LETTERA APERTA A ... Sua Eccellenza Arcivescova di Canterbury (GB)
Chiedo ancora in prestito a Don Pierre Laurent Cabantous, Parroco e Direttore ad honorem del U.P.R.C.T. (Ufficio Pastorale del Realismo Cattolico Territoriale), questa sua «Lettera aperta» perché col sano realismo romagnolo «Castigat ridendo mores!».- Autore:
- Curatore:

A Sua Eccellenza Reverendissima Sarah Mullally, Arcivescova di Canterbury
Oggetto: sulle differenze tra l’anima inglese e quella romagnola, e su altri misteri non ancora definiti dogmaticamente
Eccellenza Reverendissima,
Le scrivo dalla Romagna, che non è soltanto una regione geografica ma una forma abbreviata dell’Incarnazione.
Perché vede, noi romagnoli abbiamo questo vantaggio teologico sui popoli nordici:
che facciamo più fatica a credere alle astrazioni, ma una volta che una cosa è diventata carne, tavola, vino, festa, litigio, parentela e campanile, allora la capiamo subito.
Sono parroco a Cervia, una piccola città sulle rive del mare Adriatico e nota come località turistica e balneare. Come avrà notato il mio nome denuncia la mia origine francese, ma sono nato a Ravenna. Ora, sebbene le mie origini potrebbero far dubitare che io abbia un po’ di pregiudizio per tutto ciò che è britannico, ammetto che guardo sempre con un misto di ammirazione, perplessità e con lieve apprensione - l’anglicanesimo:
che è una delle pochissime forme religiose al mondo capaci di sembrare allo stesso tempo antica, rispettabile e provvisoria.
E Le confesso che questa è già, di per sé, un’impresa.
Noi romagnoli siamo abituati a istituzioni molto semplici.
Se una cosa è vera, deve poter sopravvivere:
• a una nonna che la contraddice,
• a una processione sotto il sole,
• a una discussione dopo il secondo sangiovese,
• e soprattutto al pranzo della domenica.
Se non regge questo, con tutto il rispetto, non è ancora una civiltà.
Ora, l’impressione che ci fa spesso la vostra venerabile comunione anglicana è quella di una realtà che ha conservato:
• i paramenti,
• la musica,
• l’architettura,
• la solennità,
• la pronuncia,
• e in certi casi perfino il portamento,
ma che ogni tanto pare ancora incerta su un dettaglio secondario, e cioè: se credere davvero a quello che mette in scena.
Capisce che per noi, che siamo un popolo forse eccessivo ma almeno non neutrale, questa cosa è destabilizzante.
La grande differenza: voi avete l’equilibrio, noi la gravità
L’inglese, davanti al mistero, cerca l’equilibrio.
Il romagnolo, davanti al mistero, cerca la gravità.
L’inglese teme l’eccesso.
Il romagnolo teme il vuoto.
L’inglese dice:
“Non bisogna essere troppo dogmatici.”
Il romagnolo, che magari non sa nemmeno cosa voglia dire “dogmatico”, però sente subito se una cosa è sostanza o tappezzeria.
E mi permetta di dirLe, Eccellenza, con spirito di franchezza cattolica e urbanità municipale, che una parte del dramma dell’anglicanesimo sta tutta qui:
avete custodito troppo bene il salotto e troppo poco il fuoco.
Avete difeso la forma della casa, ma ogni tanto sembra che dentro ci abbiate paura di accendere il camino.
Il problema dell’anglicanesimo, detto in romagnolo
Se Chesterton fosse nato a Bagnacavallo o a Brisighella invece che a Londra, probabilmente avrebbe scritto così:
“L’anglicanesimo è una religione che assomiglia molto a una casa padronale: bellissima, dignitosa, piena di argenteria e ritratti di famiglia… ma quando arriva il temporale uno cerca istintivamente il fienile, perché lì almeno c’è ancora odore di vita.”
Ecco, il punto è questo.
Noi romagnoli siamo rozzi, sì, ma abbiamo un istinto infallibile per distinguere tra:
• una cosa viva,
• e una cosa ben conservata.
Una pesca è viva.
Una pesca di marmo è elegante.
Ma non la mangia nessuno.
Così pure certe forme religiose:
ci sono quelle che hanno ancora il rischio, il sangue, il peccato, il perdono, il giudizio, la gloria, la vergogna, la santità.
E poi ci sono quelle che hanno una commissione.
Sulla vostra rispettabilità
Mi permetta un’altra osservazione, che non vuole essere offensiva ma solo misericordiosamente esatta.
Voi inglesi siete un popolo straordinario.
Siete riusciti a fare una rivoluzione conservando il servizio da tè.
Avete decapitato mezzo mondo senza mai alzare la voce.
Avete trasformato perfino l’eresia in una procedura.
Questo, da un punto di vista storico, è ammirevole.
Da un punto di vista spirituale, però, può diventare un problema.
Perché il cristianesimo non è nato per rendere l’uomo più presentabile.
È nato per renderlo vero, e quindi prima o poi anche un p’ scomodo.
Da noi, se uno esce dalla Messa uguale a come è entrato, al massimo diciamo:
“Boh, forse il parroco oggi non era in forma.”
Da voi abbiamo invece il sospetto che a volte il successo pastorale consista proprio in questo:
che nessuno esca troppo disturbato.
Eppure il Vangelo, mi perdoni, non è un centro benessere spirituale con sottofondo d’organo.
È una notizia così enorme che, se fosse presa sul serio, dovrebbe almeno spostare una sedia.
Noi romagnoli e voi inglesi davanti all’autorità
C’è poi un altro punto decisivo.
Noi romagnoli siamo anarchici, ma solo superficialmente.
In realtà abbiamo un bisogno disperato di sapere che da qualche parte ci sia una roccia.
Brontoliamo contro tutto:
• il Comune,
• il vescovo,
• il Papa,
• il meteo,
• i cantieri,
• i nipoti,
• la Juve.
Però, sotto sotto, vogliamo che almeno una cosa non cambi.
Vogliamo poter dire:
“Qui, se il mondo impazzisce, almeno questo resta”
Ed è precisamente qui che l’anglicanesimo ci lascia sempre un po’ in imbarazzo.
Perché dà spesso l’impressione di essere una Chiesa che ha conservato la cattedra ma ha perso la voce.
Ha mantenuto il gesto, ma ha negoziato il contenuto.
Ha il pastorale, ma ogni tanto sembra usarlo come segnalibro.
E capisce che per un romagnolo questa è una tragedia quasi agricola:
è come vedere un trattore lucidato a festa che però non ara più.
Una differenza decisiva: il ridicolo
Qui Le dico una cosa molto seria sotto forma di battuta.
Noi romagnoli abbiamo un grande vantaggio spirituale sugli inglesi:
non abbiamo paura del ridicolo.
Ed è una grazia immensa.
Perché molte verità cristiane, se viste dal mondo, appaiono ridicole:
• credere ai santi,
• credere ai miracoli,
• credere che Dio si faccia uomo,
• credere che la verità conti più dell’eleganza.
Noi su questo siamo già allenati, perché veniamo da una terra dove uno può discutere di metafisica in canottiera.
Voi invece avete il problema opposto:
siete talmente educati che rischiate di sacrificare il soprannaturale pur di non sembrare eccessivi.
Ma il cristianesimo, se è vero, è sempre un po’ eccessivo.
Altrimenti è solo buona educazione con campane.
Conclusione
Perciò, Eccellenza, Le scrivo non per irridere la Sua comunione, ma quasi per incoraggiarla.
Perché io credo sinceramente che il dramma dell’Inghilterra religiosa non sia di aver conservato troppo cristianesimo,
ma di averne conservato spesso l’involucro senza più il santo spavento.
E questo noi romagnoli, con tutti i nostri difetti, lo percepiamo subito.
Perché magari siamo meno composti, meno sobri, meno liturgicamente lineari…
ma abbiamo ancora il sospetto salutare che Dio, se entra davvero in una stanza, non la lasci ordinata come l’ha trovata.
Con l’augurio, pertanto, che anche nelle vostre nobilissime navate londinesi torni ogni tanto un po’ di salutare disordine soprannaturale, Le porgo i miei più distinti saluti.
Con rispetto, franchezza e una moderata superiorità gastronomica,
Don Pierre Laurent Cabantous
Parroco e Direttore ad honorem del U.P.R.C.T. (Ufficio Pastorale del Realismo Cattolico Territoriale)
