La cappella tra i monti - La chiesetta di Santa Margherita a Salagona di Laggio di Cadore

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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La chiesetta di Santa Margherita sorta nel pianoro di Salagona, presso Laggio di Cadore, è l’unica testimonianza dell’antico borgo scomparso nel 1705 dopo un grande incendio; di certo è la più antica chiesetta della vallata e costituisce uno dei più interessanti esempi di arte medievale nel Bellunese, attirando l’attenzione di molti studiosi in quest’ultimo secolo. (Immagine 1)
L’esistenza a Salagona di una chiesa dedicata a Santa Margherita risale al 19 dicembre 1272: in quella data un “Altemano” d’Oltrepiave dichiarava con giuramento di dover pagare ogni anno la decima a “Rajnucio” di Calalzo sopra un fondo confinante “de subtus in terra S.te Malgaete”
Numerosi altri antichi documenti ne testimoniano l’esistenza (1278, 1285, 1302) quindi senza ombra di dubbio le origini della chiesetta sono dunque assai antiche e gli studiosi la fanno risalire alla metà del secolo XIII. (Immagine 2)
Santa Margherita martire
Secondo una passio leggendaria redatta in greco da Teotimo (che si dichiara testimone dei fatti), Margherita nacque nel 275 ad Antiochia di Pisidia. Figlia di un sacerdote pagano, dopo la morte della madre fu affidata ad una balia, che praticava clandestinamente il cristianesimo durante la persecuzione di Diocleziano, ed allevò la bambina nella sua religione. Quando venne ripresa in casa dal padre, dichiarò la sua fede e fu da lui cacciata: ritornò quindi dalla balia, che l’adottò e le affidò la cura del suo gregge. Mentre pascolava fu notata dal prefetto Ollario che tentò di sedurla, ma lei, avendo consacrato la sua verginità a Dio, confessò la sua fede e lo respinse: umiliato, il prefetto la denunciò come cristiana. Margherita fu incarcerata e venne visitata in cella dal demonio, che le apparve sotto forma di drago e la inghiottì: ma Margherita, armata della croce, gli squarciò il ventre e uscì vittoriosa. Per questo motivo viene invocata per ottenere un parto facile. In un nuovo interrogatorio continuò a dichiararsi cristiana: si ebbe allora una scossa di terremoto, durante la quale una colomba scese dal cielo e le depositò sul capo una corona. Dopo aver resistito miracolosamente a vari tormenti, fu quindi decapitata il 20 luglio (dies natalis) del 290 all’età di quindici anni. (Immagine 3)
Nel X secolo il suo corpo fu trafugato da Agostino da Pavia che voleva portarlo nella propria città. Giunto però nell’abbazia di San Pietro in Valle Perlata presso Montefiascone egli si ammalò e morì, lasciando la reliquia in quel luogo: sono comunque diverse le località, soprattutto italiane e francesi, che vantano il possesso delle sue reliquie.
Santa popolarissima nel Medioevo, Giovanna d’Arco dichiarò che una delle voci celesti che udiva era proprio quella di santa Margherita (che le appariva insieme all’arcangelo Michele e a santa Caterina d’Alessandria). Spesso assimilata ad altre sante come Caterina d’Alessandria, Pelagia, Reparata ed è inserita tra i quattordici santi ausiliatori che venivano invocati nei momenti difficili. È molto venerata (col nome di “Marina”) anche dalla Chiesa ortodossa, che ne celebra la memoria il 17 luglio e la invoca contro le febbri malariche. La stessa data è utilizzata nelle regioni meridionali dell’Italia, dove il culto fu probabilmente importato da monaci bizantini durante le persecuzioni iconoclaste. (Immagine 4)

La struttura architettonica
La chiesetta ricalca l’impostazione delle chiese primitive della zona che, a livello architettonico erano delle stanze comuni a pianta quadrilatera di modeste dimensioni, orientate sull’asse est-ovest, che davano notevole importanza al simbolo del sole nascente in relazione a “Cristo come nuova luce per il mondo” (Immagine 5). L’edificio è piccolo, quadrato e tutto bianco; sulle facciate a fianco alla porta d’accesso ci sono due finestre con la grata. Il tetto è stato ristrutturato da poco; è fatto di tegole di legno e presenta un piccolo campanile a comignolo con una campana dal suono penetrante. (Immagine 6)
In essa molto probabilmente sostavano tutti coloro che si recavano in montagna o sui pascoli a lavorare.
Il ciclo pittorico
La piccola costruzione sacra è completamente ricoperta di affreschi in stile bizantino del XIII-XIV secolo e un pregiato soffitto a cassettoni in legno di larice del XVII secolo (Immagine 7). Nella parte bassa delle pareti troviamo un motivo decorativo, una sorta di velario a motivi scalari o squame lobate, che si ritrovano anche in altre chiese della Marca Trevigiana, terra dei Camino.
Gli affreschi riguardano le varie feste cristiane e uno, in particolare, rappresenta la Natività con santa Margherita protettrice delle partorienti. (Immagine 8)
A livello iconografico evidenziamo le scene della Natività di Cristo, della Missio Apostolorum e della Deesis, (Cristo Giudice in trono) tipiche della cultura bizantina.
A livello stilistico i critici hanno attribuito a due maestri l’intero ciclo.
il maestro principale, colui che ha affrescato la Deesis (Immagine 9/10) e la Vergine tra i Santi (Immagine 11), è caratterizzato da un deciso delineamento dei contorni qualificati da una grossa linea scura. Le figure sono maestose e ieratiche mentre i gesti sono precisi, ma nel complesso un po’ rigidi. La caratteristica più notevole è comunque è la capacità di articolare i vari panneggi che bene delineano la maestosità dei corpi.
I restanti riquadri sono attribuibili ad un altro maestro che non usa marcature più nette, ma toni uniformi, delicati e sfumati di giallo ocra e verde pallido. L’impostazione frontale è alleggerita da leggeri movimenti e gesti che rompono la ieraticità tipica dell’arte orientale. Da notare però che quest’ultimo artista ha la capacità di disporre le figure nello spazio e ciò è evidente nel riquadro della Missione degli Apostoli (Immagine 12/13/14) dove i corpi piegati ed espressivi creano un effetto di profondità sorprendente.

La Natività.
A riprova della densità iconografica e simbolica di tali affreschi, vogliamo citare per intero l’articolo di Matteo da Peppo dell’Università di Padova.
“… gli affreschi sono icone vere e proprie dove campeggia Dio e dove il mistero di Dio stesso, attraverso gli affreschi, viene espresso. Le immagini sono “sacramentali partecipi della sostanza divina”, una grazia dell’infinita misericordia di Dio, un’occasione per toccare un lembo del Paradiso. Soffermando la nostra analisi sull’affresco riguardante la Natività (Immagine 15), posto in zona presbiterale sulla parete sud-est della chiesa, possiamo dire che l’immagine si presenta ai nostri occhi come un’icona di alto valore teologico legata ad una tradizione del v sec.: non si avvertono influenze derivanti dallo sviluppo teologico trecentesco del presepio influenzato delle nozioni di S. Francesco d’Assisi. L’immagine ha una scenografia precisa (fatto insolito per l’arte bizantina), una montagna triangolare avente lo scopo di guidare la nostra lettura e di svelare ai nostri occhi il mistero salvifico della Natività di Cristo. Si deduce infatti che il Figlio di Dio disceso dal cielo in quanto divino s’incarna nel ventre della Madonna distesa all’interno di un nimbo, con un abito rosso simbolo della vita e dell’amore divino. Con l’incarnazione, infatti, Gesù diventa mortale e potrà portare a termine la Sua Sofferenza che culminerà con la crocifissione. “Il signore ha assunto una vera carne ed ha veramente patito altrimenti la fede sarebbe vana”. Il bimbo è posto nello stesso asse di simmetria del ventre della Madre nonché alla stella a sei punte che enfatizza la sua discendenza dalla famiglia di Davide. Al centro della montagna si apre una grotta oscura che qui si pone come un riferimento preciso alle fauci dell’abisso: all’ingresso dell’apertura è posta una culla-sarcofago che prefigura già la morte. Cristo porta delle bende, indicate ai pastori dagli angeli, quali segno di riconoscimento del bimbo-divino e che diventeranno poi l’unico segno del Risorto per gli Apostoli Pietro e Giovanni davanti al sepolcro vuoto. Nella parte inferiore dell’icona (Immagine 16) vi è un’altra scena: il contesto, a mio modo di vedere, è quello del Battesimo che apre la strada per un cristiano agli altri Sacramenti. La parola battesimo deriva dal greco Baptisma, Baptizein e significa “immergere nell’acqua”; in effetti il battesimo simboleggia il seppellimento del vecchio uomo e la rinascita dell’uomo rinnovato. Nell’immagine dipinta si vede Cristo posto all’interno di una vasca con due donne ai lati: una cristiana, con l’aureola e degna di nome cioè Anastasia. L’altra pagana, senza segni di riconoscimento probabilmente perché incapace di cogliere la nuova luce per il mondo, cioè Gesù. Il nome di Anastasia, che ha il significato proprio di Resurrezione, discesa negli inferi e uscita da questi, valore stesso anche del battesimo, è molto particolare da trovare nel contesto di Natività, ma sicuramente non casuale. Sembra enfatizzare questo elemento salvifico del Battesimo, sacramento principale sia per la Chiesa Romana che per la Chiesa Ortodossa, che rappresenta l’inizio della vita del credente. A tutt’oggi Santa Anastasia viene considerata il punto di unione tra la civiltà d’oriente e quella d’occidente. La ricorrenza di questa Santa cade il 25 dicembre, giorno stesso della Natività di Cristo, e anche questa analogia non è casuale. Tirando le somme del nostro discorso possiamo dire che S. Anastasia, avente il valore di resurrezione, nella Natività è la prima persona umana a cogliere la nuova luce divina; diventa quindi simbolo per il genere umano di rinascita, che lei per prima ha colto in Gesù bambino…”