La basilica di Sant’Andrea a Vercelli

Un gioiello cistercense piemontese
Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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L’architettura cistercense, in genere, si può ammirare in Italia nei complessi monumentali monastici. Furono proprio i monaci cistercensi, e san Bernardo in particolare, a sviluppare questo modello architettonico, fatto di sobrietà, nudità, snellezza ed estrema eleganza formale. Risulta quindi abbastanza strano e suggestivo il fatto che sia invece una basilica ad avere adottato questa impostazione architettonica e formale. Fondatore della basilica di Sant’Andrea (Immagine 1), tra il 1219 ed il 1227, fu il cardinale e diplomatico vercellese Guala Bicchieri (ca 1150 – 1227) (Immagine 2). Fu legato pontificio in Inghilterra dal 1216 al 1218 e svolse un ruolo politico importante negli ultimi anni di regno di Giovanni d’Inghilterra e nei primi anni di reggenza di Guglielmo il maresciallo (data la giovane età di Enrico III). Nel 1205 divenne cardinale, servendo come legato pontificio del nord Italia, prima di diventare legato pontificio in Francia nel 1208. Papa Innocenzo III lo nominò legato pontificio in Inghilterra nel 1216. Guala Bicchieri arrivò in Inghilterra nel mezzo della prima guerra baronale, mentre i baroni ribelli tentavano di rovesciare re Giovanni e di mandare in esilio l’arcivescovo di Canterbury, Stephen Langton, motivo che aveva privato la Chiesa inglese di una guida. Guala Bicchieri si schierò a fianco di re Giovanni contro i baroni, che appoggiavano le mire del principe francese Luigi al trono d’Inghilterra. La figura del legato pontificio fu determinante per stabilizzare la situazione dopo la fine della guerra e per la nuova stesura della Magna Charta. Oltre a mediare fra i baroni ribelli ed il re, a supervisionare l’elezione del clero ed a punire quello ribelle, amministrare i possedimenti monastici il legato pontificio partecipò all’organizzazione del quarto Concilio Laterano. Guala tornò in Italia nel 1219, dopo la firma del trattato di Lambeth. Fondò la basilica di Sant’Andrea a Vercelli, nella quale si trova il libro di Vercelli (Vercelli book), uno dei pochi manoscritti esistenti in anglosassona.

La storia
La prima pietra per l’edificazione della nuova basilica fu posta, alla presenza del vescovo Ugone, il 19 febbraio 1219. Il cardinale era da poco tornato dall’Inghilterra dove, nel suo ruolo di legato pontificio, aveva potuto guadagnarsi le stima e la gratitudine del re Enrico III, al punto da ottenere come ricompensa le rendite in perpetuo dell’abbazia di Saint Andrew a Chesterton, presso Cambridge. In virtù delle risorse finanziarie disponibili il cardinale decise dunque di convocare da Parigi a Vercelli alcuni canonici di Saint-Victor e di affidare loro la titolarità della edificanda abbazia, nonché dell’ospedale per i pellegrini di cui si iniziò la costruzione nel 1224. Furono verosimilmente tali canonici, ed in particolare l’abate Tommaso Gallo - già docente all’Università di Parigi - ad importare in terra vercellese le novità dell’architettura gotica sorte nell’Ile-de-France. Sfruttando le proprie doti diplomatiche, il cardinale riuscì, negli anni successivi, a proteggere ed aumentare i possedimenti dell’abbazia mediante donazioni e privilegi provenienti dal papa Onorio III e dall’imperatore Federico II. Nel 1227, anno in cui il cardinale Bicchieri si spense a Roma, la costruzione della basilica era terminata. Non si conosce quale architetto abbia progettato la basilica e coordinato i lavori, pur essendosi congetturato un ruolo attivo dello stesso Tommaso Gallo in quanto conoscitore del gotico francese, mentre secondo alcuni storici dell’arte l’architetto potrebbe essere addirittura Benedetto Antelami. Bisogna in ogni caso ipotizzare, oltre all’opera di architetti consapevoli dei modelli cistercensi, anche l’intervento di costruttori legati alla tradizione romanica lombardo emiliana, poiché nella realizzazione della basilica si assiste ad un fusione tra la recente affermazione dello stile gotico ed il lascito della tradizione locale. (Immagine 3) Il complesso architettonico abbaziale ha conservato in ampia misura l’aspetto originale. All’inizio del XV secolo venne costruito, in posizione isolata sul lato destro della chiesa, un nuovo campanile che presenta il medesimo stile dei due campanili posti a fianco della facciata. Nel corso del XVI secolo – quando già ai canonici di San Vittore erano subentrati i canonici Regolari Lateranensi - venne rifatto il chiostro del monastero, conservando tuttavia le originali colonnine disposte a gruppi di quattro che ancora oggi si osservano. Il complesso ha subito danneggiamenti legati, oltre cha all’usura del tempo, ad alcuni eventi bellici, quali l’assedio spagnolo della città di Vercelli nel 1617. Nel 1818 si costituì una commissione per il restauro del complesso i cui lavori terminarono nel 1840. Fu nel corso di tali restauri che venne ritrovato lo Scrinium (cofano da viaggio) del cardinale Guala Bicchieri (Immagine 4) oggi conservato al Museo civico d’arte antica di Torino. Altri interventi di restauro ebbero luogo nel 1927 e nel 1955-60.

Gli esterni
Dall’esterno (Immagine 5) possiamo notare che la pianta della basilica è a croce latina (Immagine 6), con tre navate longitudinali formate ciascuna da sei campate; le due navate laterali hanno larghezza ed altezza inferiore di quella centrale. Inoltre si osserva come la navata laterale destra sia percorsa da contrafforti dai quali salgono archi rampanti (elementi tipici dell’architettura gotica) che si appoggiano alla navata centrale. Il transetto, a cinque campate, ha la stessa larghezza ed altezza della navata centrale. Al loro incrocio si innalza un alto tiburio a base ottagonale, sormontato a sua volta da una torre campanaria, anch’essa ottagonale, che termina in una cuspide piramidale in laterizio. L’abside è a pianta rettangolare, come tipico del gotico cistercense; osservandola dall’esterno essa si presenta fiancheggiata delle strutture murarie corrispondenti alle sporgenze absidate (a profilo poligonale) di quattro cappelle che si aprono sui bracci del transetto. La facciata della basilica (Immagine 7) si caratterizza per il suo equilibrio cromatico, ottenuto grazie all’impiego di pietra verde di Pralungo, di biona calcarenite del Monferrato e di serpentino di Oria. A tali sfumature di colore si contrappone il rosso del cotto ed il bianco dell’intonaco nella parte alta dei due campanili gemelli che incorniciano la facciata, in linea con la cifra cromatica dell’intera basilica. La forma della facciata mostra le sue ascendenze del romanico lombardo-emiliano per la presenza di elementi quali il tetto a capanna, i portali con archi a tutto sesto, il doppio ordine di loggette e la presenza del grande rosone (con rosa a dodici colonnine). Due snelli pilastri a fascio incorniciano il portale centrale ed il rosone sovrastante. Due ordini di loggette con colonnine e capitelli attraversano, da un campanile all’altro, la facciata e delimitano inferiormente il timpano, al vertice del quale è posta una elegante edicoletta. I due campanili laterali (Immagine 8), impiegano sin quasi all’altezza del timpano, lo stesso materiale costruttivo in pietra che connota la facciata, poi mostrano una struttura in laterizio e proseguono verso l’alto con specchiature intonacate con colore bianco (aperte dalla usuale successione di monofore, bifore e trifore), e con rosse cornici marcapiano ornate da archetti pensili in cotto. Le cuspidi piramidali dei due campanili sono formati da mattoni scuri; su quella di sinistra è posto un gallo in ferro battuto e rame, simbolo della vigilanza, su quella di destra svetta la croce di Sant’Andrea. L’accesso alla basilica è assicurato da tre portali (Immagine 9) di foggia romanica marcatamente strombati, ed ornati da quattro ordini di colonnine binate e da archi con sfumature di colore diverso (vi è impiegato anche il marmo rosso di Verona).

I portali
Di grande interesse artistico sono i rilievi scultorei posti nella lunetta del portale centrale (Immagine 10) ed in quella del portale di sinistra (Immagine 11), risalenti agli anni di costruzione della chiesa. La lunetta centrale mostra (come la scritta a caratteri semigotici incisa sull’architrave puntualmente indica) la scena del Martirio di Sant’Andrea (Immagine 12). Vi si osserva al centro la figura Sant’Andrea crocifisso a una croce di rozza fattura (in forme che imitano la Crocifissione di Gesù)(Immagine 13); a destra Egea, proconsole d’Acaia che ordina a due suoi sgherri l’esecuzione del martirio (Immagine 14/15/16); a sinistra è raffigurata la vergine cristiana che diede sepoltura al corpo del santo assieme due fedeli (Immagine 17); nell’archivolto, impreziosito da decorazioni floreali, è rappresentato un angelo che porta in cielo l’anima del Santo (Immagine 18). Nella lunetta di sinistra (restaurata nell’Ottocento) si osserva la scena del cardinale Guala Bicchieri che offre la chiesa a Sant’Andrea in trono (Immagine 19/20). Una scritta dedicatoria incisa sull’architrave inizia col verso Lux cleri patriaeque decus e prosegue con un ampio elogio del virtù del cardinale, fatto che induce a pensare che il rilievo scolpito sia stato realizzato dopo il 1227, data di morte del Bicchieri. La lunetta di destra presenta una decorazione (non corrispondente all’originale) con colonnine disposte a raggiera ed archi trilobati. L’autore dei due gruppi scultorei è forse individuabile in Benedetto Antelami o, più verosimilmente, in maestri seguaci dell’Antelami, provenienti dal cantiere del battistero di Parma.

Gli interni
Gli interni si caratterizzano per una decisa impronta gotica (Immagine 21) con le sue tre navate, il transetto, l’alto tiburio ed il coro. Le tre navate sono divise tra loro da archi ogivali (Immagine 22) sorretti da pilastri a fascio con un elemento centrale cilindrico circondato da otto colonnine, le cui membrature risalgono lungo le pareti sino a congiungersi con i costoloni delle volte a crociera gotica che segnano le diverse campate (Immagine 23), rettangolari nella navata centrale, quadrate in quelle laterali. Gli spazi interni sono messi in risalto dalla bicromia delle ghiere e delle diverse membrature. Si crea così, assieme al rosso degli archi ogivali, un deciso contrasto cromatico con il bianco delle nude pareti, producendo una sottolineatura delle strutture architettoniche di grande suggestione. La navata destra prende luce da sei monofore, mentre quella di sinistra è illuminata da altrettanti oculi aperti sul lato del chiostro. Su ognuno dei due bracci del transetto si aprono due cappelle absidate. All’incrocio tra la navata centrale ed il transetto s’innalza il tiburio (Immagine 24). I quattro pennacchi che segnano il raccordo tra il tiburio e la struttura sottostante sono impreziositi da singole colonnine poggianti su mensole figurate che salgono sino a raggiungere le trombe coniche del tiburio, dove, su altre mensole in pietra, trovano posto sculture (di scuola antelamiana) raffiguranti i quattro simboli degli evangelisti. Tali mensole sono a loro volta sovrastate da una curiosa decorazione a fresco con ventagli e girali. Più in alto, lungo le otto pareti del tiburio, si apre una galleria con archi ciechi (tre per ogni lato) che precede la volta a cupola segnata da otto spicchi. Oltre lo spazio del capocroce, nell’abside che chiude longitudinalmente la navata centrale, trova posto il presbiterio e l’ampio coro a pianta rettangolare (Immagine 25), copiosamente illuminato da un rosone e da tre ampie monofore ed ornato da stalli lignei del primo Cinquecento.
Tra le opere d’arte più importanti segnaliamo gli stalli lignei del coro (Immagine 26/27). Si tratta di un’opera realizzata dall’ebanista cremonese Paolo Sacca a partire dal 1511. Gli stalli, danneggiati nel 1802 durante la soppressione degli ordini religiosi, vennero restaurati nel 1829 a cura dell’ebanista vercellese Ignazio Revelli. Venticinque sono le tarsie di Paolo Sacca che si sono conservate: sulla cattedra centrale del coro è posta la tarsia di Sant’Andrea; le altre ventiquattro formano un’interessante teoria di nature morte, di oggetti liturgici e di scorci di paesaggi urbani. Su una di esse trova spazio anche la rappresentazione della facciata della basilica di Sant’Andrea.

Il monastero e il chiostro
Sulla destra della basilica si sviluppava il monastero voluto dal cardinal Guala Bicchieri per i monaci vittoriani (Immagine 28). Degli antichi locali che ancora si possono ammirare si devono soprattutto menzionare la splendida aula capitolare (Immagine 29) (con quattro colonne centrali che reggono i costoloni delle nove arcate della volta) e, seppur rimaneggiato, il chiostro costruito al centro dei locali del monastero. Una ristrutturazione del chiostro (Immagine 30/31) è intervenuta nel corso del XVI secolo ed ha interessato la copertura dei corridoi che originariamente dovevano presentare un tetto spiovente sorretto da capriate in legno; in tale occasione si decise di riutilizzare le colonnine dell’antico chiostro. La struttura del nuovo chiostro realizzata nel XVI secolo è quella oggi visibile: essa si connota per la presenza di archi a tutto sesto e di volte a crociera sostenute dalle originarie colonnine, disposte a gruppi di quattro che poggiano su una sola base. I capitelli sono a crochet, in coerenza con una scelta stilistica unitaria che interessa anche tutte le colonnine che decorano l’esterno della basilica. Negli intradossi degli archi sono presenti i resti di motivi decorativi affrescati, di tipo geometrico ed a grottesca. Risalgono al XVI secolo anche le cornici in cotto che sottolineano piacevolmente gli archi che si aprono sull’ampio cortile con il pozzo. Un recente restauro ha ripristinato il portale che mette in comunicazione il chiostro con la navata sinistra della basilica. La lunetta del portale (originariamente posta all’ingresso della sala capitolare) mostra importanti rilievi duecenteschi con l’Agnus Dei (Immagine 32/33) attorniato dalle figure del Battista e di San Giovanni Evangelista. Dal chiostro è suggestiva la visione del lato sinistro della basilica, con gli oculi (Immagine 34) che illuminano la navata laterale della basilica, gli archi rampanti che salgono sulla navata centrale, le cornici in tufo intagliato ed il maestoso tiburio sormontato dalla torre campanaria. (Immagine 35)