800 anni dopo Francesco: ma chi era il Patrono d’Italia?

Ricordiamoci in questa quaresima 2026, 800 anni dopo, che Francesco è il santo che più di tutti ha intuito, ha creduto, ha vissuto, ha predicato, la grande avventura del cristianesimo
Autore:
Luca Costa
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
Vai a "Ultime news"

Nel 2026 ricorrono gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, e mai come ora il suo nome risuona nelle piazze, nei convegni, nelle librerie, nei discorsi pubblici, nelle celebrazioni ufficiali. In Italia, paese di cui è patrono, tutte le fazioni lo rivendicano: chi come profeta sociale, chi come precursore ecologista, chi come ribelle antisistema, chi come icona identitaria. Eppure Francesco sfugge a ogni appropriazione. Il Santo di Assisi non fu né un clericale né un rivoluzionario ideologico. Fu un uomo libero, innamorato di Dio e della vita che Lui ci ha donato.
Non fu un clericale, perché vide con lucidità e lealtà il bisogno di una profonda conversione nella Chiesa del suo tempo. La novità francescana non è nata nei decreti o nelle dispute accademiche. Francesco non aveva la licenza polemica: egli si spogliò. Convertiti e credi il Vangelo. Cambia vita, segui Gesù. Altro che glosse e filosofia scolastica.
Non organizzò correnti: camminò scalzo. Non affisse tesi ai portoni: abbracciò i lebbrosi. Poche parole, molti fatti. Il cristianesimo come esperienza ardente, come avventura, come rischio totale, come libertà, come cultura.
Aveva compreso il cuore della fede. Certo, diede una Regola ai suoi frati, e chiese l’approvazione di Papa Innocenzo III, ma intuì che nessuna regola esaurisce l’avventura cristiana.
Il cristianesimo è una grande disobbedienza. Il cristianesimo non è il quieto adempimento di un codice; è una inquietudine permanente del cuore. Gesù Cristo non ha scritto un codice, ha salvato il mondo. Non ha fondato un partito, ma una comunità di uomini e donne chiamati ad amare Dio e ad amarsi gli uni gli altri. Per questo, per un cristiano, non arriva mai il momento in cui esso possa dirsi: “Ok, secondo la Legge, secondo le Regole, ho fatto abbastanza, sono definitivamente a posto con Dio”. Posso mettere la mia coscienza in modalità aereo.
Il cristianesimo non è né l’islam, né l’ebraismo, né tantomeno il protestantesimo.
C’è sempre un malato da visitare, un affamato da sfamare, un disperato da consolare. C’è la battaglia dell’educazione. La difesa della vita. Ci sono i fatti. C’è il mondo. Vuoi fare dell’introspezione? Della teologia? Dell’intimismo? Del bricolage? Libertà! Siediti pure sul divano. Ma il cristianesimo è un’altra cosa. Il cristianesimo non è portare una verità porta a porta come una polizza di assicurazioni, il cristianesimo è essere portati dalla Verità ad accettare qualsiasi sfida. Bernanos (che ben conosceva e amava San Francesco) aveva visto giusto in tal senso.
Francesco guardò in faccia questo abisso — l’impossibilità di sentirsi a posto — e non ne fu schiacciato né intristito. Trasse una gioia invincibile. È questo il miracolo più grande: la sua letizia non era ingenuità (che palle le fiction su San Francesco che lo ritraggono come un semi-ebete buonista), ma coscienza attraversata dalla grazia. La sua era la festa di chi sa che tutto è dono di Dio. Anche il nostro corpo, anche il creato. Altro che le bischerate dei catari.
Nel Cantico delle Creature la creazione intera diventa felicità: il sole è fratello, la luna è sorella, perfino la morte è chiamata “sorella”. Non è poesia evasiva; è uno sguardo riconciliato, capace di dire il bene del reale perché lo riconosce come proveniente da un Bene più grande. Dio.
E in questo senso Francesco non è soltanto il santo dell’Italia: è il padre spirituale del nostro popolo. Ci ha lasciato in eredità la gioia dell’essere cristiani, una gioia che ha impregnato secoli di arte, di musica, di architettura, gastronomia, di feste popolari. Un cristianesimo mai cupo, mai inquisitorio, mai irrigidito nel moralismo, ma celebrato nelle piazze, nei canti, nella poesia, nelle tavole condivise, nelle cattedrali che si innalzano come preghiere di pietra. La festa dell’essere cristiani che si incarna in ciò che si mangia, si beve, si canta, si dipinge, si scolpisce. Una fede che non fugge il creato, ma lo celebra nel nome di Cristo.
Attenzione! Francesco non fu affatto un “sinistroide” ante litteram. Non ruppe con la Chiesa, non fondò partiti, non cercò di rifare il mondo secondo un’ideologia stabilita. La sua obbedienza fu concreta, talvolta forse difficile, ma solida. Rimase dentro la Chiesa perché sapeva che la comunione con essa è il punto di partenza di tutto. La comunione, non la rottura. Una vera riforma non nasce dalla rottura, ma dalla santità.
Francesco non impose la povertà come programma politico o come livellamento sociale. La sposò come vocazione personale, come risposta a una chiamata. Sapeva che senza libertà la povertà non è altro che miseria, e la miseria senza vocazione genera soltanto miserabili che dimenticano presto di chi sono figli, che dimenticano presto la loro dignità di uomini e di cristiani. E come si fa poi, come chiedeva Saint-Vincent de Paul, a salvare l’anima di chi non sa più di averne una?
Francesco è universale proprio perché non è ideologico. Non si può tirarlo per la tunica per farne un vessillo di parte. Non si lascia arruolare. Né a destra né a sinistra. La sua forza è il Vangelo, vissuto. Nel corpo e nello spirito. Egli ci ricorda che la Chiesa ha sempre bisogno di santi e non di guru, di testimoni e non di moralisti. Ci ricorda che la riforma più radicale comincia dal cuore. Convertiti e credi il Vangelo. Cambia vita e segui Gesù.
Ottocento anni dopo la sua morte, San Francesco continua a interpellarci. Non chiede di essere annesso, ma pregato. Non chiede narrazioni retoriche, ma conversione. Conversione di tutti, in primis del suo popolo. Noi. L’Italia. Anche la nostra lingua gli deve qualcosa, e Francesco andrebbe citato con Dante, Petrarca e Boccaccio come uno dei padri fondatori dell’italiano.
Se vogliamo onorarlo davvero in questo anniversario, non deformiamolo per adattarlo ai nostri pregiudizi. Questo sarebbe indegno, anche per un popolo vecchio e stanco come il nostro.
Ricordiamoci in questa quaresima 2026, 800 anni dopo, che Francesco è il santo che più di tutti ha intuito, ha creduto, ha vissuto, ha predicato, la grande avventura del cristianesimo.

Luca Costa