Cluny alle porte di Milano

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Esisteva da tempo, prima del 1000, una chiesa di campagna, su un terreno di proprietà dell’arcivescovo di Milano, il quale investiva alcuni laici o ecclesiastici a lui legati con particolari interessi di controparte, come era nel sistema feudale. Tali persone ricevevano il diritto di disporre del feudo rustico di Calvenzano, (Immagine 1) traendo utili e vantaggi dalle cose mobili e immobili in esso esistenti. Di conseguenza essi avevano anche il diritto sulla chiesa esistente nel feudo, con padronanza di nomina e di deposizione dei prete cappellano. E vi furono anche famiglie nobili di Melegnano che erano feudatarie di Calvenzano e che avevano diritti su quella chiesetta e sui terreni. L’arcivescovo milanese Anselmo III (1097-1101) (Immagine 2), dopo colloqui ed accordi con i feudatari di Calvenzano, che erano i fratelli Arialdo e Lanfranco ed un loro parente di nome Ottone, tutti residenti a Melegnano, abolì il diritto feudale della chiesa di Calvenzano e la donò ai monaci dell’abbazia benedettina di Cluny, facendo venire dunque i monaci cluniacensi, con l’ordine di costituirvi un piccolo monastero, e con il permesso di ricevere donazioni, beni, lasciti di ogni genere, assegnando in dote al monastero quei terreni che precedentemente costituivano i beni immobili della chiesa feudale calvenzanese. E l’importanza di Calvenzano fu questa: era il primo priorato cluniacense nella diocesi di Milano.

La riforma cluniacense
Qual è il senso storico di questo passaggio da un feudo ecclesiastico ad un monastero indipendente? Il nome di Cluny, (Immagine 3-4) un centro benedettino di Francia, ed il suo monachesimo significavano una risorsa a piena vita dell’ideale monastico secondo la regola di S. Benedetto: nuova pietà, fedeltà alla professione monastica, riforma del clero. Gli anni dell’episcopato di Anselmo III, introduttore dei cluniacensi a Calvenzano, furono anni di avvenimenti di portata storica mondiale: la lotta per le investiture, affrontata decisamente dal papa Gregorio VII (Immagine 3), entusiasta di Cluny, e durata oltre cinquant’anni, con lo scopo di liberare la Chiesa dal potere terreno con una radicale riforma. Erano pure gli anni del risveglio della coscienza cristiana dell’Occidente con Urbano II (Immagine 5), il papa della prima crociata e che era stato monaco a Cluny ed era in frequenti e stretti rapporti con il nostro arcivescovo milanese Anselmo III. Il successore di Urbano II fu il papa Pasquale II (Immagine 6), anch’egli monaco di Cluny, ed egli pure nella linea della riforma e nella convinzione che i vescovi possessori di feudi diventavano fatalmente venditori di cose sacre e troppo legati all’imperatore, e quindi troppo dediti agli affari terreni. In questo contesto politico e di riforma ecclesiastica europea, necessità di riforme, lotte per le investiture, affermazione di papi cluniacensi, deve essere collocata l’introduzione dei monaci cluniacensi in Lombardia: e Calvenzano rappresentò il primo monastero cluniacense nella diocesi di Milano, tra il 1097 ed il 1101. E dopo il 1200 vi furono in Lombardia oltre cinquanta monasteri dell’ordine di Cluny.

La vita religiosa a Calvenzano
A Calvenzano (Immagine 7) i monaci erano quasi sempre tre, raramente quattro. Esercitavano l’elemosina, l’ospitalità, la recita dell’ufficio divino, l’amministrazione dei beni rurali, la cura delle coltivazioni. Vi si effettuavano visite di abati superiori e di ispettori dell’ordine, e si scrivevano relazioni e verbali sullo stato del monastero, sulla vita dei monaci e sulla condizione dei beni fondiari. Ma il significato più importante che ebbe riflessi politici e sociali fu questo: Calvenzano era un esempio del passaggio dal sistema feudale dei laici alla emancipazione di una chiesa autonoma e libera. A seguito di un’importante donazione la chiesa di S. Maria di Calvenzano, che prima da lungo tempo era di diritto dei nobili signori di Melegnano, fu donata ai monaci cluniacensi perché ne facessero un cenobio, cioè un monastero con la vita in comunità; e più tardi, quando il monachesimo cluniacense entrerà in crisi, la chiesa di Calvenzano passerà in commenda. La vita dei monaci a Calvenzano fu in connessione con quella di Cluny e si svolgeva secondo le direttive generali dell’ordine benedettino. Dai verbali delle relazioni che stendevano i visitatori al priorato di Calvenzano figuravano alcune opere tipicamente benedettine: la liturgia, l’ufficio divino, l’elemosina, l’ospitalità. Accanto alla preghiera, che avveniva in coro nell’interno della chiesa, si praticavano opere tipicamente cristiane ed evangeliche, l’elemosina ai poveri e l’ospitalità ai passanti, questo avveniva nei locali attigui alla chiesa, dove successivamente gli agricoltori di Calvenzano hanno trasformato per uso rurale. Calvenzano era dunque un piccolo mondo del grande movimento benedettino in mezzo a noi, ai confini stessi della nostra borgata. Fu una importante opera civilizzatrice: perché le terre incolte, dopo la crisi del periodo romano e le incertezze del governo dei longobardi, erano lavorate e sfruttate, e le rendite di tale continuo lavoro venivano impiegate in gran parte per fini sociali: tolte le spese indispensabili per il sostentamento della comunità e quelle per l’abbellimento degli edifici, il resto era usato per le opere di carità; e fra queste avevano un posto speciale gli ospizi per i pellegrini.

Dal rigoglio all’epilogo
Dai documenti sappiamo in modo preciso le vicende del cenobio cluniacense. Nel 1281 avvenne la visita dell’abate generale che trovò Calvenzano in buono stato, tranne il convento che era devastato dalle guerre. Un’altra visita nel 1306 rilevava che il monastero aveva un debito di cento lire imperiali da estinguersi in tre anni, ma che era stato pagato nel giro di un solo anno. Nel 1310 vi è un monaco ed un priore, e si aspettava un terzo monaco; pregavano il divino ufficio come potevano; si esercitava l’elemosina abbastanza bene; non c’erano debiti e vi era il necessario fino ai nuovi raccolti. Ed i verbali delle visite continuavano a trascrivere la buona situazione. Quello del 1331 diceva così: « Fummo personalmente nella comunità di Calvenzano in diocesi di Milano; in questo monastero vi sono due monaci più il priore. L’ufficio divino, la liturgia, l’elemosina e l’ospitalità, tutto è fatto bene. Hanno il necessario fino al futuro raccolto. Il priore è un buon amministratore sia nelle cose spirituali sia nelle temporali ». La decadenza dell’ordine cluniacense coinvolse anche questo monastero, di cui nel 1558 divenne commendatario san Carlo Borromeo. Dalla visita del 1567 si ricava che a questa data i beni di Calvenzano erano già passati al Collegio Borromeo di Pavia. Non si hanno poi notizie di rilievo, se non che la chiesa abbaziale fu abbandonata e solo ultimamente è ritornata ad essere centro di vita religiosa e culturale.

La chiesa di Santa Maria
Ma un’altra opera crearono i monaci a Calvenzano: la basilica. (Immagine 8) E’ la prima opera di architettura che vanta le più antiche origini per Melegnano arrivata fino a noi. La parte absidale, forse su sarcofagi romani, è del X-XI secolo. Le quattro campate e mezza dell’abside sono a spina di pesce del secolo XI. Le due campate e mezza verso la facciata sono a mattoni in piano della metà del 1400. Riguardo ai materiali usati, le fondazioni sono di ciottoloni di fiume; sarcofagi in serizzo, cioè di roccia uguale al granito; ed altri materiali vari di ricupero. Le strutture hanno murature a secco, spina di pesce, in piano, con inserti in pietra di varia origine e materiali di spoglio. Il tetto ha una grossa orditura in rovere; la mediana è in rovere e abete. Il soffitto è a cassettoni in abete e pioppo. Le sculture sono in pietra di Saltrio e marmo di Musso. L’impianto generale ricorda S. Ambrogio di Milano: tre navate e tre absidi di cui una crollata. Sette campate; i pilastri sono polistili a due dimensioni alternate. La basilica (Immagine 9) è lunga metri 26 più 4 metri dell’abside; è larga metri 16. I pilastri interni sono polistili a due dimensioni alternate; i maggiori con traccia di archi traversali alle pareti, che sono crollati. Espansioni capitelliformi in cotto. Capitelli ai pilastri della absidiola di sinistra con aquilotto. Lesene addossate alle pareti con basi romaniche e fogliette protezionali. Esternamente vi sono otto pilastri da contrafforte di varia dimensione successivamente collegati con arcate reggispinta. Le volte sono soltanto sulle navi laterali, a padiglione, non a crociera. Il soffitto è a cassettoni in legno solo sulla nave centrale. La copertura è in coppi a canale in cotto su orditura portante in legno. Il fianco nord ha queste caratteristiche: parte inferiore: 4,5 campate vicino all’abside in muratura a sacco, a spina pesce; altre campate verso la facciata, del 1400, a mattoni in piano; sette archi reggispinta sovrapposti in epoca successiva agli otto pilastri da contrafforte; monofore a doppia strombatura; la parte superiore: di tre epoche, l’ultima è coeva del campanile del 1600; la parte verso la facciata è della metà del 1400 con due aperture opposte, circolare e a losanga; l’archeggiatura è simile a S. Lazzaro di Pavia e alla basilica di Aquileia. Per le absidi: maggiore, cornice con cinque arcatelle per campata; una finestra centrale, originale, con colonnina angolare; due finestre posteriori; absidi minori: una crollata; due lesene con archetti; una finestra originale e due posteriori; le loro fondazioni sono su sarcofagi romani. La facciata è stata più volte manomessa; timpano e aperture superiori del 1400; a lato del portale imposte in marmo di Musso; traccia di portico a cinque volte; due porte laterali murate con spalle visibili. Le sculture. Capitelli con aquile all’absidiola di sinistra. Bassorilievo murato all’interno (concio di arco) con scena di caccia forse del secolo XII. Mensole di facciata in marmo di Musso. Il portale (Immagine 10-11) è affine con i rilievi della tomba del beato Alberto (+ 1095) della abbazia cluniacense di Pontida. Primo quarto del secolo XII: scultura di ispirazione comasco lombarda con influssi della scultura borgognona. Il materiale usato è pietra di Saltrio (in provincia di Varese). Il contenuto delle sculture rappresenta scene dell’infanzia di Cristo. L’arco si imposta su due mensole: il bove come simbolo di S. Luca, ed il leone come simbolo di S. Marco. Le scene da destra a sinistra sviluppano questi soggetti: l’annunciazione, la visitazione, l’angelo che appare in sogno a Giuseppe, due scene della natività, l’annuncio ai pastori, l’adorazione dei magi, la fuga in Egitto, la strage degli innocenti, la morte di Erode. Gli affreschi. Nell’aula sacra sono rimaste solo tracce, specie alle strombature delle finestre, ed in varie epoche si sono avute imbiancature e intonacature. Nel catino dell’abside (Immagine 12) si vedono figure bizantineggianti (1340?) con ritocchi sette-ottocenteschi; pittura giottesca che si avvicina a quella di Viboldone (Giusto de’ Menabuoi). E raffigurata l’incoronazione della Vergine; le figure di Giovanni evangelista, arcangelo Gabriele, Madonna, Gesù, arcangelo Michele, Giovanni Battista. La pala d’altare raffigura l’Assunzione della Vergine (Procaccini?) e quattro tele degli evangelisti depositate all’Ospedale Predabissi. Un antico Crocifisso in rame sbalzato è sparito durante l’ultima guerra.

Basilica di Santa Maria in Calvenzano
Via della Basilica 8
Vizzolo Predabissi
Telefono 02 9833624