Settembre una ripresa di mostre

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Trascorse le vacanze accompagnati da numerose proposte artistiche, eccoci alla ripresa del lavoro o della scuola, ma il nostro panorama di proposte artistiche non va mai in vacanza ed ecco un autunno ricco di nuove ed interessanti iniziative artistiche e culturali.

A Roma troviamo due interessanti mostre dedicate ad alcuni aspetti della vita quotidiana presso i romani. La prima rassegna riguarda gli arredi e le suppellettili che ornavano la tavola dei nostri antenati. Nel 1981 la Soprintendenza speciale per i Beni Archeologici di Roma promosse lo scavo dell’isolato, nel Campo Marzio meridionale, che versava in stato di abbandono da decenni dopo le demolizioni delle strutture del Convento di Santa Caterina della Rosa avvenute negli anni Quaranta del ventesimo secolo. Nell’area sorgeva in antico un vasto cortile porticato, la Crypta Balbi, annesso al teatro che Lucio Cornelio Balbo aveva eretto nel 13 a.C. Sul lato est del portico, articolato in un’esedra, si stende un complesso di insulae comprese nel perimetro dell’isolato moderno. Lo scavo ha documentato come nel sito la vita è continuata dopo l’età antica con una serie di trasformazioni e riusi nello stesso monumento protrattasi ininterrottamente attraverso il medioevo e il rinascimento, fino ai nostri giorni. I rinvenimenti delle ceramiche, che provengono in generale da mondezzai delle abitazioni di quest’area e in particolare dal Convento di Santa Caterina della Rosa, che si sono rivelati fondamentali per documentare i cambiamenti sociali ed economici della popolazione urbana. Per l’occasione sono stati selezionanti circa duecento pezzi, allestiti seguendo l’ordine cronologico: a partire dal Medioevo sino al Settecento; si tratta di reperti di vari tipi e forme, con decorazioni e colori variegate in grado di raccontare la stratigrafia di questo territorio e, soprattutto, la vita quotidiana. In molti casi gli elementi decorativi di piatti e brocche, ciotole e gamma di decori dipinti in verde ramina o azzurro e in bruno manganese su smalto. Caratteristico della produzione romana di ceramiche è l’uso dell’azzurro che ben presto sostituisce il verde. I decori sono molto variati e oltre a quelli vegetali o astratti sono comuni le raffigurazioni animali o umane e quelle araldiche. Gli stemmi possono far riferimento al committente delle stoviglie o a una delle famiglie dominanti (Orsini, Crescenzi, Colonna etc.).
Con il Seicento arriveranno decisamente a esaurimento le produzioni policrome molto numerose nei secoli precedenti, mentre si impone una vasta gamma di produzioni decorate con il solo blu ispirate ai prodotti liguri.

Accanto ai piaceri della tavola troviamo il piacere del divertimento, di quel divertimento cruento che erano i giochi gladiatori. La mostra Gladiatores, presso lo spazio scenografico e pertinente dei Colosseo ci vuole illustrare alcuni aspetti di questi popolari passatempi romani. La mostra si compone di otto brevi sezioni: lo spettacolo gladiatorio (dalle origini fino all’affermata rilevanza politico-sociale degli spettacoli), l’organizzazione degli spettacoli (dalle varie leggi alle cariche pubbliche che si occupavano dell’amministrazione dei giochi), la condizione giuridica dei gladiatori (tutte le varie realtà che si celavano dietro gli elmi da combattimento: dallo schiavo al prigioniero al libero professionista), professione gladiatore (le varie fasi della vita e della carriera di un gladiatore), le classi di gladiatori (dal Retiarius al Thraex, dal Murmillo al Sagittarius), un giorno nell’anfiteatro (il fasto dei ludi al Colosseo, tramite le testimonianze delle più famose ricorrenze ricordate dagli storici), la venatio (la celebre caccia alle belve, esotica variante agli scontri più tradizionali), ricostruire le armi (tecniche di realizzazione ed evoluzione dei singoli oggetti).L’esposizione segue i criteri dell’archeologia sperimentale, con un’impronta decisamente didattica: accanto a reperti originali, sono esposti oggetti realizzati da artigiani specializzati ed eseguiti in funzione di indicazioni dettagliatissime e rigorose, frutto di uno studio estremamente accurato. Partendo infatti da ogni tipo di documentazione pervenuta fino ad oggi riguardo il mondo della gladiatura (dai graffiti alle testimonianze scritte, dai mosaici agli affreschi per finire con le epigrafi e le fonti storiche coeve) si è voluto affiancare ai reperti originali le accurate ricostruzioni, per cercare di comunicare quanto il tempo, nello sbiadire dei colori e nel deformarsi dei materiali, ha inesorabilmente cancellato.

A Cesena è stata organizzata una interessante mostra iconografica che vuole presentare l’immagine di Giovanni Battista, peraltro patrono della cittadina romagnola, e i suoi attributi iconografici, mostra dal titolo La Croce, la Testa, il Piatto: Storie di San Giovanni Battista. Attraverso circa 60 dipinti della prestigiosa raccolta milanese Koelliker si è voluto indagare il perdurare e il variare di certi dati iconografici nelle rappresentazioni del Battista. Da quando il mondo cristiano ha deciso di utilizzare le immagini per ammirare e glorificare le figure dei santi, quella di San Giovanni il Battista ha sollecitato, forse più di ogni altra, la creatività e il sentimento degli artisti. L’evento cesenate è la prima vasta rassegna iconografica sul tema, e riunisce capolavori che vanno dal Ribera a Lanfranco, da Caroselli a Pietro da Cortona, da Desubleo a Cantarini, dal Cairo al Dandini. La mostra si divide in due distinte sezioni. Nella Galleria Comunale d’Arte sono esposti più di 30 dipinti che raccontano tutta la vita di San Giovanni, attraverso i suoi episodi cruciali, dall’infanzia domestica al precoce eremitaggio, dalle prediche fino al battesimo di Cristo e al martirio. Alla Biblioteca Malatestiana, incastonate negli armadi della Sala Lignea, sono invece esposte 32 opere che raffigurano la testa mozzata del Battista posta sul piatto di Salomè: una sorta di doloroso compianto di forte impatto visivo.

Chi non conosce la spettacolare cattedrale di Orvieto? Tutti hanno negli occhi uno dei capolavori dell’arte gotica italiana, capolavoro del maestro Lorenzo Maitani. In occasione del settimo centenario di fondazione della cattedrale, Orvieto dedica una mostra a colui che della chiesa fu l’architetto. 700 anni fa, Lorenzo Maitani, architetto senese già di gran fama, giungeva ad Orvieto con l’incarico di dare forma definitiva ad una Cattedrale che, con la sua bellezza ed imponenza, testimoniasse la forza politica ed economica raggiunta dal Comune e la grandezza di un evento miracoloso: quello avvenuto nel 1263 a Bolsena e da allora celebrato universalmente con la festa del Corpus Domini. Il Sacro Lino, testimonianza del Miracolo Eucaristico, doveva essere custodito in un luogo consono a ciò che di immenso quel “Corporale” rappresentava. Fu l’avvio di una realizzazione stupefacente, il prendere forma di un luogo di fede destinato a diventare presto tra i monumenti più celebri dell’intero Medio Evo in Europa: il Duomo di Orvieto. L’inizio ufficiale della lunga storia del Duomo di Orvieto si colloca nel 1290, quando il papa Niccolò IV impartì la sua benedizione alla prima pietra. In poco più di dieci anni maestranze cosmopolite, dirette da un capomastro che non ha ancora un nome, innalzarono la costruzione fino all’imposta del tetto, realizzando parte della facciata con le sue decorazioni marmoree, i fianchi che formavano corpo unico con il transetto, resi armoniosi da sei cappelline estradossate, e un’abside semicircolare. Poi la brusca interruzione avvenuta ai primi anni del Trecento, forse per problemi strutturali. Quindi la rinascita del cantiere con l’arrivo in città, nel 1310, giusto 700 ani fa, appunto, di Lorenzo Maitani. L’architetto senese impose un cambiamento profondo nell’impostazione progettuale, considerato oggi esito di una «crisi generazionale» e di un mutamento del gusto. La novità portò alla costruzione della tribuna quadrangolare al posto dell’abside e delle due grandi cappelle sui bracci laterali del transetto. Alla sua morte, nel 1330, l’impostazione definitiva era stata data e l’edificio ha continuato a crescere sotto la direzione di altri capomastri succedutisi nel tempo: Andrea Pisano, Andrea di Cione detto l’Orcagna, Antonio Federighi, Michele Sanmicheli, Simone e Francesco Mosca, Raffaello da Montelupo e gli orvietani Ippolito e Francesco Scalza. Interventi tutti di rilievo, ma non vi è dubbio che il Duomo, così come lo ammiriamo oggi, sia figlio di Lorenzo Maitani più che di ogni altro. Vengono presentati nella mostra, in originale, i disegni della facciata della Cattedrale orvietana. Va sottolineato che si tratta, con ogni probabilità dei più antichi progetti di tutta la storia dell’architettura; sono realizzati in inchiostro su pergamena, approntati ad uso del cantiere per guidarne la rotta nella lunga, complessa e formidabile sfida dell’elevazione della meravigliosa facciata. Accanto a questi rarissimi ed emozionanti documenti la mostra propone alcune grandi sculture tradizionalmente messe in relazione con l’attività orvietana di Lorenzo Maitani, mai prima d’ora rese fruibili a confronto in una sede museale: sono due monumentali Crocifissi, uno conservato nella Sacrestia del Duomo, l’altro nella chiesa di San Francesco. Il confronto si approfondisce per la presenza, all’interno dei Palazzi Papali sede della mostra, del gruppo scultoreo trecentesco della Madonna in trono con Bambino e Angeli, già collocato sulla lunetta del portale maggiore della Cattedrale e qui trasferito dopo un restauro di grande complessità, recentemente concluso. Accompagna l’esposizione un apparato documentario di grande interesse per le testimonianze relative all’arrivo di Maitani a Orvieto e all’avvio della sua lunga e proficua carriera di capomastro della Fabbrica (1310-1330 ca.).

Giungiamo ora ad una mostra di singolare bellezza e originalità. A Trento, presso la sede museale del Castello del Buonconsiglio troviamo una rassegna dedicata all’arte del vetro. La rassegna presenta capolavori rinascimentali dai musei veneziani, un carico di perle e vetri cinquecenteschi recuperati nei fondali marini croati, affascinanti collane di perle vitree destinate al mercato africano, ed ancora il flauto in vetro di Napoleone che fu recuperato dagli inglesi dopo la battaglia di Waterloo. A tale iniziativa hanno partecipato collezioni pubbliche e private, le cui opere restituiscono l’immagine delle molteplici applicazioni del vetro, come materia straordinariamente duttile e versatile. Questo tema affascinante consente di illustrare anche aspetti salienti della tecnica e degli stili quando, in epoca rinascimentale, le officine dei vetrai muranesi influenzarono la storia del vetro europeo grazie anche alle nuove scoperte del cristallino, del lattimo e del calcedonio e di tecniche innovative come la filigrana a reticello e a ritortoli. Tra la sorprendente varietà di applicazioni del vetro, la mostra focalizza in particolare l’attenzione sugli impieghi per la creazione di gioielli, bicchieri, calici, vasi e piatti per sontuose tavole e apparati decorativi. Si possono così ad ammirare le perle a rosetta del XV secolo, le cosidette “regine delle perle”, merce di scambio per acquistare schiavi. Si dice che nel 1626 l’olandese Peter Minnit abbia comprato l’isola di Manhattan dagli indiani per un valore totale di ventiquattro dollari in perle di vetro. Inoltre diversi pezzi provenienti da collezioni private rappresentano il meglio della vetraria muranese dell’800 e ‘900 con capolavori dei più importanti maestri e designers, come Pietro Bigaglia, Jacopo Franchini, Giuseppe e Ercole Barovier,Vittorio Zecchin, Napoleone Martinuzzi, Carlo Scarpa e Fulvio Bianconi.

Udine presenta una mostra dedicata a Giambattista Tiepolo, uno dei maestri dell’arte del Settecento veneto. Il corpus completo della magnifica produzione grafica dell’artista veneziano viene esposto insieme ad una attentissima selezione di suoi disegni, opere direttamente collegate ai temi delle incisioni. Il tutto affiancato dagli oli del Tiepolo e dei tiepoleschi patrimonio delle Gallerie d’Arte udinesi e dai cicli di affreschi che i Tiepolo, Giambattista e Giandomenico, hanno lasciato in città e che valgono ad Udine l’appellativo di “Città di Tiepolo”. “Di spiritoso e saporitissimo gusto” è il giudizio entusiasta che lo Zanetti profferì nell’ammirare per la prima volta, affascinato, le incisioni di Tiepolo. A colpirlo innanzitutto fu l’uso della tecnica dell’acquaforte: le figure sembrano schizzate senza alcuna esitazione, sull’impeto del momento, di getto, si direbbe. Del resto “concepire, disegnare, intagliare non è che un istante per me…”, ebbe a chiosare Tiepolo stesso. Ma a colpirlo furono anche i soggetti: scene dove la vita sembra rappresentata in teatro, dove luci e ombre sembrano giocare rincorrendosi, scene popolate da curiosi personaggi: maghi, scheletri, cani irsuti. Dove gli sguardi, valga il caso del ragazzo seduto su un vaso, catturano l’occhio di chi guarda, quasi ad impedirgli di osservare l’insieme della rappresentazione. Visioni che appaiono oniriche, sospese, baluginanti sul nitore del foglio. Sono immagini che segnano, per qualità estetica ed esecutiva, un unicum nella storia dell’arte grafica. Il senso pieno di queste immagini ancora sfugge. Di certo nella vi è raffigurato casualmente ed è verosimile che il messaggio finale di questi rettangoli impressi di sapere occulto fosse intelleggibile solo ad una ristretta cerchia di intellettuali, di adepti. Anche in ciò risiede il fascino e la malia di questi “sfuggenti” capolavori. Su ciascuno di essi si sono riempite pagine di interpretazione, senza giungere a certezze di lettura che, evidentemente, l’artista intendeva condividere con pochi. In apparenza si tratta di soggetti semplici, divertenti. In realtà si tratta di raffigurazioni a diversi piani di complessità e di interpretazione. Tutti oggi concordano sul fatto che il loro significato vada ricercato nel lato oscuro, misterioso, di quell’età dei Lumi da cui appare caratterizzato il Settecento razionalista a livello internazionale.

Dopo il Settecento ritorniamo ad un’arte immutabile, quella delle icone. A Vicenza presso la sede di Palazzo Leoni Montanari troviamo la mostra dal titolo La pietra e il leone. San Pietro e san Marco nell’Oriente cristiano. Icone dalla collezione Intesa Sanpaolo. Connessa con il cinquecentenario della costruzione della Basilica di San Pietro a Roma, i curatori hanno voluto proporre un itinerario iconografico sulla figura di san Pietro e san Marco attraverso le icone russe. A differenza dell’arte occidentale, la tradizione figurativa bizantina e russa raramente pone una particolare enfasi su questi due personaggi, che normalmente svolgono nell’iconografia un ruolo da comparse o al massimo da comprimari. Ciononostante, la loro immagine compare in posizione di rilievo in un gran numero di composizioni a tema sia narrativo che iconico e allegorico: se san Marco è frequentemente raffigurato sulle porte regali delle iconostasi assieme agli altri evangelisti e più occasionalmente nelle icone dell’ordine della Deisis, una funzione di primo piano gli è attribuita in soggetti di più denso contenuto teologico come la Madre di Dio del Roveto ardente o I frutti della Passione di Cristo. Pietro è una presenza imprescindibile in tutta una serie di raffigurazioni di eventi evangelici e svolge un ruolo preminente, in particolare, nella scena della Trasfigurazione, in cui compare come spettatore privilegiato della rivelazione della divinità di Cristo, nella Lavanda dei piedi, dove occupa generalmente il centro della composizione, e nella rappresentazione di Pietro al Sepolcro vuoto, in cui il principe degli apostoli è esaltato come primo testimone della Resurrezione, nonché nell’Apparizione sul lago di Tiberiade, dove svolge il ruolo di principale destinatario dell’evento sovrannaturale. Il percorso espositivo offre allo spettatore uno stimolo per riflettere sulle motivazioni della presenza discreta di questi due personaggi nell’arte russa e assieme sugli elementi di affinità e quelli di distinzione rispetto alle consuetudini occidentali.

Dopo tanti temi classici e tradizionali ci avventuriamo in due mostre dedicate a due protagonisti dell’arte moderna. Presso la Villa Manin a Passariano di Codroipo troviamo una mostra dedicata all’inquieto spirito di Munch. Munch e lo spirito del Nord. Scandinavia nel secondo Ottocento vuole, per la prima volta in Italia, costruire il racconto di una storia che identifichi appunto lo spirito del Nord con la pittura in Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca. Specialmente dedicata al paesaggio, ma ben raccolta anche attorno al tema del ritratto e della figura, la mostra, composta di circa 120 dipinti provenienti specialmente dai musei scandinavi ma anche da alcuni altri musei sia europei che americani, si divide in cinque sezioni. Le prime quattro riservate alle scuole nazionali di quegli Stati, mentre la sezione di chiusura viene dedicata a Edvard Munch, con 35 opere in totale. Dunque una sorta di grande mostra nella mostra, prendendo in considerazione gli anni suoi di esordio vicini alla pittura dell’artista norvegese Christian Krohg già a partire dal 1881-1883 e poi i due decenni – l’ultimo del XIX secolo e il primo del XX – che ne hanno decretato l’universale fama e hanno creato quella sorta di sigla munchiana che caratterizza e sigilla quel darsi allo spazio interminabile del Nord così come è accaduto anche in letteratura. Ma riandando alle scuole nazionali prima di Munch, alcuni dipinti a evidenziano, prima dello scavalcamento di metà secolo, la situazione della cosiddetta Golden Age in Danimarca, con le opere tra l’altro di Lundbye e P.C. Skovgaard. Così come in Norvegia una breve introduzione è riservata a Dahl, Balke e Gude; in Svezia a Larson, Berg e Wahlberg e in Finlandia a von Wright e Holmberg. Elemento che ci permette di indicare, appunto attorno alla metà dell’Ottocento, il senso di una scoperta del vero naturale, che si affranca dalla nozione di paesaggio ancora post-settecentesco. Poi la mostra prende il suo corso solenne, e così nuovo per l’Italia, dentro la seconda metà del XIX secolo, attenta a individuare attraverso la scelta dei dipinti quello sguardo che ha fatto del Nord un luogo non soltanto fisico ma anche dell’anima. E che quindi non può che trovare in Munch il suo logico e imprescindibile punto d’arrivo. Ma prima la schiettezza, la luminosità, il silenzio e il fragore del paesaggio nordico sono interpretazione che talvolta vira verso una problematicità che fa dei luoghi naturali un sentimento arcano e quasi primordiale. Questo senso del tempo fondo, la chiarità delle estati, la profondità delle notti invernali, il velluto del muschio dell’erba, il bianco dei fiori sotto il bianco delle lune estive, è quello che l’esposizione intende mostrare al pubblico italiano.

Un significativo protagonista dell’arte italiana del Novecento è Guttuso: la Fondazione Magnani Rocca di Mariano di Traversatolo a Parma gli dedica una importante rassegna legata al centenario della sua nascita. Una mostra antologica, quindi, che prende idealmente spunto dalle quattro opere di Guttuso presenti nella collezione permanente della Magnani Rocca e dal cospicuo fondo epistolare che mette in luce i rapporti tra il maestro e Luigi Magnani. Una motivazione ulteriore viene dal ricordo della grande mostra che nel 1963 Parma dedicò a Guttuso, mostra in cui era esposto il monumentale olio La spiaggia (4,5 metri di base) che il maestro di Bagheria destinò alla Galleria Nazionale di Parma e che sarà tra i capolavori presentati alla Magnani Rocca.
Sessantacinque opere, sceltissime, per documentare l’intensità espressiva del momento formativo, all’inizio degli anni trenta, il sentito realismo espressionista, fino al vitalismo rinnovato della sua ultima stagione. Queste le sezioni su cui si dipana il percorso espositivo: “l’artista, il suo mondo, gli amici; i ritratti”; “il realismo sociale e bellico, il lavoro, la politica”; “la vita collettiva/la solitudine, i divertimenti, il realismo allegorico, l’eros”; “gli interni, le nature morte, i paesaggi”. La mostra vuole offrire ai visitatori l’opportunità di confrontarsi con un artista che aveva un’idea forte della funzione dell’arte nella società, una concezione che oltrepassava le mura dello studio; al di fuori, dentro o contro movimenti artistici, che lo vedono protagonista o escluso, spesso polemista sanguigno e colto. Oggettivamente Guttuso è stato per più di cinquant’anni uno straordinario testimone dei tempi, in grado di rappresentare con le sue opere, ma anche coi suoi scritti, il realismo della condizione umana con le sue sofferenze, i suoi miti, le sue passioni. Lui che in politica e in amore trasfuse passione viscerale, offrendo spunti frequenti ai rotocalchi, al punto da divenire, in vita e ancor più dopo la morte, uno dei personaggi più citati dalle cronache.

Se La spiaggia, Comizio, Caffè Greco, Spes contra spem sono le icone, certamente alta è la qualità anche delle altre opere proposte dalla mostra: a cominciare dalle splendide, drammatiche nature morte che, negli anni quaranta, facevano presagire la tragedia della guerra e della catastrofe, fra realismo organolettico e narrativo postcubista. Oppure i personaggi del “realismo sociale” e poi di quello “esistenziale” degli anni cinquanta, fino alle situazioni del suo particolare “realismo memoriale”, evocativamente visionarie.
Il Credito Valtellinese non è solo una banca, ma è anche un centro propulsore e valorizzatore di arte, soprattutto arte moderna e contemporanea. Presso la sede di Sondrio è stata organizzata una mostra di fotografie dell’artista praghese Václav Šedý. La mostra, composta da 120 scatti in medio formato – con alcuni salti dimensionali a sottolineare i momenti di congiunzione fra i diversi cicli tematici che ne articolano il progetto espositivo - vuole documentare, attraverso un rigoroso bianco e nero, la varietà ornamentale dei primi edifici in stile eclettico riservata alla costruzione delle centrali idroelettriche, fino al candore purista degli stessi edifici a firma di Gio Ponti dei tardi anni ‘50; così come il frasario oscillante fra razionalismo e “stile novecento” scaturito dalla ricerca solitaria di Giovanni Muzio e Ugo Martinola su piccoli temi cittadini – la villa, l’edificio da reddito, il complesso per uffici, l’edificio-simbolo delle identità locali e politiche - a Sondrio e nei centri di fondovalle. Ancora scale di grigio, modellate da improvvise variazioni di luce, per rappresentare l’architettura d’alta montagna di maestri del tardo razionalismo italiano quali Asnago e Vender in Valmalenco e Mario Cereghini nell’Alto Lario. Il dopoguerra, affogato nella generale proliferazione urbana seguita al “boom” economico, ha invece la forma di alcuni edifici di influenza neorealista, - brani di ricucitura dei centri storici ad opera di Luigi Caccia Dominioni, Marco Bacigalupo e Ico Parisi - che in mostra sono assemblati in grandi trittici a composizione di vedute generali e di dettaglio. Il colore è riservato alla produzione architettonica successiva al 1990, che ricalca fedelmente il catalogo formale del post-modern, del minimal e del decostruzionismo. Il territorio investigato dall’obiettivo di Šedý, compreso fra la Valtellina, l’Alto Lario, la Valchiavenna, l’Engadina e la Val Poschiavina, è considerato come un’unica regione divisa da un’imponente barriera geografica – le Alpi e il complesso del Bernina – ma unificata da comuni identità culturali, che nei progetti espressi dalle nuove generazioni è riconducibile a un unico linguaggio.

Giungiamo ora a mostre di autori contemporanei presso un nuovo spazio espositivo a Milano, presso la galleria Barbara Frigerio Contemporary Art. La prima mostra è del pittore inglese Douglas. Neil Douglas riportando sulla tela vedute ed edifici della grande mela, riprende e continua la rappresentazione di un mito, descrivendo con dovizia di particolari un mondo, conosciuto ed amato, fin dall’infanzia attraverso vecchi film e fotografie. La passione per il rigore geometrico di quelle architetture stimolano il pittore a creare composizioni dai tagli fotografici, spesso vedute dall’alto, in una contrapposizione di volumi, ed elementi che concorrono alla realizzazione di una composizione accattivante ed equilibrata. I toni predominanti sono quelli del bianco e nero, nei quali si inserisce prepotentemente un elemento dai toni sgargianti, come un autobus o un taxi dal giallo intenso, o un camion dei pompieri di un rosso fiammante. Una nota di colore posta all’interno di un’immagine dai toni volutamente smorzati, come per ricreare un’immagine da vecchio fotogramma, d’altri tempi, dandogli ancora una volta una connotazione quasi irreale. Dall’altro lato questi continui giochi chiaroscurali danno ancora più risalto alla descrizione dei volumi, sottolineando il virtuosismo pittorico di un giovane artista, che sembra inserirsi nella scia dei grandi iperrealisti del passato, dai quali riprende anche la scelta di dedicarsi alla rappresentazione di città d’oltreoceano.
La seconda rassegna presenta un pittore italiano vincitore del concorso indetto dalla galleria Le segrete di Bocca, Emanuele Dascanio. In questo occasione il pittore ci presenta un nuovo ciclo di opere, frutto di una sua maturazione e svolta: tralasciata dunque la sospesa catastrofe sulla precaria magnificenza dei suoi vividi mandarini sbucciati, dei suoi limoni butterati e agonizzanti, delle sue esuberanti melagrane dilaniate e stillanti, Dascanio si rimette in gioco con dipinti che esibiscono concettose, talvolta quasi ermetiche circostanze fissando avvenimenti sconsolatamente inconclusi, slanci di partecipazione verso reietti e sfruttati, narrazioni di anime ingannate e deluse, sollevazioni libertarie, in una sospensione temporale che dilata una silenziosa situazione di pathos.

Invito a tavola. Ceramiche medievali e moderne alla Crypta Balbi
9 luglio 2010 – 26 dicembre 2010
Roma - Museo Nazionale Romano
Orari: tutti i giorni 9.00-19.45 chiuso il lunedì
Biglietti: 7€ intero, 3,50€ ridotto

Gladiatores
26 marzo 2010 -3 ottobre 2010
Roma – Colosseo
Orari: tutti i giorni 8.30 – 19.15
Biglietti: 12€ intero, 7,50 ridotto

La Croce, la Testa, il Piatto: Storie di San Giovanni Battista
12 giugno 2010 – 24 ottobre 2010
Cesena – Galleria d’Arte e Biblioteca Malatestiana
Orari: Galleria Comunale d’Arte (Corso Mazzini, 1) martedì - domenica 9.30 – 13.00 / 16.30 – 20.00
Biblioteca Malatestiana (Piazza Bufalini, 1), lunedì - sabato 9.00 - 18,45 / domenica 10.00 – 12.30
Biglietti: 3€

Omaggio a Lorenzo Maitani “universalis caputmagister” della Fabbrica del Duomo di Orvieto
10 aprile 2010 -13 novembre 2010
Orvieto (Tr) -. Museo Opera del Duomo
Orari: tutti i giorni 9.30-19.00
Biglietti: 5€
Informazioni: www.museomodo.it

L’avventura del vetro. Dal Rinascimento al Novecento tra Venezia e mondi lontani
27 giugno 2010 – 7 novembre 2010
Trento – Castello del Buonconsiglio
Orari: tutti i giorni 10.00-18.00, chiuso il lunedì
Biglietti: 7€ intero ,4€ ridotto
Informazioni: www.buonconsiglio.it

Giambattista Tiepolo tra scherzo e capriccio
21 maggio 2010 – 31 ottobre 2010
Udine – Galleria d’Arte Antica del Castello
Orari: tutti i giorni 10.30 – 17.00
Biglietti: 8€ intero, 5€ ridotto

La pietra e il leone. San Pietro e san Marco nell’Oriente cristiano. Icone dalla collezione Intesa Sanpaolo
5 giugno – 10 ottobre 2010
Vicenza, Gallerie di Palazzo Leoni Montanari
Orari: tutti i giorni 10.00-18.00
Biglietti: 5,50€ intero, 3,50€ ridotto
Informazioni: www.palazzomontanari.com

Munch e lo Spirito del Nord
25 settembre 2010 - 6 marzo 2011
Villa Manin, Passariano di Codroipo (Udine)
Orari: martedì – domenica 14.00-19.00
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.villamanin-eventi.it

Guttuso. Passione e Realtà
11 settembre 2010- 8 dicembre 2010
Parma -Fondazione Magnani Rocca
Orari: martedì – venerdì 10.00-18.00; sabato – domenica 10.00-19.00
Biglietti: 8€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.magnanirocca.it

900+ / Václav Šedý. Fotografie di architettura al centro delle Alpi
1900-2010
2 luglio 2010 – 26 settembre 2010
Sondrio – Galleria Credito Valtellinese
Orari: martedì - venerdì 9.00-12.00/15.00-17.00; sabato- domenica 10.00-12.00/14.00-17.00
chiuso il lunedì
Ingresso libero
Informazioni: www.creval.it

Neil Douglas Manhattan’s frames
16 Settembre 2101 - 16 Ottobre 2010

Emanuele Dascanio Lucidi labyrinthi
16 Settembre 2010 - 23 Ottobre 2010
Milano - Barbara Frigerio Contemporary Art (Via Fatebenefratelli 13)
Orari: martedì – sabato 10.00-13.00/16.00-19.30
Ingresso libero
Informazioni: www.barbarafrigeriogallery.it