Da Leone XIII a Leone XIV. Il ritorno della Dottrina Sociale della Chiesa
Ho letto lo straordinario testo di Benedetto Delle Site, La Dottrina Sociale della Chiesa,. La profezia di Leone XIII ai tempi di Leone XIV, che sarà prenato al Meeting di Rimini il 24 agosto alle ore 12. Riporto l'introduzione, sia come invito all'incontro, sia come suggerimento di lettura. Ne vale assolutamente la pena.- Curatore:
- Fonte:

Nella storia della Chiesa la scelta del nome pontificale non è mai un atto neutro: costituisce un gesto teologico e storico insieme, mediante il quale il nuovo Pontefice si colloca consapevolmente entro una tradizione, ne assume il peso e ne rilancia la responsabilità. Il nome scelto diventa così una chiave interpretativa del tempo presente e una dichiarazione di metodo. In questo senso, la scelta del nome Leone da parte di Papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, si presenta come un atto di forte densità dottrinale, che richiama uno dei momenti più alti e sistematici dell’elaborazione del pensiero sociale cristiano.
Il riferimento è a Papa Leone XIII (1810-1903), al secolo Vincenzo Gioacchino Pecci, Pontefice che governò la Chiesa in uno dei passaggi più drammatici della modernità occidentale. La dissoluzione dell’ordine cristiano europeo, l’affermazione dello Stato laico, la rivoluzione industriale, la nascita delle ideologie socialiste e liberali, la riduzione della religione a fatto privato costituivano il contesto in cui Leone XIII fu chiamato a esercitare il suo ministero. Egli comprese con straordinaria lucidità che la crisi in atto non era soltanto politica o sociale, ma radicalmente antropologica: era l’uomo stesso a essere messo in discussione nella sua verità.
La grandezza di Leone XIII non consiste nell’aver reagito a singole emergenze, ma nell’aver costruito un corpo di pensiero organico, capace di affrontare la modernità nel suo insieme. La Dottrina Sociale della Chiesa nasce qui, non come un insieme di prese di posizione occasionali, ma come un edificio coerente, fondato su una visione razionale e cristiana dell’uomo, della società e dello Stato.
Nell’enciclica Pervenuti all’anno vigesimoquinto del 19 marzo 1902, pubblicata per il venticinquesimo anniversario della sua elezione a Pontefice, Leone XIII chiede di leggere le sue principali encicliche non in ordine cronologico ma in questo ordine: “le Encicliche sulla filosofia cristiana [cf. Aeterni Patris, 18791, sulla libertà umana [cf. Libertas, 1888], sul matrimonio cristiano [cf. Arcanum Divinae Sapientiae, 1880], sulla setta dei Massoni [cf. Humanum genus, 1884], sui poteri pubblici [cf. Diuturnum, 188i], sulla costituzione cristiana degli Stati [cf. Immortale Dei, 1885], sul socialismo [cf. Quod apostolici muneris, 1878], sulla questione operaia [cf. Rerum novarum, I891], sui principali doveri dei cittadini cristiani [cf. Sapientiae Christianae, 1890].
Il filosofo Augusto Del Noce (1910-1989) si chiederà “perché nessuno in Italia abbia pensato all’edizione delle nove encicliche secondo quell’ordine logico che il Papa aveva fissato” (in A. Del Noce, “Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea. Leone XIII / Paolo VI / Giovanni Paolo II”, Studium, Roma 2005, p. 77).
Se la prima parte di questo lavoro cerca di delineare gli itinerari della Dottrina Sociale della Chiesa - le sue premesse, il suo sviluppo, i suoi principi, il suo metodo, soprattutto il suo fondamento cristologico e antropologico - la seconda parte del presente volume accoglie l’invito di Augusto Del Noce offrendo una antologia delle nove encicliche che costituiscono un unico “corpus leoninum”, la sua visione del mondo e della vita.
Il punto di partenza è l’enciclica Aeterni Patris (1879), con la quale Leone XIII riafferma la capacità della ragione di conoscere la verità e di fondare l’ordine morale. Il recupero del pensiero di san Tommaso d’Aquino non rappresenta un ritorno nostalgico al passato, ma la scelta di una ragione forte, capace di opporsi tanto al relativismo quanto al positivismo, entrambi incapaci di offrire un fondamento stabile alla vita sociale.
Su questa base filosofica si sviluppa una riflessione decisiva sulla libertà. In Libertas (1888), Papa Pecci smaschera l’equivoco moderno che identifica la libertà con l’assenza di obblighi. La libertà autentica non è arbitrio, ma adesione al vero e al bene; separata dalla verità, essa si rovescia nel suo contrario, diventando dominio del più forte o potere totalizzante dello Stato. Questa intuizione, maturata nel confronto con il liberalismo ottocentesco, si rivela di sorprendente attualità in una cultura come quella di oggi che invoca la libertà per giustificare ogni forma di autodeterminazione, anche contro la dignità della persona.
La questione della famiglia occupa un posto centrale nell’enciclica Arcanum divinae sapientiae (1880). Qui Leone XIII afferma che il matrimonio non è una costruzione giuridica dello Stato, ma una realtà naturale elevata da Cristo a sacramento. Colpire il matrimonio, lasciare che il potere lo ridefinisca a proprio piacimento, significa colpire il fondamento stesso della società. Non si tratta di una tesi confessionale, ma di una verità antropologica confermata dall’empiria: senza una famiglia stabile, fondata sulla complementarità tra uomo e donna, l’ordine sociale si disgrega. La portata profetica di queste affermazioni emerge con particolare forza alla luce delle attuali crisi familiari e dell’attacco alla famiglia da parte della cosiddetta ideologia gender.
Il tema dell’autorità e dello Stato viene affrontato in Diuturnum illud (1881) e trova la sua formulazione più compiuta in Immortale Dei (1885). L’autorità politica non nasce dalla forza né dal puro consenso, ma ha una radice morale e spirituale; lo Stato non è un assoluto, ma è ordinato al bene comune e al servizio della persona. Qui Leone XIII offre una delle più equilibrate elaborazioni cattoliche della laicità, intesa come distinzione ordinata tra ambito religioso e ambito politico, non come esclusione di Dio dalla vita pubblica.
In Humanum genus (1884), Leone XIII individua con particolare lucidità il nucleo ideologico della secolarizzazione moderna. Analizzando la massoneria non solo come fenomeno settario, ma anche come visione del mondo alternativa al cristianesimo, il Papa mostra come l’umanesimo immanentista, che pretende di costruire la società prescindendo da Dio, finisca inevitabilmente per negare la verità sull’uomo.
In Sapientiae christianae (1890), il Pontefice si rivolge ai laici, chiamandoli a una presenza coraggiosa e responsabile nella vita pubblica. La fede non può essere confinata nella sfera privata: l’impegno sociale e politico è parte integrante della vocazione cristiana. Anche qui, Leone XIII anticipa una questione che attraversa drammaticamente la modernità avanzata.
Tutto questo percorso trova la sua sintesi e il suo punto di massima visibilità nell’enciclica Rerum novarum (189I). Contrariamente a una lettura riduttiva, Rerum novarum non nasce come un testo isolato sulla questione operaia, ma come l’applicazione concreta di un intero corpo di pensiero. Leone XIII infatti si dedicò alla cosiddetta questione operaia come espressione di un disagio sociale che era in ultima istanza il frutto avvelenato di un secolarismo che, detronizzando Cristo dal vertice sociale, lasciava gli uomini preda dell’egoismo.
Se infatti la Rerum Novarum può essere considerata, ad esempio nella difesa del diritto naturale alla proprietà privata, una risposta al socialismo che sobillava alla rivolta gli operai contro i loro padroni, va anche sottolineato che il socialismo come il liberalismo ottocentesco erano anatemizzati dalla Chiesa per la loro radice atea: privando gli uomini di una visione trascendente, quindi della temperanza e della moderazione degli appetiti, di quel senso di fratellanza che nasce dal riconoscersi figli dello stesso Padre, le ideologie secolari lasciavano l’uomo indifeso di fronte agli egoismi, fossero essi dell’una o dell’altra classe.
Non a caso San Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus ricorda il legame tra la Rerum novarum e le altre encicliche - apparentemente “non sociali” - di Leone XIII, ad esempio l’enciclica Libertas: “è da ricordare, in particolare, l’Enciclica Libertas prestantissimum, in cui era richiamato il legame costitutivo della libertà umana con la verità, tale che una libertà che rifiuti di vincolarsi alla verità scadrebbe in arbitrio e finirebbe col sottomettere se stessa alle passioni più vili e con l’autodistruggersi. Da cosa derivano, infatti, tutti i mali a cui la Rerum novarum vuole reagire se non da una libertà che, nel campo dell’attività economica e sociale, si distacca dalla verità dell’uomo?”
Leone XIII afferma che il lavoro non è una merce, che il capitale non è un assoluto, che la proprietà privata è un diritto naturale ma non illimitato, che lo Stato deve intervenire senza soffocare la società e che i corpi intermedi sono essenziali all’ordine sociale. È già presente, in nuce, il principio di sussidiarietà. Proprio per questo, Rerum novarum suscitò uno scandalo profondo al momento della sua pubblicazione. Essa disturbava perché non si collocava né dalla parte del liberalismo economico né da quella del socialismo. I primi vi videro una minaccia all’ordine capitalistico nascente; i secondi una difesa inaccettabile della proprietà privata. Anche in ambienti cattolici non mancarono diffidenze, poiché l’enciclica rompeva equilibri consolidati e costringeva a ripensare il rapporto tra Chiesa, economia e società. La Dottrina Sociale della Chiesa nasce dunque, fin dall’inizio, come parola scomoda, incapace di essere addomesticata dalle ideologie.
Questo carattere scandaloso non sfuggì alla coscienza culturale europea del Novecento. Georges Bernanos, nel suo Diario di un curato di campagna, ricorda come la Rerum novarum fosse stata percepita da molti come una frattura, quasi un tradimento delle sicurezze borghesi. Bernanos coglie con straordinaria profondità il dato essenziale: quando il cristianesimo prende sul serio la vita concreta degli uomini, esso cessa di essere innocuo. La parola evangelica, applicata all’economia e alla società, inevitabilmente scandalizza.
È proprio questo scandalo a costituire la forza profetica della Dottrina Sociale della Chiesa. Un pensiero che non disturba più, che non mette in discussione i presupposti dominanti, che non chiede conversione, ha già smarrito la sua verità. Leone XIII ne era pienamente consapevole, ed è per questo che, nell’enciclica Annum ingressi elencò consapevolmente le sue principali encicliche come parti di un unico disegno, indicando l’ordine logico con cui dovevano essere lette.
La Dottrina Sociale della Chiesa nasce così come corpus unitario, pensato per durare nel tempo.
È questo corpus che Papa Leone XIV intende oggi rilanciare. I richiami espliciti alla Rerum novarum nei suoi primi interventi pubblici, dal primo discorso al Collegio cardinalizio passando per l’udienza ai membri della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, non hanno un valore celebrativo, ma programmatico. Essi indicano la volontà di restituire alla Dottrina Sociale della Chiesa il suo carattere originario: non un linguaggio di adattamento della Chiesa ai mutamenti storici, ma un criterio per osservare, giudicare e agire nella storia.
La scelta del nome Leone esprime dunque una convinzione profonda: le domande decisive non sono cambiate. Cambiano le forme storiche, ma restano intatte le questioni fondamentali - chi è l’uomo, che cos’è la libertà, quale rapporto tra economia e morale, quale fondamento per la politica. La Dottrina Sociale della Chiesa nasce per rispondere a queste domande, e proprio per questo conserva una sorprendente attualità.
(Benedetto Delle Site, La Dottrina Sociale della Chiesa, pp. 7-13)

