Il volto di una Chiesa orientale e la fedeltà di un popolo. I 100 anni dell’Eparchia di Lungro

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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L’origine storica dell’insediamento in Italia dei profughi albanesi risale agli anni dell’unione del concilio di Firenze (1439) tra Giovanni VIII Paleologo (Immagine 1), imperatore bizantino (1425-1448), e il papa Eugenio IV (Immagine 2). Gli albanesi, bene accolti in Italia dopo la morte di Skanderbeg (Immagine 3/4) (1468), dipendevano dal metropolita ortodosso di Ocrida, la cui giurisdizione si estendeva anche in Italia. Questa situazione di comunione tra due diverse tradizioni ecclesiali durò fino al concilio di Trento (1563), quando le comunità italo-albanesi vennero sottoposte alla giurisdizione dei vescovi latini. Papa Clemente XII (Immagine 5) nel 1732 con la bolla Inter multiplices fondò il collegio Corsini a San Benedetto Ullano, poi trasferito a San Demetrio Corone, proprio per la formazione di un clero di rito bizantino che potesse seguire i fedeli di origine albanese. I vescovi ordinanti e presidenti del collegio sono stati F. S.Rodotà (1735- 1740); N.De Marchis (1742-1756); G. Archiopoli (1757-1789); F.Bugliari (1792- 1806); D. Bellusci (1808-1833); G. De Marchis (1834-1858); A. Franco (1858-1875); G. Bugliari (1875-1888); G. Schirò (1889-1896); G. Barcia (1902-1912).

L’Eparchia
L’Eparchia greca di Lungro (Immagine 6) è stata costituita da papa Benedetto XV (Immagine 7) molto più tardi con la bolla Catholici Fideles (1919), per cui nel 2019 si festeggiano i 100 anni di tale istituzione. L’Eparchia comprende alcune parrocchie italo-albanesi di rito bizantino- greco in provincia di Cosenza, Potenza, Lecce e Pescara, prima sottoposte agli ordinari latini. Così cita la bolla «I fedeli cattolici di rito greco – inizia la bolla – che abitavano l’Epiro e l’Albania, fuggiti a più riprese dalla dominazione dei turchi, emigrarono nella vicina Italia, ove, accolti con generosa liberalità, si stabilirono nelle terre della Calabria e della Sicilia, conservando, come del resto era giusto, i costumi e le tradizioni del popolo greco, in modo particolare i riti della loro Chiesa, insieme a tutte le leggi e consuetudini che essi avevano ricevuto dai loro padri e avevano con somma cura e amore conservate per lungo corso di secoli. Questo modo di vivere dei profughi albanesi fu ben volentieri approvato e permesso sull’autorità pontificia, di modo che essi, al di là del proprio cielo, quasi ritrovarono la loro patria in suolo italiano. All’inizio, come suole accadere, tutto andò bene per ambedue le parti. Ma con l’andar del tempo, raffreddatasi la carità di chi li ospitava, cominciarono a sorgere con troppa frequenza gravi e fastidiose liti, che tristemente turbavano la pace dei fedeli, che pur professavano gli stessi dogmi della medesima Chiesa».

Le parrocchie
La Catholici Fideles costituisce il coronamento di un lungo e travagliato iter, durato dal XV sec. al 1919. L’eparchia lungrese comprende attualmente molte parrocchie, prima appartenute e sottratte al territorio delle diocesi di Rossano, di Bisignano, di Cassano Jonio, di Anglona, di Penne, di Lecce. Negli ultimi anni si sono aggiunte le parrocchie anche situate in Abruzzo, Basilicata.
I vescovi dell’eparchia sono stati: G. Mele (1919-1979), G. Stamati (1979-1987), E. Lupinacci (dal 1987-2010) e da ultimo D.Oliverio (2010) (Immagine 8/9).
Così disse san Paolo VI agli italo-albanesi nel 1968:
«Se la storia vi ha visti oppressi e dispersi, la bontà di Dio ha fatto che voi, con tutti i membri del vostro «Gjaku i shprishur/Stirpe dispersa», con fervida attività innata e con la comprensione acquisita, vi rendeste dovunque tramite di alleanze e collaborazioni, che spesso vi hanno resi anticipatori del moderno ecumenismo».

L’arte iconografica
Un interessante studio di Daniela Moccia (Iconografia neo-bizantina nell’Eparchia di Lungro, 2002) fa il punto sulla situazione strutturale e decorativa delle chiese dell’Eparchia, le quali nella loro quasi totalità un tempo erano ufficiate con rito latino e quindi con caratteristiche strutturali proprie di quel rito. In tutta l’Eparchia si nota, scrive l’autrice, un costante risveglio della tradizione iconografica bizantina; anzi dal 1921 ad oggi è nato un movimento per consolidare tale identità che per lungo tempo si era smarrita. Tale recupero ha visto il succedersi di tre fasi, che nelle nostre brevi schede di presentazione delle chiese evidenzieremo: una prima fase bizantineggiante. La Chiesa italo-albanese aveva dimenticato il valore l’importante valore rituale e liturgico della pittura iconica. Solo dal 1919, con l’istituzione dell’Eparchia, si avvia un periodo di risveglio ed appropriazione di un’espressione artistica legata alle particolarità del rito bizantino. I parroci, all’epoca, si appoggiarono ad artisti digiuni dell’arte iconica, che non avevano le conoscenze teologiche e iconografiche proprie di questa espressione artistica. Addirittura poche chiese erano dotate di iconostasi, ma i servizi liturgici avvenivano in chiese dalla struttura ancora latina.
La seconda fase viene detta greco-cretese; questo periodo è caratterizzato dalla presenza di artisti provenienti dalla Grecia o da Creta, cioè dalla patria dell’iconografia bizantina, artisti che pienamente conoscevano canoni e procedure per decorare le chiese. Gli artisti che operarono furono: il cretese Nikos Jannakakis, i greci Kostas Tsilsavidis, Giuseppe Printezis, Stefano Armakolas, Demetrio Soukaràs e Ernestos Koninos.
La terza ed ultima fase è quella chiamata albanese, nella quale quasi unico protagonista è il pittore Josif Droboniku, che con la moglie Liliana (Immagine 10) ha decorato moltissime chiese dell’Eparchia.

L’iconostasi
L’iconostasi (Immagine 11) è certamente l’elemento architettonico che più caratterizza una chiesa bizantina. Si tratta di una parete in legno, marmo o muratura, su cui sono poste, seconda precisi canoni, le icone. Tale parete, situata nella zona del presbiterio e separante l’aula dei fedeli da quella riservata ai sacerdoti, è dotata di tre porte: quella centrale, alla quale possono accedere solo i ministri durante le celebrazioni, è più ampia rispetto alle due simmetriche a destra e a sinistra. Simbolicamente essa separa la terra dal cielo. Anche le chiese occidentali fino a XIV ne erano dotate, ma da allora via via l’iconostasi scomparve dalla cultura religiosa occidentale. Le porte dell’iconostasi rimangono in genere chiuse; solo nel corso della celebrazione si apre quella centrale, che tuttavia in alcuni precisi momenti della celebrazione viene chiusa da una tenda per sottolineare l’aspetto misterioso di ciò che sta avvenendo sull’altare.
Oltre l’iconostasi si trova l’altare, che simboleggia il sepolcro di Cristo, sormontato da un ciborio.
Anche le icone sull’iconostasi sono poste con un ordine preciso. Partendo dal basso è costante la presenza destra dell’icona di Cristo e a sinistra della Theotòkos (Madre di Dio); esse sono accompagnate a sinistra da San Giovanni Battista e a destra dagli arcangeli Gabriele e Raffaele, quali custodi delle porte. Altro elemento costante della parte inferiore è l’icona dell’Annunciazione, perché rappresenta l’inizio della storia della Salvezza; così come nella parte superiore è costante la presenza dell’Ultima Cena posta proprio sopra la porta centrale. Sulla sommità dell’iconostasi troviamo la Crocifissione e accanto le icone delle feste bizantine

Le chiese parrocchiali
Vorremmo ora in breve presentare alcune delle più antiche o più interessanti chiese parrocchiali dell’Eparchia soprattutto situate in Calabria.

Iniziamo dalla cattedrale, a Lungro, dedicata a San Nicola di Mira. (Immagine 12)
Il 21 dicembre 1722 iniziarono i lavori per la costruzione della cattedrale, a cui lavorarono maestranze napoletane e, quasi un anno dopo, vennero edificate le fondazioni. Fu, nell’essenza strutturale, completata nel 1776 sulle rovine della precedente chiesa edificata nel 1547.
Nel 1822 venne aperta al culto ed elevata a cattedrale, mentre nel 1832 si concluse l’edificazione delle parti più significative. È tuttavia il 1825 l’anno che segna il completamento strutturale della chiesa, per l’allestimento artistico non è possibile fissare una data precisa di ultimazione dei lavori, poiché, ancora oggi, sono in fase di esecuzione le opere musive nonché gli elementi decorativi della navata centrale e di quelle laterali del tempio. Nel 1829 l’architetto Paolo Anselmi concluse le prime decorazioni dell’interno mentre artisti di scuola napoletana affrescarono le volte; il nome di Paolo Anselmi è ben visibile sulla navata centrale in alto sull’arco insieme all’anno. Nel 1916 fu costruita la torre campanaria.
Nel 1919 la cattedrale mancava, tuttavia, di significativi dettagli estetici che furono affidati all’architetto Aristide Armentano, infatti la cattedrale fu la prima di tutta l’Eparchia ad avere un’iconostasi. L’architetto elaborò un primo prospetto negli anni in cui veniva istituita da papa Benedetto XV l’Eparchia di Lungro (13 febbraio 1919). Intorno al 1923 i lavori di Armentano si conclusero con la realizzazione di una nuova facciata e l’eliminazione della torre campanaria. Nel 1955, furono avviati di adattamento dello spazio interno alle esigenze del culto bizantino che comportò la demolizione degli altari nelle navate laterali, la realizzazione dell’iconostasi e la realizzazione di mosaici e dipinti murali.
Il santuario (Immagine 13) è separato dal resto della chiesa dall’iconostasi. A partire dal 1921, la chiesa di San Nicola di Mira, elevata a cattedrale, subisce profonde modifiche, per essere adattata alle esigenze del rito bizantino-greco. L’architettura barocca della chiesa, pur non alterando le strutture murarie e il disegno originale dell’edificio sacro, si presta, con i suoi ampi spazi, ad essere uniformata allo spirito ed alle esigenze liturgiche della Chiesa d’Oriente. La cattedrale è ricca di mosaici tra cui il Pantocrator che copre l’intera superficie della cupola centrale, cioè circa 120 m², che è interna e non fuoriesce dal tetto, e ha un’altezza di 18 metri. Rilevante è anche il mosaico del vasto catino dell’abside, sormontato dal mosaico della Platytera (Maria la più ampia dei cieli) e circondata dalle figure degli arcangeli Gabriele e Michele, dal re Davide e dal profeta Isaia, e il mosaico della cappella del fonte battesimale, realizzato dal pittore e mosaicista albanese Josif Droboniku, che ha eseguito il grande mosaico della cupola centrale con il Cristo Pantocrator. Dello stesso artista albanese è il mosaico del Giudizio universale, che sovrasta il portone centrale della cattedrale.

San Benedetto Ullano
Sede originaria del Collegio Corsini (Immagine 14), può considerarsi la culla del riconoscimento della peculiarità religiosa degli albanesi arrivati in Italia.
La chiesa parrocchiale dedicata a San Benedetto (Immagine 15/16). La chiesa parrocchiale era unita all’antico monastero fondato nel 1099 i cui ruderi nel 1862 vennero venduti dal Comune ad un privato. In seguito ai vari terremoti del 1854, del 1887 e dell’8 settembre 1905, la chiesa venne danneggiata e più volte dovette essere chiusa al culto. Nel 1932, grazie ad un largo contributo dello Stato, di Pio XI e di tutta la popolazione, si è potuta ricostruire. Nel dicembre del 1933 la chiesa venne ultimata e l’altare consacrato il 17 dello stesso mese da S.E.D. Giovannni Mele, Vescovo di Lungro. In questa Chiesa si conserva un’urna cineraria dei tempi di Augusto e vi sono ancora, tra i pochi reperti antichi, due busti in marmo, uno di papa Clemente XII (Immagine 17) e l’altro del primo vescovo greco delle Calabrie, Felice Samuele Rodotà (Immagine 18), entrambi di pregevole lavoro. Le icone dell’iconostasi sono tra le prime realizzate in modo sistematico da Josif Droboniku (1991-1992) (Immagine 19/20)
Altra chiesa significativa è presso la frazione Marri ed è dedicata a San Giuseppe (Immagine 21); anche in questa chiesa nel 1996 furono commissionate a Josif Droboniku quattro icone.

Acquaformosa, parrocchia di San Giovanni Battista
La chiesa (Immagine 22) è stata costruita dagli albanesi che abitavano l’allora casale agli inizi del 1500, ma probabilmente venne ultimata già nel 1526. Cadente, fu demolita e ricostruita tra il 1936 ed il 1938, su progetto di Aldo Mainieri. Nella chiesa sono evidenti elementi dell’architettura romanica a cui il progettista si è ispirato. L’articolazione ritmica sia delle strutture di sostegno che di quelle sostenute, la complessa organizzazione delle masse e degli spazi che danno un senso di robustezza accentuata dalla presenza di lesene e contrafforti, fanno della chiesa matrice di Acquaformosa uno splendido esempio del romanico dell’Italia meridionale. In questa chiesa si incontrano, fondendosi, i tipi e le forme occidentali ed il mondo greco. La pianta si sviluppa in lunghezza con asse longitudinale, a tre livelli: navata-solea-vima. Sul lato orientale della navata centrale vi è una parte sopraelevata, è il solea, che è il luogo della comunione dei fedeli, oltre il solea, divisa dall’iconostasi, su un piano ancora superiore, si trova l’altare al quale si accede attraverso la Porta Regale. All’interno dell’altare si erge la tavola santa che, per mistica trasposizione e raffigura il Signore stesso. La navata sinistra con soffitto piano è divisa in tre campate e culmina con il battistero, la parete esterna è finestrata con due monofore ad arco a tutto sesto strombate all’interno.
Le principali icone (Immagine 23) vennero commissionate nel 1939 al pittore romano Giovanni Battista Conti, che già aveva operato nella cattedrale di Lungro. In queste opere si nota come il pittore abbia tentato di conformarsi alle particolari caratteristiche dell’arte iconica.

Civita, parrocchia di Santa Maria Assunta
La chiesa di Santa Maria Assunta (Immagine 24) fu edificata nei primi decenni del 1600 in quell’area, che oggi costituisce il centro di Civita. L’edificio all’esterno si presenta come una costruzione imponente, ma dai volumi semplici con tetti spioventi ed ampi finestroni. Addossato all’abside troviamo un corpo aggiunto, che costituisce la torre campanaria con l’orologio. Sulla torre sono state collocate tre grosse campane. La facciata della chiesa è caratterizzata da uno spazioso portone di accesso e da due porte più modeste laterali. Le sue parti interne sono adornate da elementi architettonici barocchi. La chiesa e stata abbellita più volte nel corso del tempo; oggi la chiesa ha l’iconostasi e l’altare greco che risplendono per le icone, per i mosaici e per le pitture bizantine (Immagine 25).

Cosenza, parrocchia del Santissimo Salvatore
La chiesa del Santissimo Salvatore sorge nel centro storico di Cosenza. La chiesa è stata fondata nel 1565 e l’anno dopo assegnata all’Arciconfraternita dei Sarti, che ha per patrono sant’Omobono di Cremona. A partire dal 1978 la chiesa è sede della parrocchia greca per gli italo-albanesi di rito bizantino residenti in Cosenza e dintorni, provenienti dai paesi arbëreshë della provincia di Cosenza che vivono nella Eparchia di Lungro. La struttura architettonica della chiesa risale alla fine del Cinquecento. Grazie ad un bel portale, in pietra locale si accede all’interno che si presenta a unica navata rettangolare, con presbiterio a pianta quadrata. In essa si conservano vari affreschi che raffigurano gli apostoli, il Salvatore e la Vergine Madre. Nei lavori di adattamento al Rito Bizantino, è stata costruita l’Iconostasi, in pietra locale nel 1982; dove sono state poste le icone del Cristo Pantokrator e della Theotokos, realizzate su tela da Demetrio Soukaràs, iconografo greco. Sull’Iconostasi si trovano anche le icone de l’Annunciazione, la Natività, l’Ultima Cena, la Morte e la Resurrezione di Gesù. Dietro l’Iconostasi è posta la meravigliosa icone dell’Ascensione realizzata dall’iconografo Josif Droboniku che ne ha realizzato anche altre. Alle pareti laterali, le due grandi icone raffiguranti la Natività di Nostro Signore Gesù Cristo e il Battesimo nel fiume Giordano, sono opera di Attilio Vaccaro di Lungro. (Immagine 26)

Eianina, parrocchia di San Basilio il grande
Nel piccolo centro di Eianina, la chiesa in stile barocco (Immagine 27), è orientata verso est. Risalente al XVIII secolo si caratterizza per la sua cupola esagonale, la facciata tripartita e il mosaico raffigurante S. Basilio sulla facciata realizzato da Josif Droboniku. All’intero l’iconostasi e l’altare di stile bizantino sono stati eretti nel 1947 e in seguito le stesse sono state abbellite con icone realizzate dal pittore cretese Nikos Ianakàkis, dal Turrà e dal Droboniku. (Immagine 28)

Falconara albanese, parrocchia di San Michele arcangelo
La chiesa è seicentesca (Immagine 29), ma presenta tracce di molte modifiche successive e anche elementi delle chiese di rito greco, al quale Falconara è tornata da alcuni decenni. All’interno (Immagine 30) si conserva inoltre una interessante tela del ‘700 del pittore Giuseppe Pascaletti. Josif Droboniku ha dipinto le icone dell’iconostasi e dietro all’altare un Crocifisso su tavola sagomata. (Immagine 31)

Firmo, parrocchia di Santa Maria assunta
La chiesa matrice (Immagine 32) si trova nel cuore del centro storico, sulla sommità della collina; la sua costruzione presumibilmente si può far risalire verso la metà dello XVII secolo. Si presenta con un impianto a croce latina, con la navata centrale più larga e più alta rispetto a quelle laterali dalle quali è divisa da due file di pilastri quadrangolari e illuminata dall’alto da finestre, sopra le quali s’innesta una volta a botte che copre in senso longitudinale tutta la navata centrale. L’adattamento al rito greco si sta attuando lentamente, nel rispetto dell’esistente, dovuto alla committenza domenicana e alle esigenze del rito greco praticato da sempre dagli abitanti di Firmo. Sui tre lati dell’abside è inserito un coro ligneo risalente al 1700 di manifattura artigianale locale, mentre nella parte centrale vi è posto l’altare e un baldacchino di legno realizzato negli anni Settanta del XX secolo sorretto da quattro pilastri circolari sempre in legno, le pareti dell’abside sono interamente decorate con stucchi e cornici di gesso e ospitano due affreschi rappresentanti: la Natività di Gesù e l’Ultima Cena, opera anche questi con grande probabilità del pittore settecentesco Genesio Galtieri. Ai lati dell’altare si trovano le preziose icone del Pantokrator e dell’Odigitria provenienti dal Monte Athos (anni ‘70 XX sec.), sono esposte alla venerazione dei fedeli sui proskinitaria di legno intagliato coperti di un antico pani di seta riccamente decorato di oro. I dipinti murali sono i primi realizzati da Josif Droboniku per una chiesa dell’Eparchia nel 1991.

Frascineto, parrocchia di Santa Maria assunta
La chiesa (Immagine 33/34) esisteva da prima dell’arrivo degli albanesi, poi è stata ampliata e restaurata dal popolo di Frascineto nella seconda metà del XVIII secolo. Ulteriori interventi di abbellimento, come stucchi e decorazioni di stelle e corone nuziali racchiusi in cerchi, si sono conclusi nel 1794 da Bernardo Pallisciano. Altri interventi per l’adeguamento al rito greco-bizantino, furono effettuati nel 1946, quando l’olandese Girolamo Leusing arricchì l’iconostasi con tavole delle sacre immagini. Di particolare interesse sono anche i quadri e le opere realizzate da Riccardo Turrà e dall’iconografo albanese Josif Droboniku. (Immagine 35)
Plataci, parrocchia di San Giovanni Battista
I primi dati storici che documentano la presenza di una chiesa parrocchiale risalgono al 1600. Nel XVIII sec. essa venne sicuramente sostituita da una nuova costruzione a tre navate, poiché non presenta sovrapposizioni e/o giunzioni. Il sacro edificio (Immagine 36), come tutte le primordiali chiese parrocchiali delle comunità italo-albanesi di rito bizantino, non è stato costruito secondo i canoni architettonici delle chiese bizantine, per le particolari situazioni, venutasi a creare nei secoli passati a contatto con il rito e le autorità ecclesiastiche latine. La chiesa ha la facciata in stile rinascimentale con tetto a sovente ed è affiancata da un tozzo campanile a base quadrata che accoglie un originale orologio meccanico. La pianta basilicale ha con una ampia navata centrale ed altre due laterali aventi larghe arcate a tutto sesto che poggiano su robusti pilastri in muratura. All’incrocio tra il transetto e la navata principale si eleva una cupola che all’interno è semisferica, mentre, all’esterno, risulta inglobata in un tamburo ottagonale attorniato da una serie di finestrelle quadrilobate. Venne più volte rimaneggiata e nel XVII sec. fu abbellita dal fasto dell’arte barocca, di cui, oggi, conserva qualche caratteristica nei capitelli e negli elementi decorativi. All’interno oggi presenta alcuni accorgimenti peculiari del suo rito quali, ad esempio, la presenza prevalente di icone al posto delle statue, di un’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa dove si collocano i fedeli e di un altare posto al centro dell’abside. Le icone vennero dipinte nel 1937 da J.Pleyos, che pur conoscendo i canoni bizantini, non ne ha usato la tecnica propria. (Immagine 37)

San Demetrio Corone, parrocchia di Sant’Adriano
La fondazione della chiesa di S. Adriano (Immagine 38) è legata alla figura di san Nilo di Rossano, uno dei maggiori protagonisti del monachesimo greco dell’Italia meridionale del X secolo. Nel 955 san Nilo, dopo un periodo di duro ascetismo, si trasferì a San Demetrio e su un terreno di proprietà della famiglia fondò il suo ascetario, divenuto poi un cenobio, accanto al quale vi era un piccolo oratorio già esistente dedicato ai santi martiri Adriano e Natalia. San Nilo vi rimase fino al 980. Dopo la sua partenza la chiesa fu distrutta durante un’invasione saracena, ma successivamente, secondo alcuni, la cappella fu ricostruita da san Vitale da Castronuovo. Nel 1088 il duca normanno Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, donò il monastero, con tutti i suoi edifici, alla abbazia benedettina di Cava dei Tirreni. Questa dipendenza, che durò per diciotto anni, fu importante per la storia edilizia della chiesa. Nel 1106 lo stesso Ruggero Borsa sottrasse il monastero alla Badia di Cava dei Tirreni e lo restituì ai basiliani. In epoca normanna, tra la metà del XII secolo e la prima metà del XIII secolo, il monastero raggiunse uno stato patrimoniale di floridezza economica, tanto che venne ricostruito ex novo. In questo periodo venne costruito il bellissimo pavimento in opus sectile (Immagine 39); addirittura si pensa che l’intera pavimentazione fosse decorata in origine con disegni geometrici, di cui oggi solo la metà è giunta a noi, mentre il rimanente è rivestita con mattonelle, frutto dei restauri del XX secolo; oltre al pavimento troviamo quattro lastre figurative medievali. All’interno della chiesa (Immagine 40) non solo il pavimento presenta delle decorazioni, ma anche le pareti che in origine dovevano essere affrescate; purtroppo solo una parte è giunta fino a noi, riscoperta nel 1939. Nella chiesa sono presenti anche delle sculture: un capitello bizantino del X secolo adattato ad acquasantiera, una conca ottagonale presumibilmente d’epoca normanna e un coperchio del X secolo. Si tratta di opere di botteghe locali, facenti parti di quell’arte chiamata basiliano calabrese, in quanto influenzata dalla cultura bizantina al tempo dei normanni. La chiesa ha subito nei secoli varie perdite e rifacimenti, ma nel complesso mantiene sua bellezza degli elementi bizantini e normanni.

San Basile, parrocchia di San Giovanni Battista
La chiesa (Immagine 41) è stata costruita dopo la venuta degli albanesi nel 1791, come testimonia la data che si trova scolpita sul cornicione dell’edificio stesso. Secondo le testimonianze orali, fu edificata dalle maestranze locali e dagli abitanti del paese, che per giorni trasportarono i materiali utilizzati. Lavori ben più ampi furono eseguiti sulla costruzione per interessamento della stessa curia vescovile latina di Cassano da cui San Basile dipendeva; proprio per questo motivo, lo stile della chiesa non è bizantino, ma tardo-barocco. L’esterno è semplice, con un campanile non molto alto, dotato di campane realizzate nel 1500, sicuramente appartenute ad un vicino monastero. La planimetria della chiesa è a tre navate e con l’altare maggiore posto sotto l’arco trionfale. Anche la decorazione interna è tipicamente barocca con fregi e figure angeliche. Per adattare lo stile alle particolari esigenze del rito bizantino, nel 1930 è stato abbattuto l’altare maggiore per la sua struttura irregolare e sostituita da uno quadrato sormontato da un baldacchino. L’altare, è separato dal resto della chiesa dall’iconostasi, simbolica finestra dell’eternità, ricca di icone e dipinti. Autore delle icone è Riccardo Turrà (1938) (Immagine 42)

San Cosmo albanese, parrocchia Santi Pietro e Paolo
La chiesa dei SS. Pietro e Paolo (Immagine 43) si trova nel centro storico del paese che fu fondato da arbëreshë intorno al 1470. L’origine della chiesa risale al XVI secolo e fu aperta al culto nel 1604. In essa si trovano sia statue del ‘periodo latino’ che icone bizantine di recente fattura. Nel 1995 Iosif Droboniku dipinse alcune delle icone appese sull’iconostasi.

San Giorgio albanese, parrocchia di San Giorgio megalomartire.
La chiesa (Immagine 44) in stile barocco è stata edificata nel 1700, con pianta a tre navate; addossate ai lati si trovano due cappelle in stile italo – greco e una imponente torre campanaria sormontata da una cuspide in stile bizantino. Sorta in stile romano, secondo gli obblighi imposti dai vescovi da cui dipendeva, dopo la creazione della Eparchia, è stata man mano adattata alle esigenze della tradizione bizantina. Negli ultimi decenni l’opera di restauro si è fatta imponente e attualmente la chiesa è considerata uno dei migliori esempi di integrazione della esigenza liturgica bizantina in una struttura che fu realizzata secondo i canoni della tradizione romana. Nel 1992 vengono commissionate a Pantaleo Giannaccari due icone musive destinate alla facciata della chiesa.

Santa Sofia d’Epiro, parrocchia di Sant’Atanasio il grande
Si tratta certamente di una delle chiese più belle dell’Eparchia (Immagine 45). Sorge al centro del paese, nella piazza principale. L’edificio, risalente al 1742, si presenta ad aula unica con abside quadrata. Nonostante i diversi lavori di restauro e rifacimento cui è stata sottoposta, la struttura presenta ancora intatte le caratteristiche architettoniche originarie risalenti al XVIII secolo. L’esterno, dove predominano le linee semplici ed i colori chiari, è caratterizzato da un grande portale lapideo fornito di battenti in legno di castagno, una finestra circolare e una torre campanaria con orologio. E’ l’interno (Immagine 46), però, a rappresentare la parte più caratteristica di questa costruzione: sulle pareti dell’unica navata si trovano infatti affrescate le scene bibliche più celebri, in un trionfo di forme e colori con decisi richiami allo stile bizantino. Il rosso degli affreschi, messo in risalto dalle tonalità scure degli sfondi, rende l’atmosfera della chiesa vagamente orientale, impressione confermata dalle forme dell’iconostasi: la parete che delimita la zona riservata ai sacerdoti, opera di Nikos Jannakacis, autore anche di tutti gli altri dipinti interni, è il vero pezzo forte della Chiesa di Sant’Atanasio che rappresenterà il momento più bello della vostra gita a Santa Sofia.

Vaccarizzo, parrocchia di Santa Maria di Costantinopoli
L’edificio sorge accanto alla chiesa latina della Madonna del Rosario (Immagine 47). Essa fu edificata nel 1669 a tre navate, ma nel 1882 la struttura fu modificata ad aula unica. Sopra il fonte battesimale si può ammirare un affresco raffigurante lo Spirito Santo, mentre nel catino absidale spicca l’affresco con la Madonna di Costantinopoli, patrona del paese, realizzato nel 1954 da Altomare. Recentemente vi sono state realizzate altre decorazioni di sapore bizantino dal pittore Iosif Droboniku.