Cittadella e faro dello spirito

Il complesso abbaziale di Santa Maria a Mare sull’Isola di San Nicola (Tremiti-Fg)
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Pur essendo la più piccola delle isole Tremiti, San Nicola è quella dalla storia più antica, storia ben documentata da ritrovamenti archeologici preistorici, greci e romani.
A dominare il porto dell’isola è l’abbazia fortificata di Santa Maria a Mare, cittadella e faro dello spirito. (Immagine 1)

La storia
La misteriosa fondazione
Le origini della chiesa vertono su una leggenda, della quale esistono diverse versioni, che hanno tutte, però, come protagonista un eremita approdato sull’isola di San Nicola nel III secolo d.C.
L’eremita, provenuto da un luogo ignoto, elesse l’isola di San Nicola come luogo di romitaggio durante i primi secoli del cristianesimo. La santità dell’uomo fu premiata con una visione della Vergine Maria, che, dopo aver rasserenato l’uomo atterrito dall’evento, gli ordinò di costruire un maestoso tempio in suo onore. L’eremita, dedito più alla contemplazione che all’operare, rimase titubante davanti all’incarico di assumere il peso di tanto lavoro, pensando anche alla sua povertà e a quelle delle isole che lo ospitavano.
Allora la Madonna gli indicò un luogo dove scavare per procurarsi i tesori necessari al compimento dell’opera affidatagli. Il santo eremita dopo un breve scavo ritrovò un’iscrizione sepolcrale, dietro la quale si celavano incredibili ricchezze, degne di un re. La leggenda vuole che questo sepolcro altro non fosse che la mitica sepoltura dell’eroe omerico Diomede. L’eremita prelevò dal tesoro il necessario alla costruzione di un sontuoso e magnifico edificio, obbedendo così alla volontà mariana.
L’uomo una volta terminata la costruzione del tempio non ritenne il suo compito concluso e si impegnò a diffondere la devozione mariana tra i pescatori, mercanti e tutti gli altri che approdavano nella rada dell’arcipelago durante il cattivo tempo. Questi, nel ritornare a casa parlavano delle meraviglie viste ed udite, tanto che in breve tempo si sparse la fama dell’eremita e della chiesa da lui edificata ed altri eremiti raggiunsero l’isola.
Dopo circa sei secoli i pochi eremiti rimasti sull’isola erano tutti ormai molto vecchi, così i monaci dell’Ordine di san Benedetto venuti a conoscenza delle meraviglie del luogo e desiderosi di aprire un loro cenobio in un luogo tanto solitario e propizio alla vita ascetica sostituirono i pochi eremiti rimasti con l’approvazione papale. (Immagine 2)

I Benedettini
I benedettini, dipendenti da Montecassino fecero raggiungere il massimo splendore al complesso abbaziale nell’XI secolo grazie a sant’Adamo abate il quale si recò personalmente al concilio di Melfi per ottenere il riconoscimento papale della indipendenza temitense da Montecassino, oltre ad aumentare a dismisura possedimenti e ricchezze, cosa che portò alla riedificazione da parte dell’abate stesso della chiesa con consacrazione nel 1045 effettuata dal vescovo di Dragonara.
La magnificenza di questo periodo è testimoniata dalla presenza tra le mura del monastero di ospiti illustri, tra i quali Federico di Lorena (futuro papa Stefano IX) e di Dauferio Epifani (detto anche Desiderio di Montecassino, futuro papa Vittore III).
L’intero complesso rimase un possedimento dell’abbazia di Montecassino per circa un secolo, nonostante le pressanti richieste di autonomia e le proteste dei religiosi tremitesi.
Nel XIII secolo, oramai svincolata da secoli dal monastero cassinese, aveva possedimenti in terraferma dal Biferno fino alla cittadina di Trani. Secondo le cronache dell’epoca le tensioni mai assopite con il monastero laziale e i frequenti contatti con i dalmati, invisi alla Santa Sede, portarono i monaci del complesso a una decadenza morale che spinse nel 1237 il cardinale Raniero da Viterbo ad incaricare l’allora vescovo di Termoli a sostituire l’ordine di San Benedetto con i Cistercensi alla guida dell’abbazia. Una bolla di Alessandro IV del 22 aprile 1256 ne confermava comunque la consistenza dei beni posseduti. (Immagine 3)

I Cistercensi
Con l’arrivo dei cistercensi, Carlo I d’Angiò realizzò opere di fortificazione del complesso abbaziale, nonostante ciò nel 1334 l’abbazia fu depredata dal corsaro dalmata Almogavaro e dalla sua flotta, i quali trucidarono i monaci mettendo fine alla presenza cistercense nell’arcipelago.
Nel 1412, in seguito a pressioni e lettere apostoliche, e su diretto ordine di Gregorio XII, dopo il rifiuto di diversi ordini religiosi, una piccola comunità di canonici regolari, proveniente dalla chiesa di San Frediano in Lucca e guidata da Leone da Carrara si trasferì sull’isola per ripopolare l’antico centro religioso.
I canonici regolari restaurarono il complesso abbaziale, ampliandone inoltre le costruzioni, soprattutto con la realizzazione di numerose cisterne ancora oggi funzionanti ed estesero i possedimenti dell’abbazia sul Gargano, in Terra di Bari, Molise e Abruzzo.
Nel 1567 l’abbazia-fortezza di San Nicola riuscì a resistere agli attacchi della flotta di Solimano il Magnifico.
L’abbazia fu soppressa nel 1783 da re Ferdinando IV di Napoli che nello stesso anno istituì sull’arcipelago una colonia penale. Nel periodo napoleonico l’arcipelago fu occupato dai murattiani che si trincerarono all’interno della fortezza di San Nicola resistendo validamente agli assalti di una flotta inglese. Di questi attacchi sono visibili ancora oggi i buchi delle palle di cannone inglesi sulla facciata dell’abbazia. (Immagine 4/5)

La chiesa
Attualmente la chiesa si presenta con una bella facciata in pietra d’Istria, che a metà del XV secolo sostituì l’antica facciata dell’edificio medievale (Immagine 6). Di questo all’interno si conserva ancora pressoché intatto l’antico impianto, rimaneggiato in alcune parti e ampliato dai Cistercensi senza alterarne troppo l’aspetto precedente. L’edificio si presenta a tre navi terminati con altrettante absidi (Immagine 7/8), preceduto da un doppio nartece con una loggia al piano superiore e concluso in origine da un presbiterio tripartito, profondo due campate, che riprendeva lo schema del nartece. Oggi questa zona ci appare nella forma assunta dopo il 1255, con un ampio coro gotico voltato a crociera costolonata. La particolare originalità dell’impianto planimetrico è data dalla presenza al centro di una vasta aula quadrata che presenta su ciascun lato tre monumentali arcate cieche che inquadrano altrettanti archi passanti di minore altezza sormontati da monofore. I pilastri che li sostengono hanno forma polilobata con due semicerchi ai lati di un nucleo quadrato. Sul lato aperto verso il coro lo schema doveva essere ripetuto. Attualmente un grande arco trionfale a sesto acuto segna il passaggio al coro, in cui ancora visibile è l’antica abside centrale. (Immagine 9) L’intero edificio venne ricoperto da un tappeto musivo di cui rimangono significativi resti.

Il pavimento musivo
Tra le cose più interessanti è il bellissimo pavimento musivo della fine dell’XI secolo. (Immagine 10)
Il grande tappeto musivo può essere suddiviso in tre settori, corrispondenti ad altrettante partizioni architettoniche dell’aula sacra. Nel primo di essi, corrispondente all’area presbiteriale (sopraelevata rispetto al resto dell’edificio di 52 cm), ai lati dell’altare maggiore campeggiano due monumentali cervi (Immagine 11/12) affrontati con grandi corna ramificate su un fondo fittamente decorato da racemi vegetali. Nella zona inferiore due elefanti con torri sul dorso intenti con le proboscidi a sollevare delle sfere di colore grigio su un fondo a racemi simile al precedente. Le figurazioni sono riquadrate da pannelli decorati con cerchi annodati e motivi a pelte. Al centro del presbiterio alcuni frammenti di cornice ed i resti di due rotae di piccole dimensioni una delle quali contiene un grifo. (Immagine 13) Un altro tondo, di grandi dimensioni, contenente un fiore a sei petali, si trova al centro dell’abside.
Nel vano centrale quadrato su un fondo caratterizzato da un motivo a palmette con cinque foglie contrapposte e legate da nodi si incastona una grande composizione a cinque cerchi inscritta in un quadrato. Nel cerchio centrale, di maggiori dimensioni, una serie di fasce concentriche a zig-zag racchiudono un disco occupato dalla figura di un grifo alato. Nei cerchi minori sono contenuti degli uccelli, mentre negli spazi di risulta vi sono piccoli pesci.
Nella campata immediatamente ad ovest del vano centrale è in parte visibile un’aquila ad ali spiegate entro un tondo circondato da un tralcio di foglie stilizzate. La restante decorazione è costituita da motivi geometrici e vegetali (Immagine 14). Altri resti musivi sono visibili intorno al primo pilastro di destra con fiori gigliati variamente colorati e cerchi intersecantisi che riprendono l’analogo motivo presente nella zona presbiteriale, sotto i due elefanti.
Nella navata meridionale, infine, sul fondo rialzato di 52 cm vi è un motivo geometrico costituito da quadrati disposti a scacchiera mentre al di sotto dei tre gradini che innalzano il presbiterio si trova la figura di un leone, di cui è chiaramente visibile la testa di prospetto e parte della criniera.

L’iconografica
Le figurazioni che compaiono nel deambulatorio, nell’area centrale e nella navata laterale, l’aquila, il grifo ed il leone, simboleggiano la forza e la potenza di Cristo.
Nei Bestiari l’aquila era capace di guardare il sole in faccia. Il leone e l’aquila mostravano grande attenzione nei confronti dei loro piccoli. Come il leone soffiava nella gola dei suoi cuccioli morti per resuscitarli, così l’aquila portava i suoi piccoli nell’alto del cielo dell’empireo, per insegnare loro a fissare il sole, e gettava via quelli che non riuscivano a sostenere lo sguardo. Come la vicenda del leone è legata all’idea della Resurrezione, così la leggenda dell’aquila prefigura l’idea del Giudizio.
L’aquila è anche simbolo del neofita, del catecumeno. L’unione dei due animali maggiori dava vita all’immagine del grifone, significativamente inserito a Tremiti in posizione centrale.
La scena dell’abside evoca, invece, atmosfere paradisiache. I due cervi, simboli dell’anima ansiosa di avvicinarsi a Dio, non sono raffigurati ai lati del tradizionale albero della vita e del cantaros, fonte di salvezza e simbolo del battesimo, ma si dispongono direttamente ai lati dell’altare, di cui sottolineano il valore sacro e liturgico. Tale centralità della composizione è ulteriormente ribadita dalla presenza dei due elefanti, felici abitatori del Paradiso terrestre, allo stesso titolo di Adamo ed Eva, ma indenni dal peccato originale e quindi automaticamente ammessi alla beatitudine eterna.
Il mosaico, nonostante le vistose lacune dovute in parte alle successive campagne di lavori ed in parte ai restauri avvenuti già a partire dal XV secolo, è sufficientemente esteso da poterlo considerare una proiezione in piano delle partiture architettoniche della chiesa, di cui esalta il significato simbolico. Esso assolve inoltre alla funzione di dare direzioni precise agli stessi spazi architettonici in funzione della liturgia. Sull’asse longitudinale dell’edificio sono, ad esempio, collocati in sequenza una serie di cerchi: quello includente l’aquila, nella zona occidentale, il quinconce con il grifo, nell’area quadrata centrale, il tappeto contenente vari tondi nel vano presbiteriale ed infine il fiore a sei petali nel catino absidale.