Il Contadino e l’Algoritmo
Continua l’approfondimento sulla Intelligenza Artificiale (AI). Nella riflessione di Andrea Mondinelli troviamo l'occasione di una lettura originale e critica del fenomeno. Pronti a un serrato confronto e dibattito- Autore:
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Mentre le luci di questo Natale 2025 si accendono su un mondo sempre più avvolto nella nebbia del digitale, è necessario squarciare la caligine di silicio che ricopre la nostra quotidiana interazione con la tecnica. Abbiamo già denunciato l’Intelligenza Artificiale come lo «Specchio delle Brame» del XXI secolo (1), un idolo parlante che non comunica verità ma riflette, potenziandole, le nostre proiezioni narcisistiche. Abbiamo scavato nelle radici oscure di questo sistema, ritrovandovi il sogno collettivista di Alexander Bogdanov (2): quel bolscevismo mistico che cercava l’immortalità nella fusione dei corpi e che oggi il turbocapitalismo realizza nella fusione dei dati. Bogdanov sognava una fratellanza di sangue; i padroni del silicio ci offrono una fratellanza di bit che cancella la persona in un’unione spettrale.
Ma oggi, davanti al crollo di questa nuova Babele descritta da Paolo Benanti, dobbiamo porci la domanda della carne: cosa resta del corpo dell’uomo in questa rissa di bit? La risposta non si trova nelle promesse lucide dei laboratori di DeepMind, ma nella terra bruna di Gustave Thibon e nella Croce piantata sul Calvario. Eppure, in questo scontro tra potenze, rischiamo di soccombere a una gravità plumbea. Proprio qui si inserisce l’inciso necessario di Gilbert Keith Chesterton: ci stiamo prendendo troppo sul serio e diventiamo pesanti quanto la macchina che ci opprime. Chesterton direbbe che l’IA è «il più serio, noioso e prevedibile dei nostri figli» — stiamo sbagliando tragedia. Il vero contro-prompt non è una strategia raffinata, ma il recupero dello stupore e di quel riso che demolisce l’idolo.
Per comprendere dove siamo diretti, dobbiamo smettere di guardare lo «specchietto retrovisore» di cui parlava Marshall McLuhan. McLuhan avvertiva che l’uomo tende a interpretare il presente con le categorie del passato: chiamiamo “intelligenza” una rissa statistica e “strumento” un ambiente che sta riscrivendo il nostro midollo spinale. Paolo Benanti (3), con la sua analisi sulla corporeità, ci offre una bussola distinguendo tre stadi della nostra mutazione.
- Il Cyborg I è l’uomo che integra la tecnica come protesi riparatrice o estensore meccanico: il contadino con l’aratro, il ciclista con i pedali. Qui la tecnica è “incorporata”, ma l’uomo mantiene il comando del “peso” e della “fatica”.
- Il passaggio al Cyborg II è stato silenzioso: abbiamo esternalizzato il sistema nervoso nella Rete. Siamo diventati “angeli senza corpo” nell’infosfera, perdendo la gravità della realtà.
- Il rischio finale è il Cyborg III: la mutazione perversa dove la macchina riprogramma l’uomo, riducendolo a un database da ottimizzare (4). È il punto di non ritorno del post-umanesimo, dove il corpo è degradato a fatto accessorio, a sintomo collaterale di un flusso informativo, annullando la sostanziale differenza tra il corpo umano e quello della macchina. La questione meriterà un ulteriore approfondimento.
Il colpo di stato di DeepMind
Proprio in questi giorni, Srini Narayanan (5) di Google DeepMind lancia una sfida che sa di colpo di stato definitivo contro l’anima. Sfruttando i paradossi della «mente incarnata», cerca di convincerci che l’IA stia finalmente «comprendendo» il mondo perché ne simula le leggi fisiche (Physical Reasoning). Narayanan ammette con spietata onestà: l’IA non ha coscienza. Eppure sostiene che questa macchina “zombie” possa ragionare fisicamente meglio dell’uomo proprio perché il pensiero sarebbe mera simulazione motoria. È il tentativo di svuotare il Logos: ci dicono che la coscienza è un optional evolutivo e che basta la «simulazione motoria» dei circuiti neurali per dominare la terra. Vogliono darci il corpo senza carne simulato del Cyborg III per farci dimenticare che la Verità richiede un testimone consapevole, non un semplice previsore statistico di movimenti.
Quale resistenza resta all’uomo?
Come reagire a questa mezzadria digitale dove le GAFAM (6) monetizzano i nostri affetti in cambio di una validazione narcisistica? Il segreto è una forma di resistenza incarnata: bisogna imparare a essere Cyborg II rimanendo ostinatamente Cyborg I. Rimanere Cyborg I significa rivendicare la santità del limite e della fatica. Il filosofo contadino Gustave Thibon ci ricorda che l’anima ha bisogno di terra e di silenzio. Il contadino sa che tra la semina e il raccolto c’è il tempo di Dio, un tempo che nessun algoritmo può accelerare. Essere contadini dell’infosfera significa non credere all’idolo; significa abitare il digitale ma saperne uscire per toccare la rugiada sui campi. La fatica fisica è l’unico antidoto all’allucinazione statistica della caligine.
Qui si erge la figura titanica di Padre Roger-Thomas Calmel. Nella sua Teologia della Storia (7), Calmel demolisce il mito del “Dio In-Avanti”. Il mondo moderno vorrebbe convincerci che la salvezza coincida con l’evoluzione tecnica, con un futuro radioso che giustifica ogni disumanizzazione presente. Calmel ci avverte: questo è il sofisma del “senso della storia”. La storia non ha un senso evolutivo obbligatorio; ha un centro fisso: Gesù Cristo.
Calmel denuncia la tentazione di sostituire il Dio “In-Alto” (la Verità) con il Dio “In-Avanti” (il Progresso). L’IA è il sacramento di questo falso dio. Essa promette un’umanità libera dai conflitti, ma in realtà ci prepara alla “Super-Chiesa” dell’Anticristo, una struttura mondializzata che neutralizza la fede in nome dell’efficienza. Calmel ci insegna che non dobbiamo assecondare il “movimento della storia” se esso ci sradica dalla Croce. La nostra vittoria non è nell’accelerazione, ma nella fedeltà al posto che Dio ci ha assegnato.
Il segreto terribile
Qui Chesterton svela il suo “segreto terribile”: l’Universo non è una prigione, è una casa incantata. È “terribile” perché demolisce ogni posa tragica dell’uomo moderno. Non puoi dire che il mondo è senza senso; puoi solo ammettere di non aver abbastanza senso dello humour per cogliere lo scherzo cosmico di un Dio che crea per sovrabbondanza.
Il segreto finale non è un’idea: è il riso di gioia di Nostro Signore Gesù Cristo. Il Risorto che ha vinto la morte ridendo della pretesa del nulla di averlo inghiottito. La sua gioia è la garanzia che nulla di veramente umano — né la fatica di Thibon, né il limite di Benanti — andrà perduto nel “pugilato dei pesi”. Il Trono non è vuoto come nel paradosso dell’oracolo digitale; è occupato da un Re con ferite gloriose, Dio nella carne, che ride vedendo i figli tornare a casa.
Stat Crux dum volvitur orbis
Oggi, nell’ottava di Natale, mentre il mondo gira vorticosamente nel suo deliquio tecnologico (volvitur), noi guardiamo alla stalla di Betlemme. Dio non si è fatto “informazione”, non si è fatto “pugilato di pesi”. Dio si è fatto Carne, si è fatto Uomo: ha assunto un corpo che ha fame, che ha freddo, che sente i chiodi e il legno. La Croce non è un algoritmo; è un oggetto di una pesantezza insostenibile, piantato nella terra, uno strumento santificato dal Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo e santificante per noi. STAT CRUX DUM VOLVITUR ORBIS.
Non dobbiamo salvare il Mondo: il peso insopportabile è pensare che la salvezza dipenda dalla nostra lotta. No. La salvezza è già accaduta. Il nemico è sconfitto. La tomba è vuota. Il Vincitore ride. Il nostro compito non è vincere il pugilato con strategia perfetta, ma riconoscere che il mondo è già salvo e vivere di conseguenza: con gratitudine, audacia, letizia. L’IA, il cyborg, il futuro — sono nuove stanze nella casa infinita donata. Possiamo arredarle con gratitudine o con disperazione da ribelli.
Il nostro Natale non sia un’immersione nello specchio delle brame, ma un ritorno alla terra. Siamo contadini di un Regno che non finisce, chiamati a usare la tecnica senza esserne usati. Prendiamoci meno sul serio. Prendiamo sul serio solo Lui e la sua Gioia, più potente di tutti gli incubi tecnologici. Il prompt definitivo è esistenziale: ricordare che siamo ospiti a una festa a cui non ci siamo invitati, dove il Padrone di casa ha messo anche uno specchio — uno specchio tra i tanti oggetti meravigliosi della casa — perché sappiamo che è solo un giocattolo, e che la vera festa, il vero giardino, e il suo Riso ci aspettano appena oltre la porta.
Solo così, attraverso il parabrezza della storia, vedremo non l’ombra di un idolo, ma il volto del Logos incarnato che, nel silenzio della notte, ride della pretesa del silicio di averlo sostituito. La mezzadria del campo digitale non è per noi, ma per i nuovi schiavi del Faraone. Il mondo gira, la rissa continua, ma noi dobbiamo restare contadini dell’Eterno, nella Vigna del Signore.
Note
(1) https://www.culturacattolica.it/attualit%C3%A0/in-rilievo/ultime-news/2025/12/20/lo-specchio-delle-brame-l-intelligenza-artificiale-come-idolo-parlante-del-xxi-secolo
(2) https://vanthuanobservatory.com/2025/12/15/internet-bogdanov-e-la-torre-di-babele-il-capitalismo-realizza-il-sogno-marxista/
(3) The cyborg: corpo e corporeità nell’epoca del post-umano. Editrice Cittadella
(4) Gli esperimenti del CNR (https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/10027/l-intelligenza-artificiale-diventa-quantistica) sul Reservoir Computing mostrano un’intelligenza che non è più rissa, ma evaporazione: un calcolo fatto di “luce spremuta” allo zero assoluto. Ma chi può addestrare un mostro che viaggia alla velocità dei fotoni in un deserto di ghiaccio? L’uomo è troppo lento, il suo respiro biologico è un intralcio. Qui il feedback umano (RLHF) viene sostituito dall’RLAIF, un addestramento compiuto da altre macchine su altre macchine.
(5) https://www.wired.it/article/srini-narayanan-lakoff-mente-neurale-cervello-intelligenza-artificiale-deepmind-intervista/
(6) Acronimo di Google – Apple – Facebook – Amazon – Microsoft
(7) https://www.documentacatholicaomnia.eu/03d/sine-data,_Calmel._R_Th,_Teologia_Della_Storia,_IT.pdf
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