La cappella della Pietà di Bernardino Luini in San Giorgio al Palazzo

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Nell’antica chiesa di San Giorgio al palazzo (Immagine 1/2/3), il cui nome deriva dalla presenza dell’antico palazzo imperiale di Milano (sec. III d.C), si trova la cappella della Pietà, dipinta da Bernardino Luini (1482-1532) nel 1516.
La cappella è dedicata al Corpus Domini o del Santissimo Sacramento ed era la sede dell’omonima confraternita, una delle più antiche di Milano. La sua importanza è documentata dalla concessione che nel 1513, il duca Massimiliano Sforza del godimento di diritti in campo patrimoniale e giudiziario che avevano solo la Fabbrica del Duomo e l’Ospedale Maggiore e i più importanti istituti caritativi della città.
La commissione per la decorazione della cappella, infatti, avviene pochi anni dopo: sappiamo dai documenti che nel 1516 un confratello, Luca Terzago, cancelliere della confraternita, fece abbellire la cappella dal pittore Bernardino Luini, con un compenso di 371 lire. (Immagine 4/5)

La cappella della Pietà
La decorazione è in parte ad affresco e in parte su tavola, diverse tecniche che ora ben si notano per il deteriorarsi dei colori, mentre all’origine il tutto era più omogeneo.
La cappella ha pianta trapezoidale (Immagine 6), con due pareti oblique e una piccola volta a tronco di cono: grazie agli espedienti prospettici e alla scelta di un’unica fonte luminosa ( a sinistra di chi guarda), viene accentuato l’effetto prospettico della profondità, che pare più ampia di quanto non sia in realtà. Certamente Luini aveva presente la “famosa” prospettiva bramantesca di Santa Maria presso San Satiro, chiesa che si trova a poche centinaia di metri da San Giorgio.
La cappella è profilata da finti marmi, opera del primo ventennio del Novecento, così come lo è la scritta sotto la tavola centrale (VINCENS DOLORE MARTYRES B. LOVINIUS FECIT 1516 – Superando nel dolore i martiri: riferita alla passione e morte di Gesù). (Immagine 7)

La Passione e la morte di Cristo
IL primo episodio del ciclo è, sulla parete di sinistra, la Flagellazione, come è indicato dalla tabula ansata che pende dall’alto appesa ad una trave (ET FLAGELLAVIT EUM – e lo fecero flagellare), creando l’effetto della tridimensionalità della scena e rendendoci protagonisti e spettatori delle sofferenze di Gesù. Cristo è coperto solo da un perizoma bianco, ha le braccia legate alla colonna ed è circondato da due aguzzini che lo stanno flagellando. L’ambiente è scuro e dal basso soffitto, solo una luce radente evidenzia Gesù, che ci fissa con sguardo implorante, e i corpi nerboruti dei due aguzzini. IL corpo di Gesù è segnato dai segni delle frustate e percorso da lievi rivoli di sangue. (Immagine 8)
Si procede poi sulla lunetta, al centro, con la Coronazione di spine: il Redentore ha gli occhi bendati e le mani legate tra cui tiene una canna a mo’ di scettro, indossa un manto di porpora, segno della sua regalità, trattenuto da una fibula su cui è disegnato Mosè che fa scaturire l’acqua dalla roccia (chiara prefigurazione di Gesù, nuovo Mosè dal cui costato scaturiranno acqua e sangue per la salvezza degli uomini); da notare un piede di Cristo in prospettiva che pare uscire dalla cornice. Ai lati, genuflessi, altri due personaggi in abiti logori: quello alla nostra sinistra lo percuote sulla testa con una canna, l’altro lo riverisce con un gesto osceno facendogli boccacce. Lungo il bordo superiore della lunetta si legge IMPONUNT PLECTENTES CORONAM SPINEAM (Gli impongono una corona di spine da essi intrecciata). (Immagine 9)
La terza tavola, a destra, presenta Pilato mentre mostra Cristo al popolo: Pilato è in sontuose vesti foderate di vaio (una pelliccia con una particolare struttura), mentre da una trave sommitale pende una tabula
ansata, sempre dipinta in prospettiva, con la scritta ECCE HOMO (Ecco l’Uomo). Accanto a Cristo un personaggio apre il mantello deridendolo, mentre Pilato mostra il corpo martirizzato di Gesù. (Immagine 10/11)
In alto, nella volta, è affrescata la Crocifissione tripartita da finte lesene che aprono però su un’unica scena illusionisticamente aperta sul cielo alle spalle del profilo del Golgota. (Immagine 12)
Nei due spicchi inferiori, accanto all’imposta dell’arco, stanno due angeli piangenti che ricordano i genietti funebri classici; al centro si staglia Cristo in croce alla cui base si intravede il teschio di Adamo, mentre soldati a cavallo con le insegne (SPQR e lo scorpione) fanno la guardia e uno alza la spugna imbevuta d’aceto. Sulla sinistra sono raffigurati Giovanni, le Pie donne in atto di sostenere la Vergine svenuta, a destra il centurione Longino e i soldati che si stanno giocando a dadi la veste di Cristo.

Il Compianto sul Cristo morto
La pala d’altare presenta una affollata serie di personaggi (Immagine 13) che piangono sul corpo esanime di Gesù. Il tutto ricorda la drammaticità delle sacre rappresentazioni, dominata da un pathos contenuto e dalla solenne gestualità. Oltre ai personaggi ricordati dai Vangeli, sono presenti altri in abiti cinquecenteschi.
Al centro Maria, dal volto teso, fissa il Figlio abbandonato sulle sue ginocchia. IL corpo eburneo di Cristo (in analogia con il colore delle particole consacrate e in dialogo con il sacerdote che elevava l’ostia sul piccolo altare) segna la diagonale costruttiva dell’intera scena. Un giovane Giovanni, nel tipico abito verde, ne sostiene la schiena, Maddalena dal capo scoperto e dalla elaborata acconciatura dei suoi capelli biondi, tiene con delicatezza le gambe e i piedi. In alto a sinistra due pie donne, a destra due anziani: Giuseppe d’Arimatea con il lenzuolo per avvolgere in corpo del defunto bene in vista e Nicodemo con il vasetto degli unguenti.
Due vescovi inginocchiati sono ai lati del gruppo centrale: la loro presenza indica la Chiesa che ancora oggi ci propone il Mistero della Morte e Resurrezione del Cristo, non come pio ricordo ma come vivo e contemporaneo evento; si tratta di sant’Ambrogio a destra, ai cui piedi era visibile il tipico flagello e a sinistra probabilmente sant’Agostino, con il simbolo del libro con le fiamme. Sono il patrono di Milano e il santo che a Milano, grazie ad Ambrogio, ha incontrato la fede cattolica convertendosi. Entrambi per rispetto sono inginocchiati e hanno la mitria ai loro piedi. (Immagine 14)
Ma molte altre figure riempiono lo spazio: a destra una donna con un piccolo bimbo in braccio che ha in mano un cardellino, simbolo della Passione; inoltre vi sono tre figure di uomini, forse ritratti di confratelli.
Le tre scene sono inquadrate da cornici illusionistiche; sui margini superiori si legge la scritta: PRHO DOLOR HE HEV MORTALE GENUS HEU PIETAS VEDEN QU(I) NATUS DULCIS MEUS FERA MORTE SUA VITAM TIBI CONCILIANS LACER OCCUBUVERIT QUO SI NOBISCUM NON LACRIMAS QUO LACRIMARE CONSUESTI DOLORE ( O che dolore, ahimè, o stirpe mortale, o pietà, non vedi come il mio dolce figlio donandoti la vita con la sua morte crudele giacque straziato?). L’iscrizione richiama sia il testo delle Lamentazioni 1, 12 che i versi danteschi del canto 33 detti dal conte Ugolino.