La storia del Collegio Corsini degli Albanesi di Calabria

Un significativo esempio di laicizzazione
Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Vogliamo dedicare questo numero ancora al paese di San Benedetto Ullano. Questo piccolo borgo, che ora ha circa 1500 abitanti, vanta però un ruolo molto importante nella cultura e nella spiritualità albanesi in Calabria e in Italia.
Lo spunto nasce dallo studio appena pubblicato di Maria Franca Cucci ( Il Pontificio Collegio Corsini degli Albanesi di Calabria - Evoluzione storica e processo di laicizzazione, Brenner editore, Cosenza 2008, pp. 424), che fa la storia di un'importante istituzione culturale il Collegio Corsini, le cui vicende riflettono drammaticamente il lungo ed inesorabile passaggio ad una progressiva scristianizzazione di una terra dalle solide radici cristiane e gettano luce sull'oggi. (Immagine 1)

Le origini
Nel 1715 il sacerdote di rito greco di San Benedetto Ullano (Immagine 2/3), Stefano Rodotà de' Coronei, ritenendo grave la situazione di ignoranza del clero greco e delle popolazioni albanesi d'Italia, a proprie spese e con il beneplacito del vescovo da cui dipendeva, cominciò ad istruire i sacerdoti italo albanesi più ignoranti, impartendo loro nozioni indispensabili di cultura e liturgia greca. Ma i sacerdoti, benché obbligati, raramente si recavano nella sua casa con puntualità, perché poco interessati a questa opera di riforma.
Per l'esperienza fatta in precedenza, non potendo obbligare i sacerdoti, inaugurò nel 1722 un ginnasio della cultura greca, dove i giovani dell'Arberia siciliana e calabrese, aspiranti a diventare sacerdoti, potessero essere istruiti gratuitamente. In una lettera al suo vescovo il Rodotà scriveva: "Ho istituito in Ullano una specie di seminario, poiché dopo la mia morte resti un esempio di ciò che si sarebbe potuto fare: in questo seminario potranno fare notevoli progressi nella cultura greca i giovani preparati, provenienti dalle Due Sicilie, i quali superate le prove, potranno essere promossi agli ordini sacri."
Il fratello di Stefano, Felice Samuele (Immagine 4/5), soggiornava in Roma e pur avendo studiato presso il Collegio Greco, preferì diventare sacerdote di rito latino; in Roma ricoprì alte cariche presso la Biblioteca Vaticana. Negli anni di studio ebbe come compagno di studi Lorenzo Corsini (1652-1740), di origine albanese dal ramo materno, che diventerà papa con il nome di Clemente XII (1730) (Immagine 6/7). Felice Samuele aveva fatto sue le intenzioni del fratello ed insieme ritennero che fosse giunto il momento propizio per la realizzazione del loro progetto: l'istituzione di un seminario ed di un vescovo ordinante per gli Albanesi delle Due Sicilie. Entrambi i fratelli, considerato il rapporto di stima con il pontefice, erano ora convinti della fattibilità del loro progetto.

Il Collegio Corsini
Infatti nel suo terzo anno di pontificato, l'11 ottobre del 1732, in Roma, presso Santa Maria Maggiore, Clemente XII con la bolla "Inter Multiplices", grazie alle parole di Felice Samuele Rodotà dei Coronei, fondava in San Benedetto Ullano il Collegio Greco per gli Albanesi delle Due Sicilie.
Il 26 febbraio del 1733 il nuovo seminario apriva le porte a 17 alunni e 3 professori, per i quali i Rodotà si assunsero, per due anni, gli oneri derivanti dalle spese. Alla prima bolla (Inter multeplices), che annota le finalità della erezione dell'Istituto, consistente nell'educazione e l'istruzione nella lingua e letteratura greca, nelle arti liberali , nelle scienze naturali e umane e soprattutto in quelle teologiche, nella eloquenza e nel rito greco dei giovani italo albanesi, ne seguirono altre cinque, a significare la paterna attenzione del papa verso questa nascente istituzione: la seconda del 1733 (Dum ea quae ad nobis), elogia l'impegno profuso da Felice Samuele Rodotà e la sua nomina a Rettore del Collegio; la terza (Ex inuncto), pone le regole interne dell'istituto; la quarta (Suprema dispositione),viene affidata la presidenza del Collegio ad un vescovo di nomina di nomina pontificia; la quinta del 1737, il papa elargisce dal proprio patrimonio la somma di 12.000 ducati per l'erezione e il sostentamento del seminario; con la sesta (Praeclara Romanorum), viene data facoltà ai Rettori del Collegio di conferire la laurea a quegli alunni che hanno seguito con esito positivo, gli studi in Filosofia, Teologia e Sacra Scrittura. (Immagine 8)

Primi passi del Collegio
Il 16 settembre del 1735, Felice Samuele Rodotà viene nominato vescovo ordinante e presidente del Collegio e abate commendatario dell'abbazia di Ullano, con la facoltà di conferire gli ordini sacerdotali non solo agli italo-albanesi ma anche a quelli di Sicilia, previo nulla osta del diocesano ordinario.
Per oltre mezzo secolo, il Collegio Corsini, così denominato per il cognome del papa fondatore, Clemente XII, fu un eccellente centro di educazione per molti sacerdoti di rito greco, tanto da non aver nulla da invidiare al Collegio Greco di Roma.
Il Collegio Corsini, nei sessant'anni di permanenza in San Benedetto Ullano, formò futuri vescovi, sacerdoti grecisti e altri che si distinsero nella cultura greca in tutto il territorio nazionale.
Sotto Carlo I e sotto Ferdinando I re di Napoli, divenne un eccellente centro di formazione culturale, inoltre il suo presidente, che era anche vescovo con potere di ordinare sacerdoti di rito greco, poteva conferire gli ordini sacri solo previo assenso dell'ordinario diocesano, e aveva la facoltà di visitare le parrocchie nelle varie comunità di origine albanese, tanto da essere il garante dell'integrità del rito orientale. Essendo anche abate commendatario dell'abbazia di Ullano doveva dar conto dell'affinamento intellettuale, morale e religioso dei giovani a lui affidati.
Nel 1735 Felice Samuele Rodotà fu elevato a dignità di arcivescovo di Berea in partibus infidelium e così divennero vescovi tutti i suoi successori.

I successori del Rodotà
Il collegio sotto il governo del suo fondatore ebbe la stima del papa e dei sovrani napoletani; non erano però ben disposti verso l'istituzione i vescovi latini delle diocesi in cui abitavano gli italo-albanesi. Infatti essi consideravano il collegio come una presenza che avrebbe potuto sminuire la loro autorità e una concorrente nella formazione di giovani destinati al sacerdozio.
I successori del Rodotà, pur essendo sacerdoti di provata fede, non ebbero comunque il prestigio, la ricchezza e la cultura per continuare adeguatamente l'opera e difendersi dalle ingerenze dei vescovi latini.
In breve la vita comune non seguì più le regole originarie e così iniziò un'interminabile serie di visite apostoliche che tentarono inutilmente di riportare la serietà e il rigore degli inizi.

Trasferimento del Collegio
Addirittura nel 1794 il Collegio, diventato inagibile, fu trasferito, per ordine del sovrano, da San Benedetto Ullano a San Demetrio Corone (Immagine 9/10) nel complesso edificio abbaziale di Sant' Adriano (Immagine 11/12), edificio la cui struttura architettonica risultava più consona alle caratteristiche proprie di un istituto preposto alla formazione giovanile. Durante questo trasferimento l'insegnamento nel collegio (Immagine 13) divenne sempre di più laico anche per la scelta che il direttore fece di docenti di idee apertamente illuministe e classiciste.
Con l'elezione a direttore di mons. Bellusci (1807-1833), patriota e liberale, già alunno del collegio, l'indirizzo di studi si era ormai del tutto laicizzato, divenendo l'istituzione in breve liceo governativo sotto Gioacchino Murat.
Con la fine del periodo francese e la restaurazione borbonica, il governo del Collegio non subì sostanziali mutamenti.

I moti risorgimentali
Nel 1821, entra nel Collegio, accolto fraternamente, il matematico napoletano Gaetano Cerri, destituito dal suo insegnamento alla Nunziatella di Napoli per sospetta connivenza con i carbonari. Per quale motivo e per quali canali il professore Cerri viene accolto nel Collegio Italo Albanese rimarrà un mistero, ma il qualche studioso pensa che il Rettore del Collegio avesse preso parte alle cospirazioni e ai moti dell'ultimo Settecento e che quindi fosse amico di appartenenti a società segrete. Infatti, nel 1820-21, nonostante i severi controlli subiti dalle autorità di polizia, continuava l'alleanza tra professori del Collegio e la vendita carbonara presente a San Demetrio. La sorveglianza delle autorità nei confronti di questo gruppo di professori si era molto intensificata perché essi parevano interessati più a forgiare i giovani alla lotta contro i Borboni che non istruirli nel diritto o nella matematica.
La Carboneria del Mezzogiorno d'Italia, aveva, indubbiamente, una cellula di tutto rispetto fra i professori del San Adriano.
L'opera di questa cellula era efficacissima e penetrante in quanto, attraverso gli alunni, venivano influenzate le loro famiglie e i ceti più elevati della borghesia italo albanese non avrebbe potuto essere diversamente, perché il Collegio aveva una lunga e consolidata tradizione radicale e giacobina.
In quel periodo, non solo fiorirono gli studi religiosi, ma anche quelli matematici e letterari; l'amore per la libertà, per la patria e per le belle arti, che i professori infondevano con grande calore e ampia di dottrina, elevarono l'istituto a culla del romanticismo calabrese.

L'attentato a re Ferdinando II
Dopo l'attentato al re Ferdinando II (1856) (Immagine 14), il Collegio cominciò a provare le dure persecuzioni della reazione borbonica: l'attentatore era italo albanese e la sua formazione culturale la ricevette fra quelle mura, il suo nome era Agesilao Milano, originario di San Benedetto Ullano (Immagine 15).
Dopo il tentato regicidio (Immagine 16), il Ministero degli Interni inviò in quel Collegio e fra le varie comunità di origine albanese, un vero e proprio esercito di polizia e molti alunni, sospetti di connivenza con gli innumerevoli liberali o essendo loro parenti, vennero allontanati dalla scuola.
Tra quelle mura anche alcuni sacerdoti di rito greco furono gli organizzatori dei moti del 1848, tanto che re Ferdinando II non esitò nel definire il Collegio "covo di vipere e fucina del diavolo."

Conclusioni
Possiamo quindi concludere che il Collegio ebbe carattere ecclesiastico solo nei primi tempi della sua fondazione. Le pesanti ingerenze governative, i soprusi dei vescovi latini locali, gli interessi e le lotte di parte tra coloro che ambivano a ricoprire le cariche nella sua direzione accelerarono la sua laicizzazione, a cui contribuì anche la graduale inosservanza delle regole, lo sperpero delle rendite, la cura non sempre costante dei vescovi-presidenti, l'abbandono degli studi teologici e delle pratiche liturgiche secondo il rito bizantino.
Sotto la spinta delle nuove idee illuministe e romantiche, gli orientamenti educativi del collegio subirono significativi condizionamenti che deviarono lo spirito originario della fondazione; a tutto ciò aggiungiamo che molti alunni avevano aderito alla Massoneria, segno di grande fragilità della formazione religiosa impartita, alla quale avevano aderito anche professori e addirittura sacerdoti.
Questa situazione di laicizzazione si concluse con le politiche anticlericali dello Stato Italiano. Da parte sua la Santa Sede non seppe proporre adeguate soluzioni per risollevare la situazione, per limitare ingerenze laiche e controllare le opposizioni dei vescovi latini.
Anche nella seconda fase della sua attività, da Istituto laico, il Corsini fu comunque molto importante per il mondo italo-albanese, perché grazie ad esso maturò la coscienza di appartenere ad una entità culturale ben precisa, contribuendo alla storia e alla presenza degli Italo-albanesi sul suolo dell'Italia meridionale.