Per amore alla nostra storia (di CL). Una rilettura dei fatti e del loro significato ecclesiale
«Voi sapete bene che unità non vuol dire uniformità. Non abbiate paura delle diverse sensibilità e del confronto nel cammino del movimento. Non può essere diversamente in un movimento nel quale tutti gli aderenti sono chiamati a vivere personalmente e condividere corresponsabilmente il carisma ricevuto. Tutti lo vivono originalmente e anche in comunità. Questo sì è importante: che l’unità sia più forte delle forze dispersive o del trascinarsi di vecchie contrapposizioni. Un’unità con chi e con quanti guidano il movimento, unità con i Pastori, unità nel seguire con attenzione le indicazioni del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, e unità con il Papa, che è il servitore della comunione nella verità e nella carità.Non sprecate il vostro tempo prezioso in chiacchiere, diffidenze e contrapposizioni. Per favore! Non sprecare il tempo!» Papa Francesco, 15 ottobre 2022
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Scrivo queste righe con un intento molto semplice e molto serio: condividere ed essere corretto nel “percorso di revisione” che, come ultimo e minimo iscritto alla Fraternità di Comunione e Liberazione, sto cercando di compiere al meglio delle mie possibilità, con la grazia di Dio.
Non intendo polemizzare con ricostruzioni che parlano di complotti, di scontri o di strategie, ad esempio sulla cosiddetta “scelta religiosa” o sul posizionamento “politico” di CL. Per il semplice motivo che questi temi non riguardano, se non in modo del tutto marginale e derivato, la revisione che la Chiesa ha chiesto al Movimento. Anzi, personalmente ritengo fuorviante spostare l’attenzione su questi piani.
Come ho cercato di fare anche nei contributi precedenti, in queste pagine provo a prendere sul serio la correzione della Chiesa per ciò che è stata nella sua ufficialità, per comprenderla. Non per polemica verso altri, ma per amore alla verità ecclesiale e per rispetto verso l’esperienza di tanti.
Alcune ultime ricostruzioni si basano su documenti riservati. I testi di cui si parla vengono qui presi in esame solo perché sono stati resi pubblici e poi utilizzati in modo gravemente improprio, estrapolati dal loro contesto e piegati a narrazioni che non corrispondono né ai testi né ai fatti. L’intento è opposto: rimettere quei documenti nel loro contesto reale, per coglierne il senso, per come un iscritto qualsiasi ha potuto comprenderli dal proprio personale osservatorio.
In sintesi, tali ricostruzioni cercano di rispondere a una domanda precisa:
«Perché don Carrón non è più alla guida della Fraternità e dei Memores?»
Esse però non accettano un fatto per me evidente e documentato: la Chiesa ha rimosso don Carrón dal ruolo di Consigliere ecclesiastico dei Memores Domini per motivi che sono stati espressi con chiarezza in vari momenti e documenti ufficiali.
In particolare, a mio parere, ora che è disponibile tale documento, si comprende la motivazione per la quale quanto sostenuto da don Carrón nel Memorandum del 21 giugno 2018 è stato giudicato non compatibile con la sana dottrina della Chiesa sui carismi, come cercheremo di vedere in questo scritto (e come, senza fare riferimento diretto al Memorandum, ho cercato di sintetizzare in precedenti interventi che raccoglievano in breve i vari pronunciamenti espliciti del Dicastero e di Papa Francesco). Non accettando questa spiegazione semplice e diretta tali ricostruzioni finiscono per accreditare ipotesi di complotti di vario genere.
Accenno quindi a questioni che meriterebbero ben altro approfondimento, e che auspico possano essere affrontate in modo adeguato con il tempo. Chiedo dunque fin d’ora venia per le inevitabili approssimazioni. Come ricorda Chesterton:
«Se qualcosa vale la pena di essere detto, vale la pena di dirlo anche male».
1. Da dove è partito l’intervento della Chiesa
Il primo punto da chiarire, attenendosi a ciò che è realmente scritto, è questo: l’intervento della Chiesa non è stato motivato da abusi, né da accuse morali, né da una sfiducia nel popolo di Comunione e Liberazione. Nei documenti non c’è nulla di tutto questo. Continuare a suggerirlo significa introdurre elementi estranei ai testi e forzare una lettura che non nasce dai fatti.
L’intervento della Chiesa è stato invece determinato da una questione oggettiva di assetto ecclesiale, che nel tempo si è venuta a configurare come strutturale senza esserlo legittimamente: la sovrapposizione stabile, nella stessa persona, del ruolo di Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione e di Consigliere ecclesiastico dei Memores Domini con “poteri speciali” non previsti dal diritto canonico.
Nulla vieta, in linea di principio, che una persona ricopra ruoli rilevanti in realtà ecclesiali diverse, anche tra loro strettamente collegate. Questo non è il punto. Il problema si è posto quando tale sovrapposizione è stata interpretata come necessaria per la natura del carisma, e non come una soluzione contingente e temporanea, legata a una fase storica particolare.
Per quanto mi è dato ora di comprendere, dalla lettura dei testi emerge che è stato esattamente su questo punto che il Dicastero è intervenuto.
2. Il senso dell’intervento nel cammino della Chiesa
L’azione del Dicastero non è stata arbitraria né eccezionale, come da taluni sostenuto. Per un comune iscritto alla Fraternità, si è collocata pienamente dentro una prassi ecclesiale certa e consolidata: distinguere ruoli, chiarire competenze, evitare sovrapposizioni che possano compromettere la libertà delle persone e la corretta definizione dei carismi nella Chiesa.
Il diritto canonico, infatti, non è una sovrapposizione burocratica esterna al carisma. È il linguaggio con cui la Chiesa custodisce i carismi. In particolare, la sottolineatura fatta nei documenti sulla distinzione tra foro interno e foro esterno non ha espresso un sospetto verso qualcuno.
Il foro interno riguarda la coscienza della persona davanti a Dio: il sacramento della riconciliazione e la direzione spirituale. È un ambito riservato, tutelato dalla Chiesa.
Il foro esterno riguarda invece la vita pubblica della comunità ecclesiale: decisioni di governo, incarichi, norme e provvedimenti che hanno effetti visibili.
La distinzione tra i due fori serve a impedire che ciò che appartiene alla coscienza diventi criterio di governo e a proteggere sia la persona sia l’autorità.
Quando questa distinzione viene confusa o percepita come un limite, significa che l’autorità, nel modo in cui è intesa, sta assumendo un peso che non le compete. La richiesta del Dicastero di ripristinare con chiarezza la distinzione degli ambiti all’interno dei Memores non aveva altro scopo che tutelare la libertà delle persone e la correttezza ecclesiale dei ruoli, come previsto dalle norme e prassi assolutamente comuni.
3. Un passaggio delicato dopo la morte di don Giussani
Il fatto che Carrón fosse Consigliere ecclesiastico dei Memores con poteri particolari non previsti dal codice di diritto canonico aveva una motivazione storica precisa. Dopo la morte di don Giussani, la Chiesa ha concesso una soluzione eccezionale, legata a un momento particolarmente delicato della vita del movimento. Tale scelta è stata motivata da ragioni pastorali evidenti: accompagnare un passaggio complesso, garantire continuità, evitare fratture e sostenere un popolo profondamente segnato dall’assenza del fondatore.
Dalla lettura dei testi emerge che don Carrón ha interpretato questa nomina come un riconoscimento di fatto di una caratteristica specifica del carisma di CL. Ma questa affermazione si scontra con ciò che la Chiesa ha ribadito essere una soluzione temporanea, contingente, legata a una fase storica precisa. Non è mai stata pensata come una norma permanente, né come un riconoscimento teologico di una presunta “forma propria” del carisma. Anzi, nei documenti è stato esplicitamente riconosciuto che la figura del Consigliere ecclesiastico con poteri particolari, così configurata, non corrispondeva a quanto previsto dal diritto canonico.
Che tale situazione dovesse prima o poi rientrare nella normalità ecclesiale era dunque un dato implicito e potremmo dire scontato da parte dell’autorità. Il problema vero è sorto quando, col passare del tempo, questa eccezione è stata riletta da don Carrón come strutturale, e addirittura come necessaria per la natura stessa del carisma. È in questo passaggio che si apre la questione vera.
4. Una questione più profonda
A questo punto, la questione non riguarda più soltanto l’assetto giuridico o organizzativo, ma assume un rilievo propriamente teologico.
Infatti quando si sostenesse, anche implicitamente, che una determinata configurazione dell’autorità sarebbe necessaria perché il carisma è fatto così, si introdurrebbe un equivoco grave. Il carisma, infatti, è un dono irripetibile, legato all’evento fondativo. Il fondatore è un fatto storico unico; i successori non ne ereditano la funzione, ma svolgono un servizio.
Il carisma, una volta donato, è per tutti. Non appartiene più in modo esclusivo o “particolare” a chi guida, né richiede una continuità funzionale con il fondatore. Le funzioni di governo non coincidono con il carisma: lo servono. E trovano il loro criterio minimo e decisivo nel rapporto con l’autorità della Chiesa, intesa non come limite esterno, ma come garanzia ecclesiale.
Attribuire ai successori una continuità funzionale con il fondatore significherebbe introdurre un’equiparazione indebita, che la Chiesa non può accettare in nessun modo. Non per imbrigliare il carisma, ma per impedirne l’identificazione con una forma storica contingente di autorità o di potere.
5. Alcune parole che hanno chiesto un chiarimento
Per ciò che ho potuto constatare, questo equivoco non è emerso soltanto nell’ambito dei MemoresDomini. Era già affiorato, in forma implicita, nella vita stessa della Fraternità.
Negli Esercizi della Fraternità del 2015 infatti compaiono affermazioni che, nel momento in cui furono pronunciate, potevano essere interpretate in modo non univoco. In un contesto di fiducia, e all’interno di una storia condivisa, tali parole non furono necessariamente percepite come problematiche.
Tuttavia, espressioni come «l’autorità sceglie l’autorità», riferite al momento delle elezioni dei responsabili a ogni livello, lette alla luce delle prassi successive e del tentativo di formalizzazione di tali impostazioni, concorrono a suggerire una concezione autoreferenziale dell’autorità: un’autorità che tende a generarsi da sé e a legittimarsi da sé senza rapporto alcuno con l’autorità della Chiesa.
Finché tali affermazioni sono restate “isolate”, possono essere state lette come riferite a circostanze storiche e a esigenze pratiche. Ma quando si sono sommate ad altre prassi coerenti e messe per iscritto, il loro significato proprio ha reso necessaria una lettura più attenta alla luce dell’insegnamento della Chiesa. Le stesse parole, ad esempio, pronunciate da don Giussani in tempi e contesti diversi assumono significati diversi, molto più sfumati ed esemplificativi.
6. Il modo di intendere la guida
Sempre durante gli esercizi della Fraternità del 2015, si può considerare il ruolo attribuito ai visitor. Essi vengono presentati come una sorta di “estensione qualificata” della guida, chiamati a portarne lo sguardo dove essa non arriva direttamente. Questa impostazione viene esplicitamente ricondotta a ciò che avveniva nel rapporto con don Giussani.
Emerge un passaggio decisivo. Ciò che era pensabile in riferimento al fondatore non può essere trasferito alle funzioni. L’amicizia con il fondatore non è assimilabile all’amicizia con una funzione esercitata da un successore. Quando la guida viene intesa come mediazione necessaria del carisma, si introduce una logica per cui il carisma non sarebbe pienamente accessibile a tutti, ma richiederebbe un rapporto privilegiato con chi esercita l’autorità o con chi ne rappresenterebbe l’“estensione”.
Questa impostazione non corrisponde alla dottrina e alla viva esperienza carismatica. Il carisma, proprio perché è per tutti, non ha bisogno di essere “garantito” da una funzione, ma di essere vissuto nella libertà personale e nella comunione ecclesiale.
7. Quando alcune posizioni sono state messe per iscritto
Il Memorandum del 21 giugno 2018 segna un punto decisivo perché rende esplicita una concezione che fino ad allora era rimasta implicita. In quel testo, l’assetto eccezionale dei MemoresDomini, con don Carrón insieme Presidente della Fraternità e Consigliere ecclesiastico con poteri particolari, e la presenza e funzione dei visitor sono presentati da don Carrón come un riconoscimento della specificità del carisma, richiamando ciò che avveniva con don Giussani.
In questo modo, ciò che era rimasto sul piano della prassi, dell’implicito viene formulato in modo esplicito. È qui che l’implicito diventa “dottrina scritta”. Ed è qui, per come ho potuto comprendere, che il Dicastero si ritrova davanti a una situazione diversa da quella inizialmente ipotizzata.
All’inizio, infatti, l’intervento, come si legge nei documenti, era motivato dal timore di possibili pericoli di abusi derivanti da interpretazioni e prassi non adeguate. Non era stata immaginata l’esistenza di una formulazione dottrinale che si ponesse in contrasto diretto con l’insegnamento della Chiesa sui carismi. La lettura del Memorandum, insieme alle prassi e alle affermazioni che lo avevano preceduto, fa invece emergere una questione propriamente dottrinale, che non poteva più essere affrontata solo sul piano di aggiustamenti giuridici o organizzativi.
8. Alcune parole che aiutano a capire di cosa si è trattato
Se si vuole comprendere davvero lo specifico dell’intervento della Chiesa, è utile lasciarsi guidare da alcune parole che, in momenti diversi, sono state pronunciate o scritte proprio per aiutare il Movimento a leggere quanto stava accadendo. Non si tratta di testi marginali, ma di interventi che, nel loro insieme, delineano con grande chiarezza il cuore della correzione. Personalmente sono state come le indicazioni su cui ho maggiormente riflettuto nel mio gruppo di fraternità al quale devo praticamente tutto. Se qualcosa di buono ho compreso ed espresso è grazie agli amici che non cito ma che sanno bene chi sono. Tutti gli errori e la confusione, restano i miei…
Un primo aiuto viene dall’omelia del Cardinale Farrell agli Esercizi della Fraternità del 2024. In quell’occasione, il Cardinale ha richiamato esplicitamente un’indicazione del Santo Padre che illumina il senso complessivo del percorso:
«Il Santo Padre vi ha esortato ad aver cura dell’unità. È un dono da invocare (…) rinunciando ad identificare il carisma con le proprie convinzioni o, peggio ancora, con la propria persona.»
Queste parole sono particolarmente significative perché non introducono nuovi criteri, ma indicano un rischio ben preciso: che il carisma venga progressivamente identificato con chi lo interpreta, con chi lo guida o con una determinata visione. È su questo rischio, e non sulla vita del popolo, che si concentra l’attenzione della Chiesa.
Lo stesso orientamento emerge in modo ancora più ampio nel discorso del Santo Padre del 15 ottobre 2022, nel centenario della nascita di don Giussani. Dopo aver ricordato Giussani come uomo carismatico ed educatore, il Papa ha voluto soffermarsi su Giussani come figlio della Chiesa. E, per spiegare il senso della correzione rivolta al Movimento, ha scelto significativamente di riprendere alcune affermazioni dello stesso don Giussani.
Il Papa riconosce che anche nel Movimento esistono compiti di autorità e di governo; ribadisce però che accanto a questo servizio è essenziale che il carisma rimanga vivo in tutti; ricorda infine che il carisma si comunica sempre attraverso incontri concreti. Da qui la conclusione, che chiarisce in modo decisivo l’orizzonte ecclesiale:
«Tutti siamo chiamati a questo: essere mediatori per gli altri dell’incontro con Cristo, e poi lasciare che essi percorrano la loro strada, senza legarli a noi.»
Il riferimento a Filippo che è all’origine della conversione dell’eunuco e poi “svanisce” serve proprio a chiarire che la mediazione non ha come scopo quello di garantire il carisma attraverso delle funzioni, ma di aprire alla libertà dell’incontro con Cristo nella Chiesa. E questo vale per tutti, senza differenze legate ai ruoli o alle funzioni esercitate.
Questa linea di lettura non nasce all’improvviso. Era stata già indicata con grande chiarezza nella lettera del Cardinale Farrell del 10 giugno 2022, dove veniva segnalata la necessità di una presa di coscienza su alcuni limiti ben precisi, tra cui l’erronea dottrina della successione del carisma, come condizione indispensabile per qualsiasi passo successivo, comprese eventuali elezioni:
«Senza una seria presa di coscienza di tali limiti […] sarà impossibile non solo effettuare una riflessione adeguata sulle norme statutarie, ma anche prevedere elezioni libere e responsabili.»
Nella stessa lettera, vi era un richiamo specifico all’esperienza dei Memores Domini che ha reso evidente che le questioni affrontate non erano nuove, ma già all’origine di interventi analoghi.
Considerati insieme, questi testi permettono di cogliere con precisione lo specifico della correzione: non una messa in discussione del carisma né del popolo che lo vive, ma il rifiuto di ogni identificazione tra carisma e autorità, tra carisma e funzione, tra carisma e una particolare interpretazione. È su questo punto preciso che la Chiesa è intervenuta, ed è a partire da qui che diventa possibile comprendere con maggiore serenità tutto ciò che è seguito.
9. Per continuare il cammino
Tutto questo non rappresenta una smentita del carisma, ma una sua conferma. La Chiesa non ha mai espresso un giudizio negativo né su don Giussani, né sul carisma tramite lui donato, né sul popolo che lo ha seguito e vissuto. Al contrario, l’intervento ecclesiale è stato motivato proprio dalla volontà di custodire tale esperienza nella sua verità e nella sua fecondità.
Anche le scelte successive, come l’individuazione di guide interne al movimento e la decisione di non procedere immediatamente a nuove elezioni, vanno lette in questa luce. Non come misure volte a imporre una “linea”, ma come attenzioni pastorali orientate a preservare il bene che c’è, evitando forzature in un momento delicato.
Fidarsi della Chiesa, in questo passaggio, non significa rinunciare alla propria storia o alla propria esperienza. Significa riconoscere che essa viene custodita proprio attraverso una correzione che, anche quando è esigente, è orientata alla libertà delle persone, alla chiarezza della fede e alla fecondità del carisma nel tempo.
10. Come proseguire la revisione
Rimane dunque, per un iscritto qualsiasi come me, un compito molto concreto, che si articola in due aspetti inseparabili.
Da una parte, la ripresa ordinaria degli elementi essenziali del carisma, così come lo abbiamo incontrato, vissuto e imparato ad amare nella sua forma più semplice e originaria. Dall’altra, l’accettazione leale e piena della correzione della Chiesa: senza ridurla, senza aggirarla, senza reinterpretarla per renderla più “sopportabile” o meno esigente.
Questi due aspetti non possono essere separati.
La correzione, senza la ripresa del carisma, non avrebbe senso, perché la Chiesa non chiede di mettere tra parentesi il carisma né di prenderne le distanze, ma chiede di viverlo in modo più fedele alla sua verità.
La ripresa del carisma, senza l’accettazione della correzione, rischierebbe invece di restare ambigua. Potrebbe essere il bisogno di tempo per comprendere fino in fondo ciò che la Chiesa ha indicato, ed è una possibilità reale e umanamente comprensibile, ma potrebbe anche diventare, consapevolmente o meno, il modo per restare dentro un errore che la Chiesa, con grande pazienza, sta aspettando venga riconosciuto e corretto.
Su questo punto, a mio parere, non è necessario uno studio accademico: chiunque, con un minimo di disponibilità, può cogliere lo specifico della correzione così come è stato indicato, fosse anche nei termini complessivi che ho potuto comprendere personalmente finora.
È però fondamentale dire con chiarezza che la quasi totalità del popolo di Comunione e Liberazione non ha mai abbracciato consapevolmente l’errore indicato dalla Chiesa. Non lo ha fatto perché non lo ha mai pensato, né formulato, né scelto. Infatti tutta l’interlocuzione tra il Dicastero e i Memores è rimasta riservata fino alla sua pubblicazione avvenuta recentemente come parte di una “inchiesta giornalistica”. Al contrario, in questo momento umanamente difficile, segnato anche da un cambiamento improvviso delle guide, sono numerosi i segni di una vivacità del carisma e di una serena obbedienza alla Chiesa che non possono lasciare indifferenti.
Per la stragrande maggioranza delle persone si tratta semplicemente di avere bisogno di tempo: tempo per capire, tempo per rileggere, tempo perché una correzione così seria possa scendere dalla testa alla vita. Questo è profondamente umano, ed è proprio ciò che conferma che il giudizio della Chiesa sul popolo è stato ed è radicalmente positivo. Chi ha seguito con semplicità l’esperienza viva del carisma non ha nulla da rimproverarsi; e la Chiesa stessa non gli ha rimproverato nulla.
Per quanto mi riguarda, questo lavoro di comprensione resta aperto, disponibile a ogni ulteriore indicazione e a ogni eventuale correzione da parte di chi guida il movimento, dell’autorità ecclesiale e dello stesso don Carrón, di cui ho commentato delle affermazioni per come le ho comprese.
È solo per questo motivo che ho considerato doveroso scrivere questo contributo. Non come esercizio intellettuale, ma come forma concreta di fedeltà alla nostra storia e di obbedienza alla Chiesa, nella convinzione che solo così il carisma potrà continuare a essere un dono vivo per tutti.
