13 dicembre - Santa Lucia, l’amore a Cristo fino al martirio

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Immagine 1

Lucia è sicuramente una delle sante più amate e venerate, in alcuni paesi la sua festa è un anticipo del Natale. Conosciamo tutti la nota tavola di Caravaggio (1608), tavola che non raffigura il martirio bensì il suo seppellimento, osservato da punto di vista al livello del suolo, dove si nota disteso l’esanime il corpo della martire. In un’atmosfera di statica sospensione un gruppo di personaggi sulla destra della scena assiste al doloroso avvenimento, ma il cuore della composizione si trova sulla sinistra, dove le due enormi figure dei seppellitori, stanno scavando la fossa. L’azione quindi si concentra nella parte bassa del dipinto e i protagonisti sono sormontati da un enorme vuoto, probabile riferimento agli spazi immensi delle catacombe o alla più famosa latomia della città, chiamata proprio da Caravaggio l’Orecchio di Dioniso. (Immagine 1)

La pia tradizione
Secondo l’agiografia Lucia era una giovane di nobile famiglia nata a Siracusa nel 283 d.C, orfana di padre all’età di cinque anni, venne promessa in sposa a un pagano, ma Lucia, sin da tenera età, aveva fatto voto segreto di verginità a Cristo. Sua madre, Eutychia, da anni ammalata di emorragie, spendeva ingenti somme per curarsi, ma nulla le giovava. Allora Lucia ed Eutychia si recarono pellegrine al sepolcro di sant’Agata, martire a Catania nel 251 d.C., pregandola di intercedere per la guarigione. Giunte lì il 5 febbraio dell’anno 301, (dies natalis di Agata), Lucia si assopì durante la preghiera e vide in visione la santa catanese circondata da schiere angeliche dirle: “Lucia sorella mia, vergine consacrata a Dio, perché chiedi a me ciò che tu stessa puoi concedere? Infatti la tua fede ha giovato a tua madre ed ecco che è divenuta sana. E come per me è beneficata la città di Catania, così per te sarà onorata la città di Siracusa”. Constatata la guarigione della madre, mentre facevano ritorno a Siracusa, Lucia le fece conoscere la ferma decisione di consacrare la sua verginità a Cristo, e di donare il suo patrimonio ai poveri. Per i successivi tre anni, ella visse dunque a servizio dei poveri e dei malati della città. Il pretendente, vedendo la futura sposa privarsi di tutti gli averi ed essendo stato poi rifiutato da quest’ultima, volle vendicarsi e così la denunciò come cristiana. Erano infatti in vigore i decreti della persecuzione dei cristiani emanati dall’imperatore Diocleziano. Al processo che ella sostenne dinanzi al prefetto Pascasio, le fu imposto di fare sacrifici agli dèi pagani, ma ella non arretrò e proclamava con ispirazione divina i passi delle Sacre Scritture. Minacciata allora di essere condotta in un postribolo, Lucia rispose: “Il corpo si contamina solo se l’anima acconsente”. Il dialogo serrato tra lei ed il magistrato vide ribaltarsi le posizioni, tanto da vedere Lucia mettere in difficoltà Pascasio. Pascasio dunque ordinò che la giovane fosse costretta con la forza, ma, come narra la tradizione, divenne miracolosamente pesante, tanto che né decine di uomini né la forza di buoi riuscirono a smuoverla. Accusata di stregoneria, Lucia allora fu cosparsa di olio, posta su legna e torturata col fuoco, ma le fiamme non la toccarono. Fu infine messa in ginocchio e secondo le fonti latine le fu infisso un pugnale in gola (jugulatio), nell’anno 304, all’età di ventun’anni. Morì solo dopo aver ricevuto la comunione e profetizzato la caduta di Diocleziano e la pace per la Chiesa.

La devozione a Milano
Da tempo immemore, gli operai marmisti e tutti coloro che a vario titolo lavorano alle dipendenze della Veneranda Fabbrica celebrano la memoria di santa Lucia. L’origine di questa devozione si deve a una delle iconografie più fortunate della martire siracusana, ovvero quella che la ritrae con un piatto in mano, sul quale sono posati due occhi. L’immagine non nasce dalla vicenda del martirio della giovane, che, come abbiamo appena scritto, fu uccisa per decapitazione o, secondo altre fonti, per jugulatio: deriva invece da una tradizione tarda e non provata, ma evidentemente efficace proprio nel legame che trova con il nome della giovane, cioè con il richiamo alla luce. Santa Lucia è infatti diventata nel tempo la protettrice degli occhi e, di conseguenza, degli scalpellini del Duomo: patrona, dunque, di chi ha realizzato nel corso dei secoli la Cattedrale mettendo spesso a repentaglio la vista, minacciata dalla polvere e dalle schegge del marmo. Pur essendo ormai lontani quei tempi, e lavorando i marmisti in totale sicurezza, i dipendenti della Veneranda Fabbrica continuano a celebrare la propria patrona e si riuniscono nel giorno di tale festività nella chiesa di Santa Maria Annunciata in Camposanto, che affaccia sull’abside del Duomo. In quella occasione avviene la distribuzione del pane benedetto. Alcuni studiosi riferiscono questa tradizione direttamente al culto della Santa: a Siracusa, infatti, a partire dal XVIII secolo sarebbe invalso l’uso di non consumare pane nella giornata del 13 Dicembre per ricordare una carestia che aveva profondamente ferito la città. Altri, invece, vedono in questo gesto una sintesi della grande attività assistenziale condotta dalla Fabbrica in relazione alle donazioni ricevute a sostegno del Duomo. Si capiscono allora le numerose “Sante Lucie” che adornano la cattedrale, una sorta di ricorrente ex-voto degli scalpellini. La più bella e significativa si trova al Museo del Duomo. (Immagine 2/3) Opera di un ignoto Maestro di epoca sforzesca, la martire è raffigurata in eleganti abiti di corte. Indossa infatti una sopravveste a vita alta, aperta sotto cui si nota un lungo abito. La parte alta del vestito presenta un profondo scollo a “V” da cui emerge una delicata camicia; il capo è ricoperto da un sottilissimo velo che copre la fronte e una elaborata capigliatura. Con una mano sostiene un piattino contenente due occhi, segno della tradizione che vuole sia stato questo il suo martirio. (Immagine 4)

Spostiamoci ora in Santa Maria delle Grazie per un affresco contenuto nella prima cappella di destra. In origine la cappella era dedicata a San Paolo e aveva all’altare un dipinto di Gaudenzio Ferrari raffigurante il santo, requisito poi durante la dominazione francese. Ora la cappella contiene un affresco proveniente dalla cappella della Vergine delle Grazie di anonimo pittore del tardo quattrocento. Al centro della raffigurazione vediamo Maria in umile atteggiamento, inginocchiata in adorazione del Figlio, un piccolo, indifeso e nudo infante. Il Bambino porta una manina verso la bocca, nel tipico atteggiamento dei neonati, eppure il suo sguardo è da persona cosciente e l’aureola con il rosso segno della croce già prelude alla futura morte per la salvezza degli uomini. Stranamente il piccolo Gesù non è in una mangiatoia, non è in una culla, non è adagiato sulla povera paglia, ma è coricato su un lembo del manto della Madre. Anche Maria ha qualcosa di strano: non indossa gli abiti dai tradizionali colori, rosso e blu, ma è vestita con il saio bianco domenicano e ricoperta con il mantello nero, tipico dei frati predicatori. Al pittore fu suggerito di dipingere una Natività (peraltro senza san Giuseppe) che richiamasse la devozione dei domenicani al Mistero dell’Incarnazione del Verbo. Ma altri personaggi sono in contemplazione del Mistero: a destra di Maria vediamo il patrono di Milano, Ambrogio: in abiti episcopali, il lungo pastorale e il flagello tra le mani; a sinistra Lucia con in mano il piattino su cui stanno gli occhi. Entrambi stanno invitando con la mano alcuni devoti inginocchiati e a mani giunte ad avvicinarsi con riverenza al Mistero. Si tratta di un uomo stempiato in abito nero e una specie di scarsella al fianco, davanti a lui i due maschi dalle lunghe capigliature bionde; simmetriche e sempre di profilo stanno le donne di casa: la moglie in un ricco abito rosso e la bionda capigliatura raccolta nel tipico coazzone, mentre davanti a lei la figlioletta in abito rosa e lunghi capelli biondi. Recenti studi hanno identificato la coppia di devoti: si tratta di Ambrogio Raverti e Lucia Marliani. La donna, in occasione di un parto difficoltoso, era stata miracolosamente soccorsa e salvata grazie all’intercessione di un santo frate domenicano, fra Giacomo da Sesto. Quindi questo affresco si può considerare quasi un ex-voto. (Immagine 5)

Non molto distante dalle Grazie troviamo la chiesa di San Maurizio, un tempo chiesa di uno dei più grandi ed importanti monasteri femminili della città. La chiesa, divisa in due zone, una per il popolo con accesso dalla strada, l’altra per le monache, con accesso solo dalla clausura, è completamente dipinta, tanto da essere chiamata “la cappella Sistina” di Milano. Pittore regista di gran parte degli affreschi fu Bernardino Luini e i suoi figli nei primi decenni del XVI secolo. La parete divisoria tra le due zone, accanto all’altare, propone i ritratti dei prestigiosi committenti, Alessandro Bentivoglio e la moglie Ippolita Sforza, genitori della badessa allora in carica, attorniati da santi e sante. A sinistra dell’altare in alto, in una lunetta vediamo inginocchiata Ippolita Sforza tra le sante Agnese, Scolastica (forse il ritratto della figlia badessa) e Caterina di Alessandria (Immagine 6); sotto, accanto alla figura del Cristo sofferente dalle cui ferite sgorga sangue, le sante martiri Apollonia, con in mano le tenaglie con cui le strapparono i denti, e Lucia. La martire viene presentata come una elegante dama di corte: l’abito giallo dalle ampie maniche, è ricoperto da un manto violaceo che scende lungo il corpo in ampie e morbide pieghe. Il volto è serio e intenso, incorniciato dai capelli castani, raccolti. Tra le mani la martire tiene un ramo di palma, segno inequivocabile del martirio, un libro, segno della Parola nella quale trovava costante alimento e infilati in un elemento appuntito i due occhi, mostrati ai fedeli come preziosi trofei di vittoria. (Immagine 7)

Dipinti milanesi
Presentiamo ora tre quadri, presenti in private gallerie milanesi.
Solo una di queste tele è stata attribuita ad un pittore, Pier Francesco Cittadini, un artista seicentesco, formatosi alla scuola di Daniele Crespi e presto emigrato per lavoro in Emilia. Il quadro è di piccolo formato e quindi destinato con buona probabilità alla devozione privata. La santa è presentata a mezzo busto su un fondo scuro che ne mette in risalto la figura. Indossa una camicia bianca con stretti polsini e una sopravveste violetta; l’ampia scollatura è orlata con un bordo scuro ricoperto da una fila di pietre scintillanti al cui centro si nota un pendaglio; ai lobi due pendenti con perle. La giovane santa volge lo sguardo verso l’alto, i lunghi capelli sono scuri, il volto è cinto da una sottilissima aureola, quasi invisibile. Lucia con una mano tiene la palma del martirio e con l’altra un piattino su cui stanno i suoi occhi. (Immagine 8)

Concludiamo con i restanti due dipinti, di anonimi del tardo Seicento.
In questa tavola la santa martire è presentata di tre quarti su fondo scuro. Come la precedente, anche in questo caso lo sguardo, quasi in estasi, è rivolto verso l’alto. I capelli sono biondi e sciolti sulle spalle, indossa una veste blu scuro e un pesante manto color grigio con dorati disegni arabescati, il delicato collo è coperto da un velo trasparente. La santa porta la destra al petto, in segno di offerta a Dio, mentre la sinistra, appoggiata a un pilastrino, tiene la palma del martirio. Posati sul pilastrino si notano gli occhi, segno iconografico distintivo. (Immagine 9)

L’ultima tela è decisamente meno bella e accurata delle precedenti e rivela un artista di scerse capacità espressive. Lucia è ritratta quasi a figura intera, sempre su fondo scuro. La luce che piove da sinistra ne illumina solo parte del volto e della persona. Lo sguardo è volto verso l’alto, le braccia sono quasi aperte e nella destra tiene la palma, mentre la sinistra trattiene un grosso volume di cui si vedono le pagine biancastre e accanto al quale si vedono i globi oculari. Indossa un abito rosso, la cui apertura anteriore è stretta da un cordoncino, porta una strana fascia in vita, di cui colpisce l’elaborato nodo che la stringe, forse un elemento che sottolinea la scelta di verginità di Lucia; tutta la persona è poi avvolta in un ampio mantello grigio. Alla destra di chi guarda emerge un dettaglio un particolare: la presenza di un bambino con lo sguardo rivolto alla martire e le braccine tese in segno di preghiera e invocazione. Pare quasi che la tavola sia un ex-voto per chiedere la guarigione di questo bambino. (Immagine 10)