Quali diritti per l'uomo?
Abbiamo chiesto al nostro amico e collaboratore di CulturaCattolica.it un contributo di riflessione sul tema della vita e dei suoi diritti. Dignità e autodeterminazione sembrano, sia in Italia come a San Marino, le categorie fondanti di quella che, giustamente, chiamiamo «cultura di morte»- Autore:
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E’ mai possibile che – soprattutto in tema di diritti umani – non si riesca più a parlare un medesimo linguaggio?
Raccontava Jaques Maritain, partecipando alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che, in una riunione della Commissione, ci si meravigliasse del fatto che persone rappresentanti di ideologie profondamente diverse e avverse, si trovassero d’accordo su una lista di diritti comuni. Certo, il fatto di arrivare all’individuazione di una serie di diritti umani validi per tutti ha avuto quasi del miracoloso. “Basta che non ci si chieda il perché ci siamo trovati d’accordo”, fu la risposta. “Col perché, comincerebbe la baruffa”.
Evidentemente, quegli uomini di Stato si erano paragonati, ciascuno, con quelle evidenze ed esigenze originali dell’uomo riconosciute come tali e avvertite come imprescindibili nel fondo del loro cuore.
Oggi sembra che non sia più possibile fare altrettanto.
E’ legittimo chiedersi perché. La prima questione è quella del progressivo utilizzo del concetto di autodeterminazione, ossia la capacità – e, mi verrebbe da dire, la presunzione – dell’uomo di oggi di decidere e di scegliere in maniera assolutamente libera e senza costrizioni. L’autodeterminazione diventa il principale criterio di valutazione del comportamento umano; sicché ciò che importa è il processo formativo della volontà dell’uomo, che non deve incontrare condizionamenti, mentre passa in secondo piano il contenuto della libertà così formatasi.
Non importa più verso cosa l’uomo si autodetermini. L’importante è che la sua decisione risulti assolutamente libera e priva di condizionamenti.
Se io mi autodetermino in un certo modo, non importa all’ordinamento giuridico sapere se la mia scelta rispetta l’uomo per come è fatto e se rappresenta un valore per me e per gli altri, se persegue il bene dell’uomo, anche della più piccola creatura esistente. Se la volontà è libera e incondizionata, l’ordinamento giuridico non può che prenderne atto e realizzare la volontà così espressa, indipendentemente dalle conseguenze che essa determina per l’umanità.
Tutte le cosiddette nuove conquiste sociali (diritto all’aborto, diritto al matrimonio gay, diritto alla fecondazione eterologa, diritto alla scelta del proprio figlio, diritto all’eutanasia o al suicidio assistito) hanno questo aspetto in comune: si tratta del riconoscimento di nuovi diritti che si giustificano solo applicando il principio di autodeterminazione, ma negando ogni criterio di giudizio sull’agire verso cui ci si autodetermina.
L’uomo è potente, può creare e manipolare sé stesso, può distruggere sé e il mondo (Caritas in Veritate). Il “potere tecnologico” (in considerazione del fatto che le nuove scoperte scientifiche e le tecniche ad esse applicate aumentano le opzioni di scelta per l’uomo e dunque la sua libertà d’azione) pone l’uomo davanti a un aut aut decisivo: cedere ad esso e trasformare in diritti le nuove possibilità, secondo le singole volontà (verità) individuali, se libere, indipendentemente dal loro contenuto; oppure guidare lo sviluppo tecnologico per il bene dell’uomo, secondo una fonte di giudizio volta al bene comune, capace cioè di proporsi agli altri come esperienza significativa, con la pretesa di servire a ciascuno.
L’autodeterminazione “assolutizzata” (ossia l’evoluzione in negativo di un termine positivo come la libertà), assieme all’inarrestabile potere tecnologico e all’incapacità di proporre esperienze significative e valide per ciascun uomo (“relativismo”), conducono a privare l’umanità della ricerca di una “misura di giustizia” che spetti a ciascun uomo in quanto tale (come era avvenuto per l’esperienza che aveva preceduto la sottoscrizione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo).
Vi è come una riduzione dell’umano, un’incertezza circa ciò che è umano, uno smarrimento di sé e di ciò che è buono e giusto e vero per sé.
Si potrebbe dire: non importa più ciò che l’uomo è, ma ciò che vuole.
L’uomo pare ridotto alla sua possibilità di scelta ed emerge in tutta la sua solitaria tragicità.
- Basti pensare all’opzione religiosa, che nelle società plurali si può scegliere come si sceglie un prodotto al supermercato, secondo i bisogni immediati e le propensioni del momento.
- Basti pensare all’opzione bio-vitale, che permette di qualificare come vita ciò che è tale secondo il proprio personale modo di vedere.
- Basti pensare all’opzione educativa, per assicurare la quale in termini di multiculturalità occorre rinunciare alle singole identità culturali, per non alterare la “libera” scelta di coscienza di ciascuno rispetto a modi di vivere che, tanto, si equivalgono.
- Basti pensare all’opzione di genere, che distingue il sesso psico-socio-culturale da quello biologico, e che fa diventare il primo – nelle sue molteplici possibili espressioni percepite dal soggetto – oggetto di scelta e di riprogettazione soggettiva, indipendentemente dalla propria identità sessuale.
L’accento sull’importanza dell’elemento volontaristico e individualistico della libertà umana si pone però in contrapposizione con la tradizione personalistica, che privilegia l’elemento relazionale e solidaristico della libertà.
Per autodeterminazione si sono affermati e si stanno affermando come diritti umani, e quindi come valori fondanti dell’uomo, alcuni diritti (pretesi tali) che sembrano del tutto contrastanti con l’esperienza dell’humanum. Questi nuovi diritti appaiono ingannevoli, e – al fine di imporli all’evidenza dell’odierna società plurale – vengono sovente camuffati da diritti giustificati da ragioni, di volta in volta, di pietà, di dignità, di eguaglianza, di rispetto.
In realtà, essi rappresentano momenti di conflitto con altri diritti umani, e non sono affatto sostenuti da alcuna affermazione ragionevole della loro esistenza, bensì sono costituiti da una mera libertà di scelta (e quindi da un ampliamento delle opzioni umane), ritenuta imprescindibile e affermata addirittura come inviolabile.
