San Pier Giorgio Frassati: la vetta e l’abisso

«Cercate ogni giorno il volto dei santi»: Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati ci accompagnano per vivere la sfida della vita
Autore:
Luca Costa
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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In questi giorni l’attenzione dei media (cattolici e non) è rivolta a Carlo Acutis, il giovane beato dell’era digitale che la Chiesa si prepara a proclamare santo. È un segno potente, un linguaggio nuovo che incontra le generazioni cresciute tra computer e rete. Ma nello stesso giorno, apparentemente con più discrezione, sarà canonizzato anche Pier Giorgio Frassati, e sarebbe bizzarro dimenticare una delle pagine più luminose della santità del Novecento.

Torino, negli anni della sua giovinezza (Pier Giorgio Frassati: 6 aprile 1901 - 4 luglio 1925), era una città che respirava fatica e speranza. Le fabbriche che crescevano attorno a Mirafiori e alle officine del Lingotto fagocitavano la vita di migliaia di operai, uomini e donne costretti a ritmi di lavoro massacranti, a salari miseri, senza diritti e senza voce. La fine dell’Italia liberale e l’ascesa del fascismo non fecero che aggravare tensioni, conflitti e disuguaglianze. In quel contesto, tanti preferivano volgere lo sguardo altrove, difendere i propri privilegi o rifugiarsi nell’indifferenza. Pier Giorgio, figlio del senatore Alfredo, direttore de La Stampa, diplomatico a Berlino, avrebbe potuto essere uno di loro. Avrebbe potuto trascorrere i suoi ventiquattro anni tra comodità, studi e salotti, lontano dal dolore che percorreva le strade popolari della sua città. E invece scelse di scendere, come chi, dalla cima, non teme di affrontare l’abisso.

Frassati non guardava i poveri dall’alto in basso: li incontrava, li ascoltava, li serviva. Visitava i malati, portava medicine, aiutava chi non aveva di che vivere. Per lui, la Messa del mattino non era un rito isolato, ma il carburante spirituale e fisico di una giornata che trovava il suo compimento tra i bisogni concreti degli ultimi. Amava ripetere che l’Eucaristia e i poveri erano un unico altare: «Gesù mi visita la mattina in Comunione, io ricambio la visita servendo i poveri». Così la sua fede diventava azione sociale incarnata, non beneficenza né attivismo, ma testimonianza che univa contemplazione e giustizia.

Erede naturale di quella tradizione torinese che aveva già conosciuto santi come Giuseppe Cottolengo e don Bosco, Frassati raccolse il testimone dei “santi sociali” in una stagione nuova e drammatica. Non fondò opere monumentali, ma con la sua vita concreta costruì i mattoni di una dottrina sociale della Chiesa che faticava a radicarsi in Italia. Le encicliche Rerum Novarum (Leone XIII, 1891) e un secolo più tardi Laborem Exercens di Giovanni Paolo II sembrano trovare in lui una forza profetica: il lavoro è una vocazione divina, la dignità del lavoratore primo passo per la giustizia, la lotta alla schiavitù salariale come condizione per salvare l’anima stessa di un popolo.

Pier Giorgio non era un mistico, ma un giovane immerso nel suo tempo, capace di scegliere anche l’impegno politico: militante del Partito Popolare, partecipava a cortei, difendeva operai e studenti quando le squadracce fasciste cercavano di zittirli, rischiava sulla propria pelle pur di restare fedele a un’idea di società più giusta. Non era un rivoluzionario ideologico, ma un cristiano che viveva la radicalità del Vangelo nel cuore della polis.

Eppure, la sua vita non si esauriva nelle strade di Torino. Frassati aveva un’altra patria: la montagna. Era sulle vette che cercava la forza, la vicinanza a Dio, l’aria pura che tempra e sostiene. Quelle giornate tra le rocce e i ghiacciai non erano fuga, ma respiro: la fede, per lui, era solida come la roccia, e proprio sulle cime imparava a guardare più lontano, per poi scendere rinvigorito nel corpo e nello spirito, senza paura nell’abisso dei bassifondi urbani. Ancora oggi il suo amore per la montagna rimane scolpito nei sentieri delle Alpi piemontesi che portano il suo nome. Tra tutti, il Sentiero Frassati della Valle Maira, che si snoda tra boschi di larici, laghi alpini e pascoli silenziosi, vette solenni, è forse il più evocativo: un cammino che diventa parabola della sua esistenza, durezza e dolcezza, salita e discesa, contemplazione e servizio.

La sua canonizzazione, allora, non è solo memoria. È una chiamata per il nostro tempo. Perché oggi, come allora, il mondo del lavoro si sgretola: salari insufficienti, precarietà, sfruttamento, disprezzo, sgretolamento dei diritti, ingiustizie ormai non lontane dalle condizioni del proletariato degli anni Venti. Oggi come allora, la dottrina sociale della Chiesa rischia di restare parola se non diventa carne. E la carne comincia dal lavoro, dal riconoscere che la vocazione al lavoro è inscritta nel piano divino, e che soltanto quando il lavoro è vero lavoro – libero, giusto, degno – possiamo compiere il primo passo verso l’alto.

Frassati, come Bosco e Cottolengo, ci ricorda che per salvare la nostra anima dobbiamo prima riconoscere di averne una, e che questo passa anche dalla dignità con cui possiamo guadagnare il pane e costruire il futuro. E allora, nelle sue parole, quel motto che divenne il senso della sua esistenza – «Verso l’Alto» – non troviamo soltanto il richiamo alle cime alpine, ma un programma sociale e spirituale insieme: salire per incontrare Dio, poi scendere per servire l’uomo, e salire ancora, per non smarrire la speranza.

Domenica, quando la Chiesa lo proclamerà santo, Pier Giorgio Frassati sarà per tutti bussola di una dottrina sociale che oggi ha bisogno di giovani, di coraggio e di fede rocciosa come la montagna. E la sua voce, limpida come l’aria dei ghiacciai e forte come il grido degli operai che difendeva, ci inviterà ancora una volta a non rimanere spettatori. Perché la santità, per lui, non era fuga dal mondo, ma immersione nelle sue ferite, fino a farne il luogo stesso dell’incontro con Cristo.

Luca Costa