Un capolavoro sconosciuto. La basilica di Santa Maria in Foro Claudio presso Ventaroli (Ce)

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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La Basilica di Santa Maria ad Forum Claudii sita in Ventaroli nel comune di Carinola, presso Caserta, si erge a circa 100 m dalla via Appia ed anticamente era situata lungo la Via Sacra Langobardorum attraversata dai pellegrini che da Roma si recavano al santuario di S. Michele sul Gargano e alla tomba di S. Nicola a Bari.
Sorta su un precedente tempio pagano, la basilica paleocristiana del V sec d. C. è stata a lungo la prima chiesa cattedrale della diocesi di Carinola, dal momento dell’istituzione di questa fino a quando, intorno al 1100, il vescovo san Bernardo trasferì la cattedrale nella vicina Calinulum (Carinola, appunto), a pochi chilometri.

L’edificio romanico
L’attuale chiesa romanica di Sancta Marie de Episcopio poggia le fondamenta su una precedente chiesa altomedievale databile al V sec. d. C.: un elemento che ci consente questa precisione è un’iscrizione che corre su 11 colonne, evidentemente riguardanti la struttura precedente.

La struttura della chiesa
All’esterno, in facciata, aveva in origine un nartece, eliminato nel ‘400 col rifacimento del portale d’ingresso.
L’interno presenta una impostazione spaziale molto tradizionale, dipendente dunque da modelli derivanti dalle vicine abbazia di Montecassino e Sant’Angelo in Formis: si presenta priva di transetto e triabsidata, con due file di sette colonne in granito, cipollino e bigio, interrotte da sottili pilastri rettangolari inseriti tra la quarta e la quinta colonna che si addossano ai lati corti di essi. Sono tutte dotate di basi attiche antiche, di diversa grandezza, e i capitelli sono tutti corinzi antichi, prevalentemente del tipo asiatico del II e III sec. d. C., sei capitelli di tipo occidentale, di cui due lavorati e quattro a foglie lisce, derivanti quasi certamente da un edificio precedente.

Gli affreschi
Come nelle coeve basiliche tutte le pareti dovevano essere affrescate secondo quanto prescritto dall’antica liturgia, che si serviva delle immagini per istruire il popolo sulle storie dell’Antico e Nuovo Testamento. Dell’originaria decorazione rimangono solo alcuni brani non attribuibili di maestranze e di epoche diverse.
La parte più interessante dell’intera raffigurazione è rappresentata dagli affreschi dell’abside centrale con la Madonna assisa in Trono e, ai lati, due Angeli. Nel registro inferiore, al centro, vediamo San Michele Arcangelo e i Dodici Apostoli. I dipinti sono datati all’XI secolo, cioè prima del trasferimento della sede episcopale a Carinola, avvenuta per volontà di Bernardo, cappellano di Giordano, principe di Capua, nel 1094. Stilisticamente le immagini dipinte si riferiscono al repertorio coevo dei mosaici bizantini: nessuna concessione al naturalismo; i volti sono piatti, i corpi rigidi e frontali, le vesti ricchissime con chiari riferimenti al coevo repertorio dell’oreficeria. Di notevole interesse, e sicuramente desunti dalla cultura islamica, è la stoffa “rotata” sotto le figure dei santi, con l’inserimento di figure di elefanti, simmetricamente dipinti secondo uno schema compositivo mediato dal repertorio dei tessitori bizantini e musulmani.
Artigiani e mestieri
Una delle curiosità è la presenza è la raffigurazione dei Mestieri nella navata destra accanto ai frammenti di un Giudizio Finale.
Si tratta delle rappresentazioni di artigiani: il fabbro, il farmacista, il macellaio, il calzolaio, il vinaio ed altri raffigurati mentre attendono alle loro attività. Le figure sono dipinte all’interno di un portico costituito da un lungo colonnato. All’interno della scena è l’iscrizione che designa le diverse attività. Gli affreschi, assolutamente originali ed unici, sono un prezioso documento storico delle corporazioni artigianali note nel 1400 come associazioni di mercanti, lavoratori, professionisti che cercano nell’associazione i sussidi della difesa comune e dell’aiuto reciproco. Nel medioevo le corporazioni si pongono sotto la tutela di un santo e hanno tra i loro fini quelle delle preghiere in comune, dei suffragi per i defunti, degli accompagnamenti funebri e delle sepolture. I vincoli erano così radicati che, come nella tradizione romana, usavano collocarsi in determinate contrade della città, come ancora oggi rivelano alcuni toponimi cittadini. Ma solo nel Quattrocento, sotto il regno di Ferrante I d’Aragona, all’epoca degli affreschi di Ventaroli, per la prima volta nell’ottobre del 1477, viene promulgata la “Carta” di fondazione della Corporazione della Seta, che testualmente recita “Tutti quelli che vorranno lavorare o fare lavorare dicta arte gauderanno dicti capituli con questo che tutti quelli, grandi et piccoli, maystri et mercanti, se debiano fare scrivere in lo libro de dicta arte loro nome et cognome et casa et lochi dove habiteranno, et de quelli se ne farà notitia ali tre che saranno electi supra la dicta arte”. Già nel 1472 re Ferrante aveva emanato provvedimenti a tutela della produzione dei panni di lana fabbricati nel regno e, nello stesso anno fu istituito il Consolato dell’arte i cui capitoli furono approvati nel 1480. La produzione veniva poi commercializzata a livello intraregionale grazie a ben 52 fiere distribuite in 36 località della Campania Aragonese. Tra queste località è compresa la costiera di Gaeta con il suo retroterra, Teano, Carinola, Sessa e Fondi. Si comprende come la raffigurazione dei Mestieri all’interno della ex Cattedrale di Santa Maria in Foro Claudio, considerando il pericolo storico, avesse un preciso significato politico e sociale. I “potecari” di Ventaroli rappresentano l’economia delle terre che nel 1400 costituivano la contea di Francesco Petrucci figlio di Antonello e segretario di Ferdinando I d’Aragona, quindi strettamente collegato alla casa d’Aragona. Il Petrucci partecipò alla Congiura dei Baroni e fu giustiziato l’11 dicembre del 1486. Tornando allo straordinario ciclo dei mestieri è necessario evidenziare la presenza sugli affreschi, all’interno delle scene, di una sorta di “piccolo diavolo” desunto probabilmente dall’affresco inferiore con il “Giudizio”: una memoria per il mercante, “avido” per antonomasia, dell’esistenza di un giudizio finale.