La Tribuna dei vescovi di Francia contro il progetto di Macron. La Chiesa cattolica in Francia parla chiaro contro l’eutanasia

Riportiamo il Comunicato dei Vescovi Francesi sul tema della Eutanasia: «Non ci si prende cura della vita dando la morte». Riflessioni utili anche in Italia e a San Marino
Vai a "Ultime news"

Tribuna dei vescovi di Francia
“Non ci si prende cura della vita dando la morte”


Nei prossimi giorni il Senato esaminerà un disegno di legge che istituisce un “diritto all’aiuto a morire”. Questo dibattito coinvolge la nostra società nel suo aspetto più intimo e grave: il modo in cui accompagna i suoi membri più vulnerabili fino al termine della loro vita.

Noi, Vescovi di Francia, desideriamo ribadire il nostro profondo rispetto per coloro che affrontano la fine della vita, la malattia grave o incurabile, la sofferenza e la paura di dipendere dagli altri.

La Chiesa ha una lunga esperienza nell’accompagnamento dei malati o delle persone con disabilità, di coloro che li assistono, dei professionisti della sanità, dei cappellani degli ospedali o delle residenze sanitarie assistenziali per anziani. Noi ascoltiamo l’angoscia di coloro che temono il dolore, la solitudine o la perdita della padronanza di sé. Incontriamo direttamente questa angoscia quando le persone a noi vicine, i componenti delle nostre famiglie, i fedeli delle nostre diocesi si confrontano con questo e lo condividono con noi. Queste paure sono reali e richiedono risposte umane, fraterne, mediche e sociali all’altezza.

Da più di venticinque anni la Francia ha fatto una scelta singolare e preziosa: rifiutare sia l’accanimento irragionevole sia la morte procurata, affermando allo stesso tempo il diritto a non soffrire e il dovere di accompagnare la vita fino alla fine. Le leggi successive, fino alla legge Claeys-Leonetti e, oggi, la nuova legge in fase di elaborazione per la parità di accesso per tutti all’accompagnamento e alle cure palliative delineano una “via francese” coerente, riconosciuta, fondata sullo sviluppo della cultura palliativa, la presa in considerazione delle parole del paziente, le disposizioni anticipate di trattamento e la possibilità di sedazione profonda e continua, non per dare la morte ma per alleviare il dolore.

Le cure palliative sono l’unica risposta valida alle situazioni che mettono alla prova nel fine vita e noi esprimiamo in questa sede la nostra gratitudine agli eletti che, attraverso il loro voto, sostengono l’attuale progetto di legge per la parità di accesso di tutti all’accompagnamento e alle cure palliative. Molti operatori sanitari impegnati in questo approccio testimoniano che la presa in carico di una persona in fase terminale o malata nella sua dimensione fisica, ma anche psicologica, relazionale e, se del caso, spirituale, come proposto dalle cure palliative, comporta quasi sempre, nelle persone alla fine della loro vita, la scomparsa della richiesta di morire. Perché anche dietro una richiesta di morte spesso si esprime il desiderio di vivere.
Per permettere a tutti l’accesso alle cure palliative, la Chiesa, già presente nel mondo ospedaliero e nella pratica assistenziale, è pronta ad offrire il suo contributo allo sviluppo della cultura palliativa, intensificando il proprio impegno su questo tema.

Sorge quindi una domanda: perché una nuova legge? Se “in Francia si muore male”, come a volte si sente dire, non è perché la somministrazione di una sostanza letale ai pazienti non è ancora consentita, ma perché la legge vigente non è sufficientemente applicata e l’accesso alle cure palliative rimane molto diseguale sul territorio nazionale. Ancora oggi quasi un quarto del fabbisogno di cure palliative non viene soddisfatto. Come proporre la morte come opzione, quando l’accesso effettivo alle cure e al sollievo dal dolore (i progressi della medicina permettono di superare quasi tutte le sofferenze refrattarie), alla presenza umana ed all’accompagnamento non è garantito per tutti?

Legalizzare l’eutanasia o il suicidio assistito modificherebbe profondamente la natura del nostro patto sociale. Dietro parole che si vogliono rassicuranti si nasconde una realtà che il linguaggio tende a dissimulare. Presentare l’eutanasia e il suicidio assistito come atti di cura confonde gravemente i punti di riferimento etici. Si distorce il significato delle parole per meglio anestetizzare le coscienze: questo offuscamento non è mai neutrale. Non ci si prende cura della vita dando la morte.

Rifiutiamo in particolare la strumentalizzazione di concetti essenziali come dignità, libertà o fraternità. Ribadiamo con forza che la dignità della persona umana non varia a seconda del suo stato di salute, della sua autonomia o dell’utilità sociale; essa è inerente alla sua umanità, fino alla fine. È inalienabile.

La libertà, dal canto suo, non può essere concepita in termini astratti, come se la sofferenza, la paura, la solitudine o la pressione sociale non avessero alcun impatto sul discernimento. La richiesta di porre fine alla vita non è forse una richiesta di porre fine a una vita che non corrisponde più a criteri socialmente riconosciuti: essere in buona salute, utili, abili e non rappresentare un peso finanziario pesante a priori? La libertà concepita in questo modo rischia di diventare una pressione silenziosa, soprattutto per i più fragili. La libertà di ogni individuo deve essere considerata anche nella sua dimensione relazionale: siamo interdipendenti e le scelte degli uni influenzano gli altri. Attribuire l’onere della scelta riguardo alla morte a un paziente, a una famiglia, a una équipe medica formata per guarire e non per uccidere significa negare il mistero della comunione che ci lega gli uni agli altri. Paul Ricoeur invitava a «pensare alla responsabilità che abbiamo verso gli altri, che sono affidati alle nostre cure e alla nostra custodia, e non solo alla responsabilità che abbiamo verso noi stessi».
Infine, invocare una “legge di fraternità” quando si tratta di far morire, di dare la possibilità di somministrarsi una sostanza letale o di incitare chi si prende cura di qualcuno a farlo contro la propria coscienza è una menzogna. La fraternità, valore centrale della nostra Repubblica, non consiste nell’affrettare la morte di chi soffre o nel costringere i curanti a provocarla, ma al contrario a non abbandonare mai coloro che stanno vivendo momenti così difficili e dolorosi. La fraternità invita a rifiutare definitivamente la tentazione di dare la morte e, allo stesso tempo, ad impegnarsi risolutamente ed efficacemente per sviluppare effettivamente le cure palliative in tutto il territorio, a rafforzare la formazione degli operatori sanitari, a sostenere i volontari, a rompere la solitudine e a riconoscere che la vulnerabilità fa parte della condizione umana.

Per questo, rivolgiamo un solenne appello ai responsabili politici affinché misurino la portata antropologica, sociale ed etica dei loro dibattiti e dei loro voti. Confidiamo nella decisione personale e coraggiosa dei nostri rappresentanti nazionali. La vita, in tutte le sue fasi e fino alla fine, non è una causa da sostenere come come qualsiasi altra, con idee preconfezionate e l’orgoglio di crederci onnipotenti, ma un mistero da accogliere, con l’ascolto attento di coloro che la sofferenza trafigge e con umiltà: ci vuole molta umiltà per un po' di umanità.

La nostra motivazione non è innanzitutto o esclusivamente confessionale. Noi intendiamo dare voce alla profonda inquietudine espressa da moltissime persone malate o con disabilità, le loro famiglie o gli operatori sanitari. Con questo progetto di legge questi ultimi sarebbero ancora una volta in prima linea e sollecitati a compiere atti contrari all’etica della cura e al patto di fiducia che li lega ai pazienti e alle loro famiglie o ai loro cari. È grande il rischio di minare la relazione di fiducia tra il curante, il curato e il suo entourage.

Il voto sottoposto ai rappresentanti della Nazione non implica quindi semplicemente una scelta individuale, ma una scelta di società. Perché al di là dell’”aiuto a morire” siamo confrontati con la questione del senso della vita, della sofferenza e della morte. Una vita umana, per quanto indebolita, può, in tutta onestà, essere considerata così inutile da dover essere eliminata? Siamo esseri perfettamente autonomi o invece persone che stringono un’alleanza per prendersi cura le une delle altre?
L’inquietudine umana in prossimità della morte è un’assurdità da cancellare o una condizione della nostra esistenza, da alleviare e da accompagnare?

Noi crediamo che una società cresce non quando propone la morte come soluzione, ma quando si mobilita per sostenere la fragilità e proteggere la vita, fino alla fine. Il cammino è impegnativo, certo, ma è l’unico veramente umano, degno e fraterno.

I vescovi del Consiglio permanente della Conferenza episcopale francese (CEF)
Cardinale Jean-Marc Aveline, Arcivescovo di Marsiglia e Presidente della CEF
...

Preleva l'originale