L’abbazia di Santa Maria in Valdiponte

L’antico insediamento monastico
Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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L’abbazia di Santa Maria in Valdiponte è una delle più stupefacenti architetture religiose medioevali delle colline umbre, poco distante da Perugia in località Montelabate. (Immagine 1)
Si tratta di una chiesa-fortezza posta lungo l’arco della dorsale dell’Appennino. Incerta è la data di fondazione di questa abbazia benedettina, però i documenti ne parlano fin dalla seconda metà del X secolo. (Immagine 2)

Le origini
Nei documenti più antichi il monastero è chiamato Santa Maria in Valdiponte in Corbiniano dal monte omonimo che li sovrasta a est. Il primo documento per una datazione sicura del complesso è un antico atto notarile del 993; nel quale un tale Giovanni Gregorio cede agli abati e ai monaci un terreno compreso tra il Tevere e il Rio d’Arno; inoltre risale al 969 un privilegio di papa Giovanni XIII, peraltro di controversa interpretazione dagli studiosi, con cui conferma all’abate Pietro le proprietà monastiche e lo incarica di restaurare e riformare il monastero secondo l’antica regola di san Benedetto segno che esso doveva già avere alle sue spalle una parabola fondazione-crescita-decadenza. (Immagine 3)
La prima attestazione certa di Valdiponte, in un documento originale, è un testamento del settembre 995. (Immagine 4)

La storia
I secoli XI-XII costituiscono, per il monastero, la fase di espansione della proprietà fondiaria e di affermazione della propria posizione egemonica su un vasto territorio, che, senza contare le aziende più distanti e isolate, raggiungerà a ovest il lago Trasimeno, a sud la città di Perugia, a est si estenderà anche all’interno della diocesi di Gubbio, a nord fino all’attuale Umbertide. Il meccanismo di costruzione di tale fortuna è quello tipico delle fondazioni monastiche del periodo, le donazioni pro anima o le cessioni di diritti. (Immagine 5)
Decisivo per le successive fortune del cenobio fu il momento della sua diretta soggezione alla Santa Sede e dello svincolamento da qualsiasi pretesa del potere episcopale locale.
I secoli XI e XII vedono in Europa il diffondersi dei movimenti di riforma monastica, a partire da quelli sorti a Cluny e Cîteaux, per giungere alle nuove proposte di Camaldoli, Vallombrosa; Valdiponte rimane però estranea a questa generale tendenza al rinnovamento: l’abbazia non entra a far parte di alcuna struttura congregazionale, e continuerà a essere benedettina della primitiva osservanza, autonoma e autocefala, alle dirette dipendenze di Roma (solo nel 1749 vi verrà introdotta la riforma cistercense).
Situato in un punto strategicamente importante tra le due città di Perugia eGubbio, il monastero intrattiene rapporti con entrambi i Comuni; dalla documentazione appaiono più intensi ma nel complesso tranquilli quelli con Perugia, più sporadici ma con punte di tensione quelli con Gubbio. (Immagine 6)
Nel complesso, il XIII è il secolo di maggior fortuna per Valdiponte: nel settembre del 1277 l’abate, assieme ai rappresentanti di tutti i principali enti religiosi del territorio viene invitato dalle autorità comunali perugine a due riunioni sull’acquedotto, nella residenza e alla presenza del vescovo e di fra Bevignate, allo scopo di fornire un aiuto concreto per la realizzazione dell’opera, su cui erano concentrate in quegli anni le energie e le risorse dell’intera collettività, culminata nella Fontana Maggiore di Nicola e Giovanni Pisano.

L’inizio del declino
Nel XIV secolo si nota che spesso la carica di abate è occupata da membri di importanti famiglie perugine, nell’ambito di strategie di potere delle singole consorterie: questo non aiuta al ristabilimento della pace interna al cenobio, e difatti la situazione raggiungerà una fase critica all’inizio del XIV secolo, dopo la morte di Deodato, e soprattutto nel 1318, sotto l’abate Uguccione I Monalducci, quando si profilò una vera e propria "fronda" di scontenti. (Immagine 7)
Nel 1404, dopo la morte dell’ultimo abate regolare, Giacomo, l’abbazia diventa commenda, della quale a lungo (1527-1651) saranno titolari i membri della famiglia Cesi di Todi: ciò influisce negativamente sulle vitalità e capacità di iniziativa tipiche dell’antico cenobio.

La chiusura
Dopo la parentesi repubblicana e napoleonica, in cui anche il cenobio di Valdiponte viene soppresso e i suoi beni espropriati (1808-1815), la definitiva chiusura del monastero avverrà nel 1859-1860, con l’allontanamento dell’ultimo abate. L’edificio, divenuto di proprietà privata, viene lasciato in stato di abbandono: durante la seconda guerra mondiale viene usato negli anni 1943-1944 come deposito per le opere d’arte conservate nella Galleria nazionale dell’Umbria, per alcune di quelle della Pinacoteca di Brera e per le collezioni di maggior pregio della Biblioteca Augusta. Infine, nel 1956 viene acquistato dalla Fondazione Gaslini di Genova, che ne è ancora oggi proprietaria.

La chiesa e i suoi altari quattrocenteschi:
Nel corso di secoli si sono susseguiti diversi mutamenti sia sulla struttura architettonica che nelle opere di abbellimento dell’interno.
La chiesa (Immagine 8), la cui facciata ha un grande portale (Immagine 9), sormontati da un rosone (Immagine 10) attribuiti alla bottega del “Maestro ricamatore”, è, dedicata a Santa Maria; si tratta di un edificio in stile romanico – gotico edificato tra la seconda metà del ‘200 e gli inizi del ‘300, con un’ unica navata di tre campate, coperta da volte a crociera, con abside poligonale. Le sue misure interne sono rispettivamente di 30 m. di lunghezza per 15 m. di larghezza (Immagine 11). Ancora oggi nella chiesa sono presenti due grandi affreschi che sovrastano gli altari posti vicino al portale d’ingresso su quello di sinistra è raffigurata la Vergine in trono col Bambino tra Sant’ Antonio e San Bernardino. Ai suoi piedi, tra San Rocco e San Sebastiano è collocato il popolo, genuflesso, in preghiera datato 1488 e realizzato da Bartolomeo Caporali. L’affresco di destra rappresenta una crocifissione (Immagine 12) con la Vergine e San Giovanni Battista; al di sotto sono raffigurati San Sebastiano e San Rocco, protettori contro la peste. L’opera è attribuita alla scuola di Fiorenzo di Lorenzo (1492).

La cripta
Sotto la basilica si apre l’ampia cripta che è la parte più antica dell’attuale struttura abbaziale e risale probabilmente alla prima metà dell’XI secolo. In una nicchia della cripta sono presenti alcuni frammenti di un affresco databile all’inizio del Trecento che raffigurava probabilmente una Vergine col Bambino. Si vede ancora inginocchiato l’abate committente dell’affresco.

Il chiostro
Di grande suggestione è il chiostro, centro pulsante di ogni monastero. Il chiostro si compone di due livelli. Il primo, come scritto in uno dei capitelli, fu terminato sotto l’abate Oratore (1205-1222), mentre il secondo fu aggiunto negli ultimi decenni del XIII secolo. Tuttavia l’esistenza di un chiostro è già documentata dal 1195, e visto che per l’edificazione di quello attuale sono state utilizzate parti di colonne di recupero databili anche al IX-X secolo, è ipotizzabile la presenza di un chiostro più antico in precedenza. (Immagine 13/14/15/16/17/18)

La Sala del capitolo
Tra i diversi ambienti monastici evidenziamo la Sala del Capitolo. Essa era il luogo in cui i monaci si riunivano per dirimere le questioni importanti riguardanti la vita abbaziale. L’ambiente preserva ancora affreschi di rilievo attribuiti al pittore denominato “Maestro di Montelabate”, protagonista della pittura perugina di fine Duecento. In essi sono rappresentati: San Benedetto, una Vergine col Bambino, il committente inginocchiato l’abate Trasmondo, la Crocifissione con la Vergine e san Giovanni.