La cappella di Sant’Ambrogio, o cappella Grifi nella chiesa di San Pietro in Gessate

Un gioiello dell’arte quattrocentesca milanese
Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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La cappella altro non è che il braccio sinistro del transetto della chiesa di San Pietro, una costruzione dalle sobrie linee tipiche dell’architettura solariana della Milano quattrocentesca.
La struttura semiottagonale con finestre a sesto acuto, ricoperta da una volta a sei spicchi con cordonature terminanti in una serraglia, è interamente affrescata con le Storie di Sant’Ambrogio; purtroppo i dipinti sono in cattivo stato di conservazione, eppure costituiscono uno dei più importanti cicli della pittura lombarda umanistico-rinascimentale. (Immagine 1)
La decorazione fu commissionata da Ambrogio Grifi, protonotario apostolico, consigliere e medico della corte ducale di Ludovico il Moro, che la scelse come propria sepoltura.

Ambrogio Grifi
Ma chi era Ambrogio Grifi (Immagine 2) per potersi permettere un ciclo di affreschi tanto ambizioso?
Ambrogio nacque intorno al 1420 da Giacomo, mercante di Varese, e dalla nobile Caterina Castiglioni. Fu uno dei medici più celebri del XV secolo, tanto da guadagnarsi, alla fine della sua carriera, l’epiteto di “alter Esculapius”.
Il Grifi studiò medicina a Pavia dal 1444, addottorandosi nel 1449, e si registrò nel Collegio dei medici di Milano il 3 marzo 1450, nei giorni in cui Francesco I Sforza (Immagine 3) veniva acclamato duca. I rapporti con la corte sforzesca dovettero presto diventare molto stretti, tanto che il Grifi svolse diversi incarichi diplomatici per conto dello Sforza. Infatti il Grifi doveva essere una sorta di inviato di cortesia, che i duchi di Milano solevano mandare presso altri principi perché li assistesse in occasione di qualche loro infermità. È nota la ricca corrispondenza epistolare tra il medico e i duchi, nella quale di volta in volta o Francesco Sforza o Bianca Maria Visconti (Immagine 4) chiedeva notizie sulla salute dei congiunti. Questo delicato ruolo fece salire sempre di più la sua influenza all’interno della corte.
Sulla via del ritorno da una missione diplomatica, ai primi del gennaio 1465, sostò a Bologna, dove guarì dalla febbre il generale dei francescani Francesco Della Rovere, futuro papa Sisto IV (Immagine 5), fatto che sarà importante per il futuro del Grifi.
Nel 1466, dopo la morte di Francesco Sforza, divenne il medico di fiducia anche del figlio erede del ducato, Galeazzo Maria Sforza (Immagine 6). I rapporti con il nuovo duca erano assai intimi. Durante l’assenza da Milano di Galeazzo Maria, impegnato nel 1467 nella campagna contro Bartolomeo Colleoni, il Grifi gli inviò diverse lettere per rassicurarlo sulla salute dei suoi familiari; in particolare seguì la salute di Bianca Maria e fu presente al decesso della duchessa nel 1468.
Fu anche grazie al legame personale con il pontefice Sisto IV della Rovere, che aveva curato da una fastidiosa febbre, che il Grifo decise di intraprendere la carriera ecclesiastica, infatti dal settembre 1476 divenne abate di San Pietro di Lodi Vecchio e contestualmente fu nominato protonotario apostolico. La decisione di farsi chierico non compromise comunque i suoi rapporti con il regime sforzesco. Nel 1477, per esempio, egli ricevette da Bona di Savoia (Immagine 7), vedova di Galeazzo Maria, il dono di una casa in Porta Ticinese, nella parrocchia di S. Giovanni sul Muro, casa ancora in parte presente nel tessuto urbano della città, ove creò anche un proprio studio e in seguito venne nominato consigliere segreto ducale.
Anche sotto il governo di Ludovico il Moro (Immagine 8) la posizione del Grifo a Milano rimase quella di una personalità di prestigio, come prova del resto anche il fatto che nel corso degli anni Ottanta egli prese stabilmente dimora nel castello di Porta Giovia, con il titolo di archiatra ducale. Nel novembre 1484 il cardinale Giovanni Arcimboldi lo nominò suo procuratore nella presa di possesso dell’arcivescovado di Milano. Nel gennaio del 1487 il G. ricevette anche l’ambito riconoscimento della cittadinanza milanese, che attestava come sotto il governo del Moro egli continuasse a essere ritenuto una figura di prestigio.
Morì, verosimilmente a Milano, soffocato dal catarro, il 13 novembre 1493. Il 4 settembre 1489 il Grifi aveva compilato un dettagliato testamento, che presenta parecchie caratteristiche di originalità. Egli istituì dei legati a favore della Fabbrica del Duomo, dell’ospedale Maggiore di Milano, dei poveri di Varese, nonché di vari conventi milanesi, e dispose inoltre la fondazione di un Collegio in Pavia da intitolare alla famiglia Griffi, e destinato a mantenere agli studi 6 o 8 universitari provenienti da Varese e da Lodi. Fra le disposizioni testamentarie vi era quella di farsi seppellire all’interno della chiesa milanese di San Pietro in Gessate, nella cappella di S. Ambrogio da lui fondata.
Un personaggio tanto prestigioso non poteva non affidarsi a pittori di spicco dell’ambito artistico milanese.

La cappella di Sant’Ambrogio e gli affreschi
La commissione fu affidata nel 1487 inizialmente a Vincenzo Foppa, che non assolve il compito; in seguito stipula un contratto con Troso da Lodi, con il quale pure non giunge a una conclusione. Infine si rivolge ai trevigliesi Bernardino Butinone e Bernardino Zenale, che avevano già lavorato insieme al polittico di Treviglio; i nomi dei due pittori sono ancora in parte visibili ai piedi della cattedra di sant’Ambrogio. (Immagine 9)
La decorazione della volta ha il suo fulcro nella chiave della volta sulla quale è raffigurato il volto di Cristo, contorniato da una raggera di cherubini rossi, e più sotto da una cerchia di angeli oranti e musicanti. (Immagine 10/11/12)
La parete centrale presenta in alto, nella lunetta, l’immagine di Ambrogio a cavallo con lo staffile in mano (Immagine 13), nell’atteggiamento con cui egli sarebbe apparso in aiuto dei Milanesi nella battaglia di Parabiago (1339). Il riquadro sottostante, che doveva rappresentare probabilmente gli eserciti durante lo scontro, è andato perduto ed ora è sostituito da un altare barocco.
Sulle pareti laterali sono rappresentati riquadri, con cornici in cui spicca l’emblema araldico del Grifi (due grifoni appaiati reggenti uno scudo con grifone) costituiti da architetture rinascimentali all’interno dei quali si aprono paesaggi con vari episodi della vita del santo. (Immagine 14)
I riquadri di destra e di sinistra rappresentano ciascuno, su di un unico paesaggio, diversi episodi della vita del santo su vari livelli, distribuiti a partire dal primo piano fino allo sfondo.
Il riquadro di sinistra esemplifica la figura di Ambrogio vescovo e la sua sollecitudine pastorale. Infatti in primo piano vediamo il battesimo di sant’Agostino attorniato dalla folla di chierici, giovani e dame (1/2/3) (Immagine 15/16/17); più sopra si nota Ambrogio che predica ai fedeli (4/5), mentre in alto Ambrogio caccia Teodosio dal tempio (6/7). La lunetta sovrastante presenta due pavoni e le fronde di una pianta il cui fusto è tutto nell’affresco sottostante. Il pavone è simbolo di morte, di risurrezione e di vita eterna, ed esprime gli attributi di Cristo, come la regalità, la gloria e l’immortalità; non è un caso che questi pavoni siano coronamento della scena in cui Ambrogio battezza e insegna la parola di Dio per la salvezza delle anime.
Il riquadro della parete di destra presenta Ambrogio nella sua funzione civile, di uomo saggio e oculato amministratore (Immagine 18/19). Tali caratteristiche sono frutto della vita di preghiera del santo: infatti in alto (1) si nota Ambrogio in preghiera, più sotto (2) Ambrogio riceve la dignità episcopale; poi Ambrogio mentre battezza (3) e mentre benedice i fedeli (4); Ambrogio predica ai fedeli in attento ascolto (5/6); Ambrogio amministra la giustizia (7/8) a un peccatore inginocchiato davanti a lui; all’estremo margine della scena notiamo uno sgherro che tira una corda (11) che continua nella lunetta superiore: ad essa è appeso un altro condannato accanto al quale c’è una scimmietta. (Immagine 20) La scimmia è la bestia satanica per eccellenza, essa è una caricatura dell’uomo del quale scimmiotta ogni gesto. È la controfigura del diavolo: maligna, ladra, subdola, lussuriosa, ingorda e per di più bugiarda e idolatra; non a caso è collocata accanto ad un malfattore nell’atto in cui viene punito.

Il sepolcro
In mezzo alla cappella stava il monumento funebre del Grifi, eretto nel 1493 anno della sua morte.
Il testo del contratto ci permette di conoscere il nome dello scultore e alcuni dettagli del manufatto: Benedetto Briosco e il sepolcro doveva essere in marmo di Carrara di cui erano indicate le misure (4 braccia in lunghezza, un braccio e mezzo di larghezza, un braccio e un quarto in profondità). L’arca con la statua del Grifi giacente, doveva essere sorretta da grifoni in bronzo con la lapide che ricorda le onoranze tributategli dai Presidi della Misericordia, la confraternita che ne eseguì le ultime volontà.
In fase di attuazione però avvennero alcuni cambiamenti: l’abbigliamento del Grifi anziché nero, come da contratto, venne eseguito in marmo rosso broccatello di Verona, così come il cuscino; variante che contribuisce comunque ad aumentare il contrasto tra il colore livido del volto e delle mani. (Immagine 21/22)
Purtroppo il monumento venne smembrato e nella cappella si può ammirare il poco che rimane.