6 ottobre: San Bruno, fondatore dei Certosini

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Luoghi"


Il nobile Bruno nasce a Colonia in Germania, intorno al 1030, vive poi tra il suo Paese, la Francia e l’Italia. Studente e poi insegnante a Reims, si trova presto faccia a faccia con la simonia che infetta la Chiesa. Professore di teologia e filosofia, esperto di cose curiali, potrebbe diventare vescovo per la sua virtù, ma lo disgusta talmente l’ambiente da fargli cercare altre soluzioni di vita. Bruno trova sei compagni che la pensano come lui, e il vescovo Ugo di Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta chartusia. Lì costruiscono un ambiente per la preghiera comune e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da eremiti, con momenti comunitari. Ma non pensano minimamente a fondare qualcosa: vogliono soltanto vivere radicalmente il Vangelo e stare lontani dai mercanti del sacro. Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon, che nel 1090 diventa papa col nome di Urbano II; Urbano gli ordina di raggiungerlo a Roma come suo consigliere. Ottiene da lui riconoscimento e autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande Chartreuse. Però a Roma non resiste che pochi mesi. Lascia l’Urbe e si rifugia in Calabria nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia) dove edifica un oratorio e delle celle come alla Chartreuse, dando vita ad una nuova comunità guidata col solito rigore. Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per chi, inadatto alle asprezze eremitiche, preferisce vivere in comunità. Si tratta del luogo accanto al quale sorgeranno poi le prime case dell’attuale Serra San Bruno. I suoi pochi confratelli, non ama avere intorno gente numerosa, devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna col consiglio e con istruzioni scritte, che, solo dopo la sua morte, troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede.
Il santo muore a Serra, detta poi San Bruno (Vibo Valentia), il 6 ottobre 1101. (Immagine 1)

La Certosa di Milano
Abbiamo più volte raccontato e presentato questo capolavoro dell’arte e della vita religiosa milanese, ma ora vogliamo dettagliare tale monumento presentando gli affreschi che ci raccontano la vita di san Bruno. Fondata il 19 settembre 1349 da Giovanni Visconti, arcivescovo e signore della città, la Certosa di Garegnano venne in gran parte completata nel 1352, anche se la chiesa venne ufficialmente consacrata solo nel 1367. Uno dei priori di questa certosa fu Stefano Maconi che, su suggerimento della moglie del duca Gian Galeazzo Visconti, sarà uno dei primi priori della Certosa di Pavia. Nel corso del Trecento, Luchino Visconti fece cospicue donazioni alla fabbrica della certosa perché venisse ampliata e vi venissero costruiti nuovi altari. Il complesso della certosa fu pressoché completamente riedificata sotto la direzione dell’architetto Vincenzo Seregni tra il 1574 e il1576. Al Seregni spettano in particolare il Cortile dell’Elemosina, il Cortile d’Onore, il Grande Chiostro, Il Chiostro della Foresteria e la ristrutturazione della chiesa, un tempo divisa nettamente in due aree, una destinata ai monaci, l’altra ai conversi. (Immagine 2)

Gli affreschi di Daniele Crespi
La canonizzazione di San Bruno (Immagine 3), avvenuta nel 1622, divenne l’occasione per una fioritura a livello italiano ed europeo di cicli iconografici dedicati al fondatore dei certosini e alle virtù ascetiche e contemplative dell’ordine. Daniele Crespi (Immagine 4) terminò nel 1629 il suo ciclo pittorico all’interno della Certosa di Garegnano, costituito da sette lunette raffiguranti storie tratte dalla vita del santo, circondate da santi e martiri certosini, e dalla decorazione della volta a botte, nella quale raffigurò quattro medaglioni centrali attorniati da angeli e monaci certosini.
L’artista era all’epoca uno dei pittori più affermati a Milano dopo il Cerano, grazie alla sua capacità di mediare il naturalismo della tradizione figurativa lombarda con il recupero dei modelli del classicismo emiliano e con le nuove e più vitalistiche ascendenze fiamminghe e rubensiane, che ben dimostravano la sua adesione alle istanze federiciane post-tridentine.
In Lombardia non vi erano precedenti riguardanti la realizzazione di scene con storie di un santo lungo le pareti della navata di una chiesa, essendo queste di solito destinate ad essere rappresentate nei chiostri, tuttavia la canonizzazione del santo, preceduta dalla pubblicazione a Roma nel 1621 di una vita di san Bruno, ricca di avvenimenti, apparizioni, sogni e differenti ambientazioni, sicuramente dovette stimolare la scelta di riproporre più volte il tema all’interno di cicli pittorici e incisori.
In Certosa il numero di scene fu strettamente legato agli intervalli suggeriti dalla struttura architettonica della navata, divisa in quattro campate intervallate da ampie fasce di raccordo sulla volta cui corrispondono, sulle pareti, archi ciechi divisi da coppie di paraste. Il ciclo si compone di un totale di sette lunette, sei delle quali collocate lungo le pareti della navata unica e una in controfacciata. A quest’ultima si collega anche un più ampio lunettone posto nella parte alta della parete, il cui finestrone centrale divide le due scene con Papa Urbano II che approva la regola dell’Ordine certosino (sulla sinistra) e San Bruno che rinuncia alla carica vescovile di Calabria per continuare a vivere la sua scelta contemplativo-monastica (sulla destra).
Non è facile trovare indicazioni certe sulle fonti utilizzate dal Crespi per la realizzazione del ciclo. Sicuramente la pubblicazione a Roma di una serie di venti incisioni eseguite dal tedesco Theodor Krüger, di cui diciotto tratte da disegni di Lanfranco e datate 1620-1621, dovettero contribuire alla diffusione di un repertorio iconografico che poi sarebbe servito a molti artisti come modello. Quasi sicuramente, inoltre, dovette entrare in contatto con la famosa impresa del pittore spagnolo di origine fiorentina Vicente Carducho, che fra il 1626 e il 1632 dipinse per la certosa di Paular (provincia di Madrid) cinquantasei tele di grande varietà e ricchezza compositiva, con le quali l’opera di Crespi mostra singolari assonanze. Pur avendo inoltre a disposizione per questo genere di narrazioni, ben importanti e collaudati esempi lombardi (es. i quadroni con le “Storie di San Carlo” nel Duomo di Milano), Crespi scelse di orientarsi maggiormente verso modelli centroitaliani, dotati di maggiore teatralità e varietà di ambientazioni, che andò sapientemente ad unire agli elementi più alti e significativi della pittura del Seicento lombardo, ponendosi dunque sul panorama artistico milanese come uno degli artisti più innovativi del momento. (Immagine 5/6/7)

La vita di san Bruno
Pur non essendoci pervenuta alcuna documentazione, sappiamo dall’iscrizione dipinta dal pittore stesso, che il ciclo di affreschi realizzato da Daniele Crespi fu terminato nel 1629, a un anno dalla sua morte avvenuta durante l’epidemia di peste del 1630.
La narrazione inizia dall’ingresso a destra con La resurrezione di Raimondo Diocrès (Immagine 8) in cui si vede il medico parigino risorgere temporaneamente al proprio funerale per annunciare al Santo di essere stato condannato all’inferno. La tradizione agiografica riferisce questo avvenimento come la “vera causa” della decisione di Bruno, fondatore dell’ordine certosino, di ritirarsi a vita eremitica. Siamo attorno al 1080, durante le esequie di Raimond Diocrès, insegnante a Notre Dame a Parigi e considerato persona di una moralità esemplare, quasi un santo, la salma si solleva tre volte dal catafalco, gridando: “ Sono stato accusato, giudicato e condannato dal giusto giudizio di Dio!”. Il terrore si impadronisce degli astanti, le candele tremano nelle mani dei fedeli presenti. Bruno, raffigurato a sinistra, vestito di viola, comprende il vero significato del drammatico evento. Gli occhi di Dio avevano visto quello che gli occhi umani non riuscivano a percepire: Raimond Diocrès era il “sepolcro imbiancato” delle Scritture, bello e pulito solo all’esterno. Crespi ci fotografa quel momento con estrema crudezza (narra la leggenda che per raffigurare in maniera reale gli spasmi della morte si sia “sporcato di omicidio”) per ricordare, ai Certosini prima e a noi ora, di non fermarsi alle apparenze ma di scavare nel nostro cuore alla ricerca del vero senso della vita. Le cronache ottocentesche raccontano che lord Byron, condotto a visitare la Certosa dall’amico Stendhal, fosse rimasto estremamente colpito da questa raffigurazione. La presente lunetta, così come le due successive nella stessa parete della navata, hanno nel viola il colore predominante: è simbolo di penitenza, dell’umile ricerca del perdono di Dio.

Il sogno del vescovo Ugo di Grenoble. (Immagine 9) Notiamo come scenograficamente, un giovane scosta un sipario mostrando il sogno premonitore del vescovo Ugo mostrato appisolato al suo tavolo in primo piano: gli angeli costruiscono la certosa preannunciando l’arrivo di san Bruno. Ugo di Chateauneuf, vescovo di Grenoble, ebbe un sogno: sette stelle erano cadute ai suoi piedi, si erano rialzate e lo avevano guidato, attraverso vallate e montagne, in un luogo solitario chiamato “Chartreuse”, dove Cristo, con l’aiuto degli Angeli, stava costruendo una chiesa. Una chiesa nuova staccata dalla realtà della vita terrena, dedita alla ricerca di Dio attraverso il silenzio e la preghiera. Crespi, facendo scostare la tenda dello studio del vescovo dal segretario, trasforma il sogno in immagine. In primo piano il vescovo addormentato appoggiato al breviario aperto sulla scrivania; Cristo, assiso su una nuvola, che dirige gli Angeli nei lavori di costruzione della chiesa nuova. Li vediamo trasportare i mattoni su di una barella verso le impalcature in legno da dove scende il secchio per la malta, scolpire i capitelli delle colonne con martello e scalpello. Uno spaccato reale di come si costruiva in Lombardia nel 1600. In lontananza, sulla sinistra dietro le colonne, stanno arrivando sette figure, guidate in cielo da sette stelle: sono Bruno e i suoi primi sei compagni che hanno deciso di intraprendere una nuova vita, dedicata esclusivamente alla ricerca di Dio, lontano da ogni realtà terrena di potere e di gloria. E sui riflessi serici della stola del vescovo ci soffermiamo ad ammirare l’abilità pittorica del Crespi.

San Bruno e compagni chiedono al vescovo un luogo di ritiro. (Immagine 10) È un momento cruciale per l’ordine certosino: il vescovo Ugo di Grenoble accoglie Bruno e i suoi sei compagni, Landuino, Stefano da Bourg, Stefano di Die, Ugo, Andrea e Guerrino, che chiedono, dopo aver spiegato il motivo del loro viaggio, un luogo isolato per potersi ritirare nel silenzio e nella preghiera. Memore del sogno, il vescovo dona loro un territorio solitario e lontano nella valle della Chartreuse, vicino a Grenoble, a 1190 m di quota. La donazione avviene nel 1084 e quello sarà il luogo dove sorgerà il primo insediamento certosino, l’attuale Grande Chartreuse, casa madre dell’Ordine. Il Crespi ci mostra l’incontro tra il prelato e Bruno e i suoi compagni modellando il movimento dei corpi secondo l’arco della lunetta, dando forza all’interiorità del momento, mentre le sette stelle brillano nel cielo azzurro di un giorno sereno.

Si passa alla parete opposta e dal fondo della chiesa si risale verso l’ingresso. La Benedizione della prima pietra della Grande Chartreuse, avvenuta il 24 giugno 1085, festa di san Giovanni rappresentato in alto insieme a re David, mentre sullo sfondo è papa Gregorio VII. (Immagine 11) . Siamo nel 1084, il 24 giugno, giorno della nascita di san Giovanni Battista, Il vescovo Ugo, Bruno e i suoi sei compagni si incamminano verso la valle della Chartreuse per raggiungere il luogo loro assegnato. Giunti sul posto il vescovo dà ordine di costruire delle capanne di legno per i monaci e una cappella. Proibisce alle donne e agli uomini armati di entrare in quella zona e di andare a caccia. Il Crespi ci propone il momento della consacrazione della Chiesa, ma traspone il momento al suo tempo e nei suoi luoghi, Milano e la Lombardia, presentandoci la costruzione non in pietra, come doveva essere, ma in mattoni, materiale da costruzione usato nella pianura lombarda. Diverse figure di santi partecipano all’avvenimento: san Giovanni Battista, protettore dell’ordine certosino, san Benedetto, con l’abito nero, il re Davide con la cetra tra le mani, quasi a rendere festoso il momento con la musica, e sant’Antonio abate, padre del monachesimo, col saio marrone e la lunga barba bianca. Sopra il vescovo Ugo e Bruno, affacciato al balcone viene raffigurato il papa, al tempo Urbano II, segno della volontà dei certosini di vivere sottomessi alla chiesa di Roma, volontà che non tradiranno mai anche a scapito della loro stessa vita.

San Pietro e la Vergine approvano la regola certosina (Immagine 12) Questo è considerato l’episodio più felice di tutto il ciclo, nel contrasto fra la ieraticità delle figure sacre con l’espressività dei monaci. La Madonna col Bambino e san Pietro, assisi su una nuvola, appaiono a Bruno e ai suoi compagni. Bruno è inginocchiato davanti a san Pietro, segno di sottomissione dell’ordine alla Chiesa di Cristo, con un libro aperto nelle mani, come a presentare le “Consuetudini “, le regole dell’ordine che verranno in realtà scritte dopo la morte di Bruno e approvate, nel 1133, da papa Innocenzo II, e porre l’Ordine sotto la protezione della Madonna. Sul lato sinistro della lunetta il Crespi ci raffigura un monaco inginocchiato che tiene con la mano un libro appoggiato sull’abito e una croce. Per terra, vicino a lui, un teschio. Sono i simboli della vita dei monaci: preghiera, meditazione della parola di Dio e morte al mondo per la vita soprannaturale. Il monaco in piedi, con la mano appoggiata sulla spalla del confratello, gli indica Maria come strada da seguire per raggiungere la perfezione, infatti tutte le certose sono dedicate alla Madonna e sono stati i certosini a “codificare” la preghiera del rosario come oggi la conosciamo. La composizione riempie la lunetta in modo armonico mostrando la grande abilità del Crespi nel gestire gli spazi.

Ruggero di Calabria incontra san Bruno
(Immagine 13) L’episodio riporta la firma di tutto il ciclo e la data 5 aprile 1629. Qui il pittore vivacizza la scena grazie all’accuratezza della rappresentazione del paesaggio, dei costumi delle figure e dei cani facendone una scena di genere. Oddone di Chatillon, divenuto papa col nome di Urbano II (il papa che ha indetto la prima crociata) e già allievo di Bruno a Reims, chiama il maestro in Italia per fargli da consigliere. Bruno obbedisce, ma lascia a malincuore la valle della Chartreuse. Siamo nel 1089, l’antipapa Clemente III costringe Urbano II alla fuga nell’Italia meridionale. Bruno lo segue e, nel suo peregrinare tra boschi e grotte nella diocesi di Squillace, incontra il duca Ruggero di Calabria impegnato in una battuta di caccia. Colpito dall’intensità della fede di Bruno, il duca gli dona un territorio nel quale fonderà, nel 1090, la prima certosa in Italia, l’attuale certosa di Serra san Bruno, casa madre italiana dell’ordine certosino, dove Bruno morirà nel 1101 e dove è tuttora sepolto. Questa lunetta è di grande importanza in quanto il Crespi, oltre a rappresentare l’incontro con dovizia di particolari e con grande intensità interpretativa, ci porge due “regali”. Il primo è la sua firma posta sul cippo a sinistra della lunetta, dove riporta anche la data del termine dei lavori alla Certosa di Milano: “Daniel Crispus Pinxit Hoc Templum 5 Apr. 1629”, il secondo è il suo autoritratto, a destra, raffigurato nell’immagine dell’arciere che indica Bruno al duca Ruggero.

San Bruno appare in sogno al conte Ruggero, (Immagine 14) per avvertirlo della congiura del capitano delle guardie rappresentata sullo sfondo. Si tratta di un notturno nel quale il pittore utilizza tutti i suoi artifici artistici per fissare un momento di alta drammaticità.

I seguenti affreschi completano l’opera in controfacciata: Urbano II approva l’esperienza certosina e San Bruno rifiuta la carica arcivescovile. (Immagine 15)