un linguaggio nuovo, elaborato in stretta connessione con gli esiti attuali di autori di altra provenienza e cultura. In ambito formativo è evidente la loro predisposizione sperimentale ad assorbire stilemi, inclinazioni poetiche e soluzioni tecniche da cinema, teatro, letteratura, video-arte, ecc. Alla sicilianità di origine e di appartenenza s’aggiungono importanti esperienze “esterne”: tutti e tre hanno condiviso infatti, in maniera indipendente, significativi periodi di lavoro lontano dall’isola, maturando un’attitudine al confronto e al collegamento con le innumerevoli avanguardie, interconnessioni e individualità in fase di maturazione in ambito italiano ed europeo, tra la fine degli anni ‘70 e gli zero. In senso strettamente cronologico, al lavoro di Carmelo Bongiorno, Carmelo Nicosia e Sandro Scalia, si contrappone quello degli esponenti di spicco della generazione precedente, tutti autori siciliani con all’attivo significative esperienze professionali di rilievo internazionale come Ferdinando Scianna, Enzo Sellerio, Nicola Scafidi e Letizia Battaglia. Ognuno, con la propria vicenda storica ed espressiva, ha finito, più o meno consapevolmente, con l’influenzare generazioni di fotografi. Certo non sono accomunabili in una “Scuola” nel senso tradizionale del termine, ma è fuor di dubbio che con il loro lavoro e la loro sperimentazione hanno effettivamente fatto scuola. A costoro la mostra dedica un’ampia panoramica che non li propone come puro punto di snodo per l’affermarsi delle identità individuali, ma evidenzia aspetti, tecniche, situazioni che nelle opere dei tre protagonisti riconducono alla generazione dei “padri”.

Il fascino dell’Egitto. Il ruolo dell’Italia pre e post-unitaria nella riscoperta dell’antico Egitto
Orvieto – Museo “Claudio Faina” e Palazzo Coelli
12 marzo 2011 – 2 ottobre 2011
Orari: tutti i giorni 9.30-18.00
Biglietti: 8€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.ilfascinodellegitto.it

Le case delle anime
Chianciano Terme (Si) – Museo Civico Archeologico
15 giugno 2011 – 16 ottobre 2011
Orari: martedì – domenica 10.00-13.00/16.00-19.00
Biglietti: 5€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.museoetrusco.it

Ritratti. Le tante facce del potere
Roma – Musei Capitolini, Palazzo Caffarelli e Palazzo dei Conservatori
10 marzo 2011 – 25 settembre 2011
Orari: martedì – domenica 9.00-20.00, chiuso lunedì
Biglietti: 12€ intero, 10€ ridotto

Le grandi vie delle civiltà. Relazioni tra il Mediterraneo e il centro Europa. Dalla preistoria alla romanità.
Trento – Castello del Buonconsiglio
1 luglio 2011 – 13 novembre 2011
Orari: martedì – domenica 9.30 – 17.00, chiuso lunedì
Biglietti: 8€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.buonconsiglio.it

I codici musicali di Polirone
Polirone (Mn) – Basilica Abbaziale San Benedetto Po
2 aprile 2011 – 8 gennaio 2012
Orari: martedì – domenica 9.30-12.30/15.00-18.00, chiusa lunedì
Biglietti: 3€ intero, 2€ ridotto
Informazioni: www.amicidellabasilica.it

Vanitas. Lotto, Caravaggio, Guercino nella Collezione Doria Pamphilj
Roma – Palazzo Doria Pamphilj
21 maggio 2011 – 25 settembre 2011
Orari: tutti i giorni 10.00-17.00
Biglietti: 10€ intero, 7€ ridotto
Informazioni: www.mostravanitas.com

Vasari, gli Uffizi e il Duca
Firenze – Galleria degli Uffizi
14 giugno 2011 – 30 ottobre 2011
Orari: martedì – domenica 8.15-18.15, chiuso lunedì
Biglietti: 11€ intero, 5,50€ ridotto
Informazioni: www.unannoadarte.it

Lorenzo Bartolini. Scultore del bello naturale
Firenze – Galleria dell’Accademia
31 maggio 2011 – 6 novembre 2011
Orari: martedì – domenica ore 8.15 - 18.50, chiuso lunedì
Biglietti: dalle 8.15 alle 16.00: 11.00€ intero; 5.50€ ridotto per i cittadini dell’U.E. tra i 18 ed i 25 anni
dalle ore 16.00 alle 18.50: 10.00€ intero; 5.00€ ridotto per i cittadini dell’U.E. tra i 18 ed i 25anni
Gratuità del biglietto in ogni fascia oraria per i cittadini dell’U.E. sotto i 18 e sopra i 65 anni.
Informazioni: www.unannoadarte.it/bartolini

D’après Canova. L’800 a Carrara. L’Accademia e i suoi maestri
Carrara – Palazzo Binelli
25 giugno 2011 – 30 settembre 2011
Orari: giovedì – domenica 17.00-22.00
Ingresso libero

Hayez nella Milano di Manzoni e Verdi
Milano – Pinacoteca di Brera
13 aprile 2011 – 25 settembre 2011
Orari: martedì – domenica 8.30-19.15, chiuso lunedì
Biglietti: 5€ intero
Informazioni: www.brera.beniculturali.it; www.pinacotecabrera.net

Elliot Erwitt. Icons
Merano (Bz) – Merano Arte (Cassa di Risparmio, Via Portici 163)
24 giugno 2011 – 25 settembre 2011
Orari: martedì – domenica 10.00-18.00, chiuso lunedì
Biglietti: 5€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.kunstmeranoarte.org

Pepi Merisio. L’Abruzzo nell’Italia di ieri
Chieti – Museo Palazzo de’ Mayo
13 luglio 2011 – 2 ottobre 2011
Orari: martedì – domenica 18.00-22.00, chiuso lunedì
Informazioni: www.fondazionecarichieti.it
Ingresso libero

La nuova scuola di fotografia siciliana
Acireale (Ct) – Galleria Credito Valtellinese
22 luglio 2011 – 2 ottobre 2011
Orari: martedì – domenica 10.00-12.00/17.00-20.00, chiuso lunedì
Informazioni: www.creval.it
Ingresso libero