Come è strano il nostro colloquiare!
I Vescovi della Conferenza Episcopale dell'Emilia-Romagna sulla legge regionale sul suicidio medicalmente assistito: «Il progetto di legge approvato ora non è la risposta al vero problema che la malattia e la sofferenza pongono all’essere umano»- Autore:
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Come è strano il nostro colloquiare! Sembra che le parole e i pensieri danzino in un frenetico ballo le cui posizioni più spesso si scontrano senza ascoltarsi, a volte affermando principi e valori poi immediatamente contraddetti. In questi giorni frenetici ci interroghiamo sgomenti di fronte alla morte di un uomo, evidentemente malato, che, fermato dalle forze dell’ordine a Bologna per atti inconsulti e violenti, muore tra le braccia degli agenti, ma dall’altra parte sembriamo esultanti perché, nella stessa regione, l’Emilia-Romagna, si approva una legge che ha il triste sapore della morte, affermata come diritto, per mano propria o dei responsabili della salute.
Non è chi non veda che siamo di fronte a pensieri schizofrenici, che invocano coerenza e soprattutto una autentica cultura della vita.
La cultura della vita non può tacere
Tra le varie notizie e riflessioni mi sono imbattuto in questo pensiero di un giornalista che parla della morte di un conoscente, per una malattia inguaribile: «Ha fatto testamento convocando un notaio e, essendo stato con orgoglio un tipografo, prima in un grande giornale del Nord e poi in una sua azienda, ha voluto disegnare egli stesso il cartoncino di ricordo da donare a chi avrebbe partecipato al suo funerale. Ha scelto le parole del cardinale Carlo Maria Martini: “Mi sono riappacificato con il pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremo mai a fare un atto di piena fiducia. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle uscite di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio”». [Domani, 25 luglio 2026, Per un fine vita più umano e degno bisogna risolvere carenze e divari]
Ci sono tematiche che investono la vita di tutti noi, e che non possiamo demandare ad altri, alle opinioni comuni, al chiacchiericcio dei social. E che soprattutto non possono essere affrontate con i cortocircuiti dei “diritti”. Sappiamo bene che in questo modo si arriva alle più gravi contraddizioni (basterebbe rifarsi ai nostri antenati latini: «summum ius, summa iniuria»).
E se provassimo allora a chiarirci, anche per un sereno confronto, quali sono i principi irrinunciabili che devono guidare la nostra vita e le nostre decisioni? E possiamo farlo anche tra noi, a San Marino, dopo che abbiamo fatto, come cattolici delle Aggregazioni laicali, un lavoro approfondito di riflessione e di comunicazione.
Così ci siamo espressi in questa circostanza: «Come Commissione sul Fine Vita della Diocesi di San Marino-Montefeltro prendiamo atto del confronto che si è sviluppato e auspichiamo che esso possa generare frutti positivi per l'intera comunità. Tra questi, riteniamo particolarmente significativo che si sia levata con chiarezza, anche nello spazio pubblico, la voce dei cattolici, impegnati a testimoniare il pensiero cristiano e a offrire una ragione di speranza a ogni persona, soprattutto di fronte alla malattia e alla morte. Abbiamo presentato alcuni contributi e suggerimenti affinché la legge che ci si appresta ad approvare sia pienamente rispettosa della vita e della dignità intrinseca di ogni persona. Auspichiamo che quanti hanno a cuore le sorti della Repubblica di San Marino e il perseguimento del bene comune sappiano esprimere un orientamento unitario in ordine alla legge e agli emendamenti necessari. Per questo rivolgiamo a tutti coloro che sono chiamati a responsabilità politiche un invito chiaro alla ricerca dell'unità, tanto auspicata, in una direzione condivisa che salvaguardi la vita e non apra la strada a posizioni eutanasiche o suicidarie… La posta in gioco è alta. La nostra Repubblica è guardata come segno e fiaccola di libertà e di accoglienza; proprio per questo, nella responsabilità comune, siamo chiamati a ritrovarci uniti, e sappiamo che l'unità nel difendere la vita e la sua permanente dignità costituisce un punto di speranza in questo drammatico tempo in cui viviamo e risponde alle esigenze di rinnovamento sollecitate dalla nostra epoca.»
In questo siamo fieri di seguire il costante (e ragionevole) insegnamento della Chiesa che ci indica una via umana per un impegno a difesa della vita. Dice la Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica: «Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (da non confondersi con la rinuncia all’accanimento terapeutico, la quale è, anche moralmente, legittima), che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale… Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani.»
Di fronte a quanto accade, e di fronte a quello che la Regione Emilia-Romagna ha legiferato (come pure di fronte a tanta invadenza rispetto al cammino educativo dei giovani), la nostra responsabilità è sollecitata a prendere posizione, come ci ricorda il costante insegnamento della Chiesa. A Firenze Papa Francesco ci ha detto: «Ma la Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini» e s. Giovanni Paolo II, in precedenza: «Bisogna allora concludere che la fede cristiana abilita noi credenti a interpretare, meglio di qualsiasi altro, le istanze più profonde dell’essere umano e ad indicarne con serena e tranquilla sicurezza le vie e i mezzi di un pieno appagamento.»
Questo è il compito che abbiamo.
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