I tepori di giugno

Si stanno avvicinando i mesi estivi. Le possibilità di scelta delle mostre in Italia è, come sempre, sterminato. Ecco la nostra proposta, che, purtroppo elimina molte altre interessanti rassegne.
Le proposte sono presentate seguendo un ordine cronologico dei temi delle mostre medesime.
Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Iniziamo da Brescia, dove ormai da mesi si sta svolgendo una ricca rassegna dedicata agli Inca. Il percorso espositivo si articola in sei sezioni - La Linea del Tempo, Le Tecniche di trasformazione del metallo, La Cosmovisione, I Costumi, I Rituali, Il Mondo Ultraterreno -, e intende presentare l’intera storia delle Civiltà dell’Oro, attraverso lo studio delle culture precolombiane meno note, sviluppatesi nel Perù dell’entroterra e costiero, a partire dall’VIII secolo a.C. Quello proposto è un viaggio attraverso gli aspetti inconsueti e meno conosciuti di questi popoli, con la ricostruzione dell’ambiente e del contesto socio-culturale originario. In mostra si possono ammirare le sagome dei sacerdoti con le vesti tipiche e sono ricostruiti i rituali religiosi con le maschere funebri e una mummia. Grazie alla maestosità e alla qualità tecnica dell’antica oreficeria precolombiana delle Ande centrali, si ha un’occasione unica per scoprire la spiritualità di un popolo, le sue credenze e i suoi riti, le tradizioni della vita terrena e ultraterrena, il suo modo di rappresentare il potere politico e religioso e soprattutto la sua unione con gli spiriti dell’aldilà dopo la morte.

Ad Illegio (Ud) troviamo una interessante rassegna dedicata agli angeli da titolo Angeli. Volti dell’invisibile. Da sempre la Casa delle Esposizioni si è caratterizzata per mostre che intendono indagare aspetti della teologia, della spiritualità e del sacro. Durante l’inaugurazione della mostra il vescovo di Udine ha così introdotto la manifestazione: “Gli angeli tornano ancora oggi nella nostalgia dell’umanità anche attraverso varie pubblicazioni, ci provocano dicendo che dobbiamo proiettare il nostro sguardo oltre il visibile”. Quattro i settori tematici in cui si articola la mostra, ripercorrendo la presenza angelica nelle Sacre Scritture: l’iconografia degli angeli; la rappresentazione delle gerarchie angeliche da parte degli artisti; la ricostruzione delle funzioni degli angeli, tra quelli sacerdotali e quelli “combattenti”; il culto degli arcangeli. I temi sono poi sviluppati nelle otto sezioni in cui è organizzata l’esposizione: “Angeli e arcangeli nell’Antico Testamento”; “L’Annunciazione”; “Angeli nel Nuovo Testamento”; “Regina Angelorum”; “Angeli nel Nuovo Testamento: la Passione”; “A servizio degli uomini”; “Al cospetto di Dio”; “Reliquiari”. Tra le opere più significative in mostra segnaliamo Tobia e l’angelo di Girolamo Savoldo (1522-1524), la Annunciazione di Filippo Lippi (1445-1450), Madonna con bambino”di Sandro Botticelli e collaboratori (fine secolo XV), Cristo morto sorretto da due angeli di Paolo Veronese (1585-1588), Abramo e i tre angeli e L’angelo soccorre Agar di Giambattista Tiepolo (1732 circa). Pitture su tavola lignea, dipinti su tela, sculture, altari ed oreficeria raccontano gli angeli visti da grandi maestri dell’arte di tutti i tempi: insieme a Botticelli, Lippi, Savoldo, Tiepolo e Veronese ci sono Melozzo, Garofalo, Ghirlandaio, Correggio, Gentileschi, Bernini e Rubens.

Scendiamo ora in Toscana, e in particolare nella splendida Siena, per una mostra dal titolo Da Jacopo della Quercia a Donatello. Le Arti a Siena nel primo Rinascimento. La rassegna con le sue 300 opere d’arte in esposizione vuole indagare tale momento dell’arte senese tra il 1400 e il 1460. Si tratta di sculture e pitture, oreficerie ed argenterie, tessuti ed arredi, miniature e manoscritti, molti delle quali ritornano a Siena per la prima volta. In questo periodo, infatti, il Gotico stava esaurendo lentamente la sua spinta e lasciava spazio ai temi che annunciavano il Rinascimento: fu un periodo di transizione, e proprio per questo ricco di spunti. Il percorso espositivo è articolato in otto sezioni, che offrono un panorama completo del primo Rinascimento senese. La prima sezione introduce il tema della continuità artistica tra il Quattrocento e la grande pittura del Trecento di Simone Martini (tra le opere in mostra la celebre Annunciazione del 1333) e dei fratelli Lorenzetti, mostrando come alcuni dipinti di questi maestri abbiano rappresentato una fonte di ispirazione per i pittori senesi del XV secolo. prosegue con un percorso cronologico. Si inizia con Jacopo della Quercia (Siena, 1371 ca. - 1438), il protagonista assoluto di questo passaggio, il maestro del gotico internazionale, il più grande artista della città. Un’attenzione particolare è dedicato al cantiere del Fonte Battesimale, che vide Jacopo della Quercia misurarsi con due maestri ‘forestieri’ che lavorarono in città nei primi decenni del ‘400 e giocarono un ruolo fondamentale nell’evoluzione dell’arte senese verso il Rinascimento: i fiorentini Donatello e Ghiberti. La terza sezione ha come protagonista Giovanni di Paolo (del quale si è ricostruito, per quanto possibile, il giovanile polittico destinato nel 1426 all’altare Malavolti della chiesa di San Domenico) e sopratutto Stefano di Giovanni, detto il Sassetta, raffinato maestro che seppe dare vita a un nuovo capitolo della pittura senese del Quattrocento (di questo artista si sono raccolti per la prima volta tutti i frammenti della pala dipinta nel 1423-1424 per l’Arte della Lana). Con la quarta sezione termina il percorso cronologico, arrivando fino agli anni dell’ultimo soggiorno senese di Donatello (1457-1461), con il suo ruolo ispiratore dei nuovi esponenti dell’arte senese come Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Matteo di Giovanni e Antonio Federighi. Nella quinta sezione sono esposti rari esempi di oggetti della devozione: trittichini, altaroli, dipinti per devozione privata, figure lignee del Bambin Gesù e busti reliquiario. A chiusura del percorso troviamo le tre sezioni dedicate ai codici miniati, all’oreficeria ed a preziosi manufatti tessili quattrocenteschi.

Stiamo sempre in Toscana, ma questa volta ci spostiamo a Firenze, presso Palazzo Pitti. Il collezionismo di gemme costituì uno degli aspetti più affascinanti del processo di riscoperta dell’antico che caratterizzò il Rinascimento. A partire dalla prima metà del XV secolo cammei e intagli furono ricercati con fervore da papi, principi e cardinali, scatenando in alcuni casi aspri conflitti tra estimatori, pronti a spendere cifre molto elevate pur di aggiudicarsi il pezzo desiderato. Le ragioni di questo successo furono molteplici: innanzitutto l’arte di incidere le gemme richiedeva l’impiego di materiali rari e molto costosi, nonché l’apporto di maestri dotati di straordinarie capacità tecniche, dato che anche il più piccolo errore, di fatto irreversibile, poteva vanificare mesi, se non addirittura anni, di duro lavoro. In secondo luogo ai cammei e agli intagli si attribuivano particolari virtù magiche e misteriose, dipendenti dal tipo di materia utilizzata e dal soggetto della raffigurazione. Inoltre le loro ridotte dimensioni e la facilità di trasporto, ne facevano un regalo ideale per illustri personaggi e un’ottima forma di investimento, un capitale al quale attingere nei momenti di maggiore difficoltà. Tutti questi fattori ben spiegano la speciale predilezione che i Medici svilupparono, fin dal Quattrocento, per le incisioni su pietre dure e preziose, da loro alacremente raccolte in una delle più rilevanti collezioni della storia, fonte di grande prestigio per tutta la famiglia, che, nel corso dei secoli, continuò a incrementarla con nuove acquisizioni. Attraverso un selezionato numero di pezzi di eccezionale qualità provenienti dai più importanti musei italiani e stranieri, la mostra illustra la complessa storia di questo tesoro, a partire dalla sua costituzione ad opera di Cosimo, Piero e soprattutto Lorenzo de’ Medici, che ai cammei e agli intagli riservò un posto di rilievo all’interno delle sue collezioni d’arte e al quale si deve l’acquisto di esemplari prestigiosi come il cosiddetto Sigillo di Nerone, la splendida corniola con Apollo e Marsia celebrata e ammirata da un folta schiera di letterati e artisti.

Spostiamoci ora a Roma, presso le sale del Quirinale, fino al 30 giugno, sarà possibile ammirare alcuni arazzi di Pontormo e Bronzino dedicati alla figura di Giuseppe. Si tratta di dieci monumentali arazzi commissionati tra il 1545 e il 1553 da Cosimo I de’ Medici e realizzati per la Sala dei Duecento di Palazzo Vecchio di Firenze. La dinastia medicea amava Giuseppe poiché presentava l’immagine di un eroe mite e probo, capace di sfuggire agli invidiosi, di conquistare una posizione importanti partendo dal nulla e contando solo sulle sue qualità intellettuali; egli era una vera e propria metafora delle alterne fortune della grande famiglia fiorentina. Attraverso la realizzazione di una serie di venti arazzi la corte dei Medici volle quindi che fosse raccontata la storia dell’eroe biblico, le cui vicissitudini tanto somigliano alla loro saga dinastica. Quando Cosimo fu nominato Duca di Firenze, nel 1537, aveva solo 17 anni, la stessa età di Giuseppe quando compare per la prima volta nella Bibbia. Tre anni più tardi sposa la bella e raffinata Eleonora, figlia di Pedro di Toledo governatore di Napoli, e si trasferisce con lei a Palazzo Vecchio, iniziando un programma di modernizzazione e decorazione che proseguirà fino alla sua morte, nel 1574. La prima importante impresa fu la committenza dei disegni preparatori per i venti arazzi. Prima furono affidati a Pontormo, che ne eseguì tre, ma non convinsero. Allora fu scelto Agnolo Bronzino, che ne realizzò sedici, un altro fu affidato a Francesco Salviati. Ad eseguire il lavoro dei panni furono chiamati due arazzieri fiamminghi, Jan Rost e Nicolas Karcher. La firma di Rost, ricamata in basso, si può ancora vedere: un pollo arrostito allo spiedo.

Il nostro percorso cronologico punta ora a Como, per la mostra dedicata a Rubens e ai fiamminghi. Pieter Paul Rubens (Siegen, 28 giugno 1577 – Anversa, 30 maggio 1640), maestro dell’arte barocca, è presentato nel capoluogo lariano da 24 tele, a cui fanno cornice altre 40 opere di autori della sua cerchia o coevi. Il percorso espositivo, suddiviso nelle nove sale di Villa Olmo, si snoda attraverso i temi caratteristici della pittura di Rubens, come i soggetti sacri, i riferimenti alla storia e al mito, e contempla alcuni dei maggiori capolavori del maestro fiammingo. Tra questi, le Tre Grazie (1620-1624), vero manifesto dell’ideale bellezza femminile del tempo e che Rubens rappresenta sul modello del gruppo scultoreo ellenistico ritrovato a Roma nel XV secolo. Rubens dipinse o disegnò il motivo delle Tre Grazie diverse volte, come soggetto singolo o inserito in un contesto più ampio.
In questo caso, i tre personaggi femminili sono impersonati nella figura delle dee greche delle stagioni, vestite solo di un leggerissimo velo, che reggono un cesto di fiori, donando loro uno straordinario movimento circolare e un naturale ed elegante intrecciarsi di braccia e gesti delle mani. Particolarmente importanti sono le due tele, di oltre tre metri di dimensione, che raffigurano Vittoria e Virtù e Il trofeo di armi, appartenenti al ciclo che Rubens dedicò al console Publio Decio Mure (1616-1617). Il tema dei quadri è ispirato alle vicende dell’eroico condottiero romano vissuto nel IV secolo a.C., la cui storia è stata tramandata da Tito Livio. La ricerca della perfezione nell’esperienza rubensiana passa dall’analisi accurata della fisicità, e l’idea pittorica coincide perfettamente con la sua esecuzione pratica. A tal proposito, sono da ricordare, tra le altre, La circoncisione di Cristo (1605), che risponde a precise indicazioni iconografiche dettate dalla Controriforma, e la Madonna della Vallicella (1608), due straordinari modelli per le pale d’altare della Chiesa dei Gesuiti a Genova e di Santa Maria della Vallicella a Roma, nelle quali l’impostazione teatrale della luce e l’atmosfera cromatica rivelano l’influsso dei grandi pittori veneziani del Cinquecento, che Rubens aveva studiato durante il soggiorno a Venezia del 1600. Di notevole pregio, alcuni piccoli oli su tavola di soggetto sacro, dipinti da Rubens come studi preparatori per i 39 dipinti commissionatigli nel 1620 per il soffitto della Chiesa dei Gesuiti di Anversa, in cui è possibile incontrare più che mai la mano autografa dell’artista, che realizzava personalmente i bozzetti preparatori, affidandosi poi alla collaborazione della bottega per il perfezionamento dell’opera finale. Accanto a questi capolavori di Rubens, la mostra di Villa Olmo propone 40 tele realizzate da pittori fiamminghi della sua cerchia, in particolare di Anton Van Dyck, amico del maestro e certamente l’allievo di maggior talento – di cui è presente, tra gli altri, il famoso Autoritratto all’età di quindici anni – oltre che Jacob Jordaens, Gaspard de Crayer e Theodor Thulden. Con un brusco salto arriviamo all’arte vicina a noi, e in particolare a quel genio che fu Amedeo Modigliani.

Al MAGA di Gallarate (Va) troviamo una rassegna dal titolo Il mistico profano. Omaggio a Modiglioni. La mostra vuole e tracciare un percorso ideale alla scoperta dell’evoluzione del pensiero dell’artista. Infatti accanto alle opere la mostra presenterà un ricco apparato documentario composto da fotografie, epistolari, scritti autografi e materiali di studio che permetteranno l’approfondimento della personalità artistica di Modigliani e dei diversi contesti degli anni in cui tale personalità si è inscritta e sviluppata, da quello familiare livornese a quello artistico parigino. Nel 1906, Modigliani arriva a Parigi e qui incontra i fermenti della nascita della contemporaneità. Il 1906 è l’anno della morte di Paul Cézanne; ormai la pittura impressionista ha da tempo conquistato i cuori di un grande collezionismo internazionale: Rodin con la sua scultura romantica stabilisce la regola e il gusto di una borghesia dominante e colloca il suo Pensatore di fronte al Panthéon. Nello stesso anno Picasso lavora al dipinto Les Demoiselles d’Avignon, che renderà compiuto l’anno successivo. Un vento tutto europeo circonda e pervade le atmosfere creative di Parigi che stanno generando o di lì a poco genereranno il cubismo, il futurismo, il surrealismo e le esperienze dada. In quel clima Modigliani frequenta gli artisti e gli intellettuali, le ballerine e le grandi signore, gli habitués dei bistrots. Nello stesso clima, in quegli anni a Parigi si consolida un sempre maggiore interesse per quelle opere di “Art Nègre” che, già nel 1897 mostrate alla Esposizione Universale di Bruxelles, stanno diffondendosi attraverso circuiti ristretti e marginali, in particolar modo tra quegli artisti che ritenevano necessario riferirsi ad elementi di ritrovata purezza spirituale e simbolica. I suoi amici sono Picasso e Max Jacob, Matisse e Brancusi, Soutine, e con loro divide il cibo e i pensieri, le donne e l’assenzio, nella porzione di eccessi che il suo fisico minato da una grave tubercolosi poteva permettersi, ma non aderisce a nessuno dei movimenti in voga perché non rinuncia alla continuità ideale della sua formazione, dei suoi amori giovanili per l’arte italiana del Trecento, da scultore, come avrebbe voluto essere, per Tino da Camaino, che aveva visto al Museo Nazionale del Bargello a Firenze e a Napoli, a San Lorenzo, nella tomba di Caterina d’Austria, o da pittore, per continuità con la sua educazione postmacchiaiola, maturata nello studio di Fattori. Se Modigliani quindi sviluppa a Parigi una personale evoluzione, senza referenti dichiarati, autonoma, per una pittura dell’animo, nei nudi e nei ritratti maschili e femminili che compongono la quasi totalità del suo lavoro, sarà dalla sua formazione giovanile che trarrà gli elementi che fino alla sua prematura scomparsa lo faranno divenire un riferimento inevitabile per le generazioni artistiche successive.

La riflessione sul moderno continua con l’interessante mostra di Venezia dal titolo Le forme del moderno - Scultura a Ca’ Pesaro -Da Medardo Rosso a Viani, da Rodin ad Arturo Martini. La mostra è costituita da una trentina di grandi sculture appartenenti alla celebre collezione plastica di Ca’ Pesaro, in un percorso completamente nuovo, che privilegia valori formali e accostamenti inediti. Nel grande Salone, ove è esposto in permanenza, per tutta la lunghezza delle pareti, il ciclopico fregio di Aristide Sartorio con il Ciclo della vita (240 mq di superficie pittorica in 14 pannelli con 128 figure “più grandi del vero”), l’originale pittura scultorea di quest’opera, caratterizzata da una costruzione formale in cui prevale la linea e l’assimilazione della cultura classica, viene posta in relazione con una serie di sculture che, nel loro plasticismo figurativo, muovono da influenze classiche verso nuove sintesi. Ecco allora - dal Pensatore (1880) e dai Borghesi di Calais (1886) di Rodin, alla Resurrezione (1904) di Bistolfi, fino alla Nuvola di de Toffoli (1955) - i trapassi dalla contorsione della forma all’eleganza di un più moderno linearismo e la ricerca di una semplificazione del tessuto compositivo. Nel saloncino si lascia spazio a nuove ricerche plastiche condotte tra stilizzazione e ritmi dinamici; la forma e la linea perdono importanza, l’opera si identifica con la materia informe e il segno gestuale, è resa oggetto di sperimentazione, perde fisionomia, mentre si tenta la coniugazione di pittura e scultura. Sono qui esposti, tra l’altro, un Plurimo di Vedova (1964), oltre a opere in rame e in bronzo di Kemeny, Milani, Calò, ma anche tele di Gaspari o di Plessi. L’ultima saletta è un omaggio a tre grandi maestri: Medardo Rosso, Adolfo Wildt e Arturo Martini. Dalle ricche collezioni del museo, sono stati qui selezionati celebri capolavori che hanno in comune un apparente mutismo dello sguardo: sguardi invisibili, dunque, ma capaci di tracciare tra loro, su linee diverse, un sorprendente dialogo a occhi chiusi.

Maestro indiscusso dell’arte italiana del Novecento è De Chirico. Una mostra a Roma, al Palazzo delle Esposizioni ne indaga il rapporto con la Natura. Nato nel 1888 a Volos, nel cuore della Grecia classica, da una nobile famiglia italiana, e formatosi a Monaco dove rimane suggestionato dalla pittura simbolista e dalla lettura di Nietzsche e Schopenhauer, Giorgio de Chirico dipinge L’enigma di un pomeriggio d’autunno a Firenze nel 1910 dando vita all’Arte metafisica, che svilupperà a Parigi e a Ferrara. L’artista dedica tutta la sua vita (morirà novantenne a Roma nel 1978) ad esplorare le possibilità poetiche di un’arte tesa a far emergere l’enigmaticità del reale. Pur riflettendo l’intera produzione dell’artista, dagli esordi simbolisti fino agli sviluppi neometafisici degli ultimi anni, la mostra offre un’occasione originale di avvicinarsi alla sua arte, ponendo l’accento su un tema specifico: lo sguardo del pittore sul mondo della Natura. In de Chirico, infatti, l’idea di Natura rimane un riferimento costante, sia quando viene idealizzata come nei paesaggi mitologici o esaltata come apparizione poetica nelle celebri “vite silenti”, sia quando è trasfigurata nell’allucinazione urbana delle Piazze d’Italia o rinnegata nelle algide geometrie dei manichini. La Natura. intesa come Cosmos ordinato o come Caos, è di per sé indecifrabile e chiede al pittore una possibile soluzione all’enigma del suo apparire. La mostra si articola in sette sezioni da seguenti titoli: Natura del mito, Natura dell’ombra, Natura da camera, Anti-natura, Natura delle cose, Natura aperta, Natura viva.

La nostra indagine sul contemporaneo ci porta ora a Parma, alla Fondazione Magnani Rocca per una mostra su alcuni pittori contemporanei; Morlotti, Mandelli e Moreni. Attraverso ben 70 dipinti i tre, detti “modernamente neoromantici” sono messi a confronto, con oltre settanta dipinti a documentare l’intero loro percorso. A differenza dei maestri del passato, questi artisti vivono la natura come una situazione profondamente e amorosamente angosciata. L’incubo della catastrofe nucleare, così acutamente sentito nel dopoguerra e negli anni Cinquanta, e un latente “mal di vivere”, li spingono verso una deriva esistenzialistica che si riverbera nelle loro opere. Un’arte dunque che pone la natura al centro della visione, non come forma o idea, ma come impasto fisico di vita e morte, come ciclo di stagione, di rigenerazione, una natura che si guarda, si respira, si sente, si soffre, ancor prima che la si dica in parole. Ennio Morlotti (Lecco, 1910 – Milano, 1992), Pompilio Mandelli (Villarotta di Luzzara, Reggio Emilia, 1912 – Bologna, 2006), Mattia Moreni (Pavia, 1920 – Ravenna, 1999) in diverso modo, sono, affascinati da tale concezione. Nel 1956, Morlotti (presentato da Testori), Mandelli (presentato da Arcangeli) e Moreni (presentato da Tapié) sono presenti nelle sale della Biennale di Venezia e incarnano il volto che l’”ultimo naturalismo” ha assunto in quegli anni.

Concludiamo la carrellata pittorica con la mostra di una pittrice, romana d’adozione, presso lo Spazio Lumera a Milano. Elena Pinzuti presenta nudi e volti sotto il titolo Pneuma. Nel catalogo il saggio introduttivo di Canova così recita: “Con l’esattezza di una tecnica rapida e sicura, Elena Pinzuti ha costruito un ciclo di quadri dedicato a corpi modellati da una materia splendente, formati da velature impregnate dei raggi di un sole declinante sul mare, riflessi di un tramonto lontano che danno vita a figure abbandonate in una dimensione sospesa tra il tempo del ricordo e l’eterno presente fissato dal pennello sul supporto. In questo senso assume un particolare valore la tecnica utilizzata da Elena Pinzuti che rende liquida la materia cromatica dell’olio avvicinando i suoi effetti a quelli dell’acquerello che rimane un preciso riferimento stilistico anche nella soluzione di “risparmiare” ampie zone del supporto per aumentare la misteriosa lucentezza dei quadri. Elena Pinzuti sceglie infatti di lavorare sulle tele con la stessa leggerezza che contraddistingue i suoi disegni e i suoi acquerelli dove la materia appena accennata della grafite o del pigmento si anima sulla carta attraverso la vibrazione impalpabile di un tratto sottile che si fa fluido e trasparente o si tramuta in un filo minuto che scopre la forma come una linea al contempo dolcemente incerta e severamente compiuta. La pelle scaldata e modellata dalla luce diventa quindi il terreno privilegiato per la ricerca cromatica dell’artista che isola in modo quasi scientifico i suoi soggetti dal contesto circostante e li immerge in un bianco del tutto lontano da ogni tentazione naturalistica e che aumenta il senso di astrazione della loro rappresentazione al centro dello spazio. Nell’enigma di queste figure l’artista alterna la presenza del solo volto, quasi un ritratto, che ci scruta in modo inquietante caricando il suo sguardo di interrogativi inesplicabili, alla presenza di corpi dove la testa non è raffigurata o è solo accennata senza alcuna descrizione fisionomica per lasciare a chi osserva un margine di interpretazione incentrando la sua attenzione sulle anatomie e sulle epidermidi. Collocati nel bagliore assoluto e radiante di un limbo immateriale, i nudi perdono dunque ogni connotazione personale per diventare tramiti di riflessioni a metà tra la razionalità di una rigorosa indagine luministica e una sensualità sotterranea freddata dal candore del supporto scoperto, frammenti di un lirismo erotico che pulsa nella solitudine delle figure separate dal mondo. Nelle mani di Elena Pinzuti la pelle si fa così riverbero radiante che dà una nuova consistenza al vuoto che ingloba la sua presenza irreale; nel rosa, nelle terre e nel rosso, le braccia, i seni e le schiene bruciano come fuochi che ardono nello spazio rischiarandone le coordinate, le figure emanano energia e calore fino a perdere la loro consistenza, a svaporare e a disfarsi in un’intensità estrema e ritrovano infine la loro essenza profonda nel gesto creatore tradotto nell’armonia imperfetta di un corpo lucente.

Da ultimo presentiamo tre rassegne fotografiche, dedicate a tre importanti fotografi contemporanei: Kubrick, Kenna, Chiaramonte.
A Milano troviamo la mostra dedicata a Kubrick e che ripropone la produzione fotografica del regista risalente agli anni in cui il regista lavorò come fotoreporter per la rivista Look immortalando l’America del cambiamento e della rinascita. Si tratta di trecento fotografie scattate da Kubrick tra il 1945 e il 1950, molte delle quali inedite e stampate dai negativi originali. La mostra si divide in due percorsi espositivi speculari e rappresentativi della produzione di Kubrick. Il primo percorso si divide in sette sezioni e presenta un’introduzione, Icone, nella quale vengono presentate le immagini simbolo delle storie che l’occhio dell’obiettivo di Kubrick ha immortalato. Come Portogallo che racconta il viaggio in terra lusitana di due americani nell’immediato dopoguerra, o ancora Crimini, che testimonia l’arresto di due malviventi seguendo i movimenti dei poliziotti, le loro strategie, le loro furbizie, fino all’avvenuta cattura. La seconda parte del percorso tocca invece altri argomenti rappresentativi della carriera di Kubrick fotografo, come le immagini dedicate a Montgomery Clift all’interno del suo appartamento, o quelle del pugile Rocky Graziano, che raccontano i momenti pubblici e privati di un eroe moderno, o ancora l’epopea dei musicisti dixieland di New Orleans.

A Reggio Emilia troviamo una mostra dedicata a Kenna. In essa sono presentate 290 fotografie in bianco e nero del maestro inglese, ma americano d’adozione, in grado di ripercorrere tutto il suo iter creativo. Tra queste, 200 costituiscono il vero e proprio percorso antologico, 35 documentano lo sguardo sul territorio reggiano, frutto di ricognizioni sul campo compiute negli ultimi tre anni, 35 si misurano con il perenne fascino di Venezia e 20 ripropongono uno dei cicli storici di Kenna, quello sui campi di concentramento e di sterminio nazisti. La mostra prende il via dalle immagini scattate nella natia Inghilterra negli anni Settanta e Ottanta, nelle quali si sofferma sui paesaggi urbani e su quelli di campagna, che posseggono già alcuni caratteri che impregneranno il suo successivo modo di fotografare: un’atmosfera di nebbie e di fumi, catturati in quell’indefinibile momento del crepuscolo o dell’alba. La linea dell’orizzonte è sempre lontana, con la terra disseminata di segni (alberi, pali, lampioni, giunchi che emergono da uno stagno, un’altalena solitaria, delle sedie ripiegate) che si protendono come simboli, e che misurano la profondità del campo visivo. Nei paesaggi urbani sono le strade lastricate, il nero profilo degli edifici sullo sfondo o quello bianco di un corrimano lungo un’erta salita, a guidare con forza magnetica l’occhio che s’inoltra nelle profondità dello spazio. Le cupe silhouette di un impianto industriale nel Michigan e le inquietanti forme conico-trapezoidali della centrale elettrica di Ratcliffe nel Nottinghamshire, che Michael affronta negli anni Novanta, sono i prodromi delle sue indagini sulle metropoli (New York, Shanghai, Hong Kong, Dubai, Rio de Janeiro) o sui ponti che a Parigi, a Praga, a New York uniscono le due rive dei fiumi che le attraversano. Altre volte, è quel che resta di perdute civiltà lontane, o di creazioni a noi più vicine nel tempo, ad affascinarlo – le piramidi egizie e maya, le statue dell’Isola di Pasqua, i mulini a vento contro cui combatté Don Chisciotte nella sua Mancia, il profilo del monastero di Mont-Saint-Michel, le statue abbandonate a se stesse nei giardini di Francia, il carro di Apollo a Versailles, colto mentre sembra uscire dalle acque, le sinistre rovine del Désert de Retz, le costruzioni solitarie di San Pietroburgo –, a evocare brandelli di memorie lontane. A questo proposito, non è si può dimenticare il ciclo de L’impossibile oblio – alcune di queste immagini vengono ora riproposte nella mostra –, che Kenna ha sentito il dovere di realizzare, recandosi nel corso degli anni Novanta sui luoghi dei campi di concentramento e di sterminio nazisti: personale testimonianza, memento di un uomo che sa quanto preziosa e necessaria sia la trasmissione della memoria.

Concludiamo con la mostra di Chiaramonte ad Acireale (Pa). I volti dell’altro Chiaramonte li ha intravisti, cercati, incrociati e rappresentati in due città simbolo dell’Italia: Palermo e Milano, realtà apparentemente lontanissime, eppure accomunate dalla presenza, attività, vitalità di uomini e donne del mondo. Proprio per la assoluta unicità della realtà multietnica di Palermo e per la complessità di ciò che
sta avvenendo a Milano, le immagini de L’altro si pongono come contemplazione della dignità e
della grandezza del fenomeno umano e sono in grado di prefigurare la condizione presente e futura della civiltà europea. Palermo ha uno dei centri storici più straordinari dell’intero mondo occidentale. Negli ultimi dieci anni, all’esodo verso i nuovi quartieri residenziali da parte dei residenti siciliani, ha fatto seguito un sempre più irresistibile inurbamento da parte degli immigrati provenienti dall’Asia e dall’Africa. Oggi nei più importanti quartieri simbolo di Palermo e della Sicilia, Vucciria e Ballarò, abitano e vivono il loro destino una decina di etnie non europee che formano ormai la stragrande maggioranza della popolazione. Milano conosce il fenomeno dell’immigrazione in maniera profondamente diversa ma altrettanto significativa. In molti quartieri che hanno caratterizzato storicamente l’identità della città, la presenza di culture di altri paesi è notevole e ha contribuito a cambiare il volto della città. Una dimensione assolutamente nuova dell’abitare sta quindi emergendo o è già emersa in queste due città che sono l’emblema del nord e del sud dell’Italia. Gli antichi palazzi, le strette vie e i vicoli di Palermo, come gli isolati popolari e i viali di circonvallazione, che hanno
generato alcuni tra i più straordinari racconti del Novecento italiano, tra Bufalino e Testori, sono diventati oggi lo scenario di nuovi e ancora sconosciuti racconti provenienti da lingue spazi e tempi irriducibilmente diversi, ma destinati a svilupparsi insieme nel presente e nel futuro. L’interesse per l’altro nasce dallo stupore del maestro Giovanni Chiaramonte di fronte a questi profili architettonici costituenti l’identità italiana, animati da attori antropologicamente e culturalmente stranieri e destinati a contribuire alla costruzione della nuova identità italiana. La mostra procede per moduli di 4 immagini: la prima, dedicata alla veduta urbana esterna, seguita da un trittico dedicato al volto e alla figura dei protagonisti di questa ricerca. Le immagini singole si propongono di comunicare una nuova percezione della città e si focalizzano sulle architetture. I trittici, invece, svelano i personaggi della storia che sta iniziando adesso, secondo una rappresentazione epica, con la centralità del volto e con il drammatico contrappunto laterale tra le memorie etniche e le memorie architettoniche interne ed esterne
della loro nuova città.


Inca. Origine e misteri delle civiltà dell’Oro.
Brescia – Museo di Santa Giulia
4 dicembre 2009 – 27 giugno 2010
Orari: lunedì – giovedì 9.00-19.00; venerdì – domenica 9.00-20.00
Biglietti: 12€ intero, 9€ ridotto
Informazioni: www.incabrescia.it

Angeli. Volti dell’invisibile
Illegio (Ud) – Casa delle Esposizioni
24 aprile 2010 – 3 ottobre 2010
Orari: martedì- sabato 10.00-19.00;dome
9.30-19.30 lunedì chiuso
Biglietti: 8€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.illegio.it

Da Jacopo della Quercia a Donatello. Le Arti a Siena nel primo Rinascimento
Siena – Santa Maria della Scala, Opera della Metropolitana, Pinacoteca Nazionale
26 marzo 2010 – 11 luglio 2010
Orari: Santa Maria della Scala: tutti i giorni 10.30-19.30
Duomo: lunedì –sabato 10.30-20.00; domenica e festivi 13.30-18.00
Cripta e Battistero: 9.30-20.00
Pinacoteca: lunedì 8.30-13.30; martedì- sabato 8.15-19.15; domenica 8.30-13.15
Biglietti: 12€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.rinascimentosiena.it

Pregio e bellezza
Firenze – Palazzo Pitti (Museo degli Argenti)
25 marzo 2010 – 27 giugno 2010
Orari: lunedì – domenica 8.15 – 18.15
Biglietti: 10€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: Tel. 055. 2654321


Giuseppe negli arazzi di Pontormo e Bronzino
Roma – Palazzo del Quirinale (Sale della Galleria di papa Alessandro VII)
29 aprile 2010 – 30 giugno 2010
Orari: martedì – sabato 10.00-13.00/15.30-18.30; domenica 8.30-12.30, lunedì chiuso
Ingresso libero
Informazioni: www.quirinale.it

Rubens e i fiamminghi
Como – Villa Olmo
27 marzo 2010 – 25 luglio 2010
Orari: martedì – giovedì 9.00-20.00; venerdì – domenica 9.00-22.00, lunedì chiuso
Biglietti: 9€ intero, 7€ ridotto
Informazioni: www.grandimostrecomo.it

Il mistico profano. Omaggio a Modigliani
Gallarate (Va) – MAGA (Via De Magri 1)
20 marzo 2010 – 19 giugno 2010
Orari: martedì – domenica 9.30-19.30, lunedì chiuso
Biglietti: 8€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.museomaga.it

Le forme del moderno - Scultura a Ca’ Pesaro -Da Medardo Rosso a Viani, da Rodin ad Arturo Martini
Venezia – Ca’ Pesaro
5 marzo 2010 – 25 luglio 2010
Orari: martedì – domenica 10.00-17.00, lunedì chiuso
Biglietti: 5,5€ intero, 3€ ridotto
Informazioni: www.museiciviciveneziani.it

La Natura secondo De Chirico
Roma – Palazzo delle Esposizioni
31 marzo 2010 – 11 luglio 2010
Orari: martedì – domenica 10.00-20.00; venerdì – sabato 10.00-22.30; lunedì chiuso
Biglietti: 12,5€ intero, 10€ ridotto
Informazioni: www.palazzoesposizioni.it

Morlotti Mandelli Moreni. Viaggio al termine della natura.
Parma – Fondazione Magnani Rocca
24 aprile 2010 – 4 luglio 2010
Orari: martedì – venerdì 10.00-18.00; sabato – domenica 10.00-19.00, lunedì chiuso
Biglietti: 8€ intero
Informazioni: www.magnanirocca.it

Elena Pinzuti. Pneuma
Milano – Spazio Lumera (Via Abbondio Sangiorgio 6)
5 giugno – 19 giugno
Orari: lunedì, martedì, giovedì e venerdì 16.00-19.30; sabato 10.30-12.30/16.00-19.30
Ingresso libero
Informazioni: www.lumera.it

Stanley Kubrick fotografo 1945 – 1950
Milano – Palazzo della Ragione
16 aprile 2010 – 4 luglio 2010
Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica 9.30-19.30; giovedì 9.30-22.30
Biglietti: 8€ intero, 7€ ridotto
Informazioni: www.mostrakubrick.it

Michael Kenna. Immagini del settimo giorno
Reggio Emilia – Palazzo Magnani
8 maggio 2010 – 18 luglio 2010
Orari: tutti i giorni 10.00-13.00/15.30-19.00. lunedì chiuso
Biglietti: 7€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.palazzomagnani.it

Giovanni Chiaramonte. L’altro nei volti e nei luoghi
Acireale (Pa) – Galleria Credito Siciliano (Piazza Duomo 12)
23 aprile 2010 – 27 giugno 2010
Orari: martedì – domenica 10.00-12.00/17.00-20.00, lunedì chiuso
Ingresso libero
Informazioni: www.creval.it