La sacra montagna. L'eremo di Monteluco

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Il territorio collinare della frazione di Monteluco, presso Spoleto, è occupato da un fitto ed antico bosco di lecci (Immagine 1); il singolare nome della frazione deriva dal termine latino lucus, ossia Bosco sacro a Giove, a testimonianza dell'importanza religiosa di questo luogo sin dai tempi antichi. All'ingresso del bosco è posta una copia lapidea della cosiddetta Lex spoletina,(Immagine 2/3) che stabilisce le pene per la profanazione del Bosco sacro.

I monaci orientali
A continuare la sacralità del luogo nel V secolo giunsero alcuni monaci anacoreti orientali, guidati dal santo siriano Isacco che, famoso per la frase "monaco che cura averi monaco non è" con cui aveva rifiutato le profferte degli abitanti del luogo. (Immagine 4)
Ben presto il monte divenne uno sterminato monastero in cui i monaci, come nelle lauree orientali, vivevano isolati in celle o in grotte disseminate per le montagne, sottoposti all'obbedienza di sant'Isacco che era divenuto abate di San Giuliano, una chiesa-oratorio costruita, secondo la tradizione, sul terreno a lui donato da una certa donna Gregoria.
La prima attestazione storica di tale insediamento è costituita da una lettera di papa Pelagio I indirizzata al vescovo di Spoleto, Paolino, e datata 559, nella quale si richiedeva la rimozione di alcuni monaci per la loro condotta scandalosa, il che dimostra che in quel tempo doveva esistere già un monastero annesso alla chiesa. Dopo la morte di sant'Isacco il complesso di San Giuliano entrò nell'orbita benedettina, sotto l'autorità prima dai cassinesi e più tardi dai cluniacensi.

La presenza francescana
Non abbiamo fonti narrative o archivistiche che ci documentino l'insediamento della comunità francescana all'eremo del Monteluco nel XIII secolo, ma il tutto sembra sostenuto soprattutto dalla verosimiglianza delle vicende narrate dalla devota tradizione, che da fatti conosciuti: sicuramente l'esperienza eremitica faceva parte integrante della spiritualità di Francesco, che alternava un'intensa attività apostolica a fasi di raccoglimento in solitudine o con pochi compagni; sicuramente altri insediamenti accertati come La Verna, Greccio, Rivotorto, Le Carceri, si trovano in zone simili, zone di passaggio, al confine tra collina e montagna, tra boschi e pascoli, luoghi dove la scelta eremitica non comportava la rinuncia totale all'apostolato. Sembra inoltre che negli anni 1220/1221 Francesco, per gli occupanti dei romitori, abbia messo a punto una regola in aggiunta a quella valida per tutto l'Ordine.

I primi documenti
Le prime testimonianze che confermano l'esistenza di una comunità francescana (Immagine 5) sul monte sono datate 1350, anno in cui Clemente VI concede a fra' Gentile da Spoleto di condurre in quattro eremi, tra cui Monteluco, la regolare osservanza francescana con l'indicazione che ognuno di questi conventi può avere dodici Minori. Ma la congregazione finisce presto e male: giudicato poco obbediente alla disciplina ecclesiastica e troppo disponibile verso gli eretici, frate Gentile viene incarcerato nel 1355 dal cardinale Albornoz e papa Innocenzo VI revoca a tutta la comunità ogni privilegio concesso dal suo predecessore. Scarcerato e riconciliato con l'Ordine, il frate morirà qualche mese dopo a Brogliano, nel 1362.
Riprova l'esperienza fra Paoluccio Trinci: nel 1368 riesce ad ottenere dal Ministro provinciale dell'Umbria di vivere in regime di stretta e rigorosa osservanza della regola francescana nel convento di Brogliano, insieme ad alcuni compagni. Solo due anni dopo la concessione comprende anche il convento di Monteluco e altri nove conventi umbri, concessione approvata poi anche da Gregorio XI nel 1373.

La fama del piccolo cenobio
Il cenobio di Monteluco in breve guadagna fama di devozione e santità, e diventa il prediletto fra i ventidue conventi che intanto erano cresciuti nella regola minoritica; in cerca di un devoto raccoglimento, sono frequenti e non brevi le visite di compagni e discepoli. Lo stesso Paoluccio Trinci vi trascorre lunghi periodi; qui morirà nel 1391 e il suo corpo, dopo lunghe vicissitudini, verrà solennemente consegnato al convento di Monteluco dall'arcivescovo Riccardo Fontana, in occasione del Giubileo del 2000.
Nel 1556 anche l'artista Michelangelo, più che ottantenne, soggiorna brevemente in questi luoghi per ritemprarsi.
Ai primi anni del Cinquecento l'ordine minoritico aspira ad un maggiore rigore nell'osservanza della regola. Alcuni dei più austeri religiosi fra i minori osservanti, riuniti sotto la denominazione di "Frati minori riformati", promuovono un importante rinnovamento nelle fila della grande famiglia francescana; il convento di Monteluco si conforma a questa nuova corrente spirituale.
Importanti ampliamenti del convento si devono a san Bernardino Albizzeschi da Siena che arriva a Monteluco nel 1430 a cercare pace e riposo. Fa costruire la chiesetta tuttora annessa, ingrandisce il convento attiguo alle primitive celle, individua e adatta altre celle nel bosco, modesti tempietti addossati agli scogli e nascosti dagli elci, ideali per il raccoglimento in preghiera.
Nel Settecento anche i "padri della Riforma" provvedono ad ingrandire il convento integrando l'opera già precedentemente compiuta da san Bernardino. Con il consenso del comune vengono recintati di mura gli orti e viene ampliata la cinta del convento, fino ad inglobare un tratto di selva contigua. Nel 1853, per ospitare chierici e novizi, viene aumentata la superficie dedicata al dormitorio.
Il santuario è tuttora proprietà del comune. Fino al 1946 è stato sede di noviziato. Dal 1954 è aperto al pubblico per ritiri e incontri di spiritualità. Oltre all'attività pastorale, svolge funzione di Casa di probandato, accogliendo ogni anno circa 20 giovani che intendono mettere alla prova la loro vocazione, diventare francescani, e poi svolgere l'anno di noviziato ad Assisi.

Il conventino e i suoi spazi
Dal piccolo cortile (Immagine 6), che fa da centro a tutto il complesso, possiamo accedere ad alcune cappelline; a sinistra: la cappella di San Bernardino, è stata eretta nel 1454, dieci anni dopo la morte del santo; nel tempo è stata più volte trasformata. (Immagine 7)
Poi troviamo l'oratorio di Sant'Antonio da Padova, ricavato dai locali della vecchia legnaia negli anni cinquanta allo scopo di offrire spazio sufficiente ai fedeli della parrocchia durante le funzioni pastorali. Nel 1994 è stato completamente ristrutturato. Altre stanze adiacenti sono la foresteria e il refettorio.
A destra invece si trova: la piccola cinquecentesca chiesa dei SS. Francesco d'Assisi e Caterina d'Alessandria (Immagine 8/9) conserva al suo interno alcune opere d'arte; dedicata al beato Leopoldo da Gaiche, effigiato nella tela d'altare di Giuseppe Moscatelli (Immagine 10); il suo corpo è racchiuso in una cassa trasparente posta sotto l'altare. Nel muro di sinistra è sepolto il beato Francesco Beccaria da Pavia, l'altare è stato costruito nel 1642. (Immagine 11)
Nell'altare maggiore si trova la tela Madonna col Bambino e i santi Caterina, Francesco, Antonio di Padova e Giuseppe (Immagine 12), di Lazzaro Baldi; in alto ai lati dell'altare Madonna delle Grazie, tela del seicento di Carlo Dolci, e Decapitazione di S. Caterina, copia di Ercole Gennari dal Guercino; l'altare e il tabernacolo intagliati in legni pregiati sono opera di frate Bernardino di Collelungo e risalgono alla fine XVII secolo; dello stesso periodo sono gli armadi di noce di fianco all'altare, fatti eseguire dal patrizio spoletino Francesco Martorelli; custodiscono una collezione di vetri di Murano con reliquie donate dalle famiglie Barberini e Cibo. Nell'abside è collocato un piccolo coro in noce.
L'antico oratorio di San Francesco (Immagine 13/14), è situato all'interno del convento; in un'iscrizione del 1673, posta sopra la porta d'ingresso, è presentato come primo sacello di Francesco; di piccole dimensioni, è ornato da un affresco di inizio cinquecento, Natività. La pietra che sorregge il cippo dell'altare pare sia stata utilizzata dal "poverello d'Assisi" come giaciglio.
Il Pozzo di San Francesco (Immagine 15), situato nel cortile, è il luogo centrale dell'eremo; secondo la tradizione, per trovare l'acqua, il santo indicò di scavare nel punto più alto dell'eremo; tra lo scetticismo dei compagni, che ritenevano il punto inadatto, sora acqua cominciò a sgorgare e tuttora zampilla nel pozzo.

Le sette piccole celle (Immagine 16/17), superstiti del vecchio dormitorio, sono le stesse, secondo la tradizione, costruite da Francesco e dai suoi compagni. Le misure di ognuna sono 2 metri x 2 x 2; l'ingresso è una porticina di cm. 130 per 40; una piccola finestrella quadrata le illumina; un pagliericcio come letto, uno sgabello e una ribaltina al muro ne esauriscono l'arredo. (Immagine 18/19/20)
La cappella di Santa Caterina d'Alessandria o Porziuncola di Monteluco, è all'interno della cinta di clausura fra gli ippocastani; antichissimo romitorio, per secoli è stata dedicata alla santa orientale; evoca il movimento eremitico siriano del VI secolo e segna l'inizio dell'eremo francescano.