Quando la fede ci rende artefici di civiltà

«la non-redenzione del mondo consiste, appunto, nella non-decifrabilità della creazione, nella non-riconoscibilità della verità, una situazione che poi conduce inevitabilmente al dominio del pragmatismo, e in questo modo fa sì che il potere dei forti diventi il dio di questo mondo.»
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Per un bel gruppetto di sacerdoti della Diocesi di San Marino – Montefeltro questi sono giorni intensi: siamo agli Esercizi spirituali e il tema è l’Eucaristia. Siamo messi di fronte a quel mistero che quotidianamente celebriamo e che costituisce la novità assoluta del cristianesimo.
Si sente l’eco lontano degli avvenimenti che accadono nel mondo. Questa è provocazione a portare nella preghiera le circostanze e i drammi che conosciamo.
È anche l’occasione per leggere con calma alcuni testi che aiutano a guardare la realtà sub specie aeternitatis, con gli occhi della fede.

Così ho trovato questa riflessione nel bel testo di Ratzinger sull’Europa: «Quarant’anni più tardi, le domande che allora mi ponevo le ho trovate formulate in tutta la loro incisività da Julien Green […] Nella conclusione del suo libro dedicato a Francesco d’Assisi il grande romanziere scrive: “La Seconda guerra mondiale mi abbatté interiormente come un colpo del destino [...] Il mondo, che si combatteva in una lotta senza quartiere, mi apparve orribile, e lentamente nel mio intimo si formò l’idea che il Vangelo aveva fallito, Cristo stesso s’era domandato quale fede avrebbe trovato al suo ritorno su questa terra […] Le anime, che egli aveva toccato e stretto a sé, davano l’impressione di un piccolo gruppo di dispersi in quest’uragano scatenato da folli. Quasi a metà strada fra la notte che aveva accolto Gesù e l’inferno, nel quale l’umanità di oggi si dilaniava, era apparso sulla terra un altro Cristo, il Francesco d’Assisi della mia giovinezza. Anch’egli aveva fallito. Fallito realmente? Solo apparentemente […] Egli era persuaso che la salvezza sarebbe venuta ad opera del Vangelo. Il Vangelo era l’eternità. L’Evangelo era appena agli inizi. Cos’erano poi venti secoli agli occhi di Dio?”»

Di fronte ai fatti che accadono sembra di essere di fronte al fallimento della Chiesa e del cristianesimo. Basta pensare alla violenza che si è scatenata nei confronti del giornalista Alfonso Signorini che si è permesso di dire, in una trasmissione notturna: «Siamo contrari all’aborto in ogni sua forma, anche quello dei cani non ci interessa». Apriti cielo, reazioni scomposte come quando Papa Francesco ha parlato dell’aborto in questi termini: «Sapete che su questo sono molto chiaro: si tratta di un omicidio e non è lecito diventarne complici».

Siamo pure presi da sconforto di fronte alla notizia di qualche giorno fa: «Una bimba nata con maternità surrogata in Ucraina è stata abbandonata dalla coppia committente. Lasciata come un oggetto in custodia a una babysitter, finché, smesso di ricevere lo stipendio, la donna si è rivolta al consolato italiano…».

Sembra una catastrofe umanitaria, che chiede a tutti di riprendere in considerazione la testimonianza alla verità. Come ricorda ancora Ratzinger: «“Dare testimonianza alla verità” significa mettere in risalto Dio e la sua volontà di fronte agli interessi del mondo e alle sue potenze. Dio è la misura dell’essere. In questo senso, la verità è il vero “re” che a tutte le cose dà la loro luce e la loro grandezza. Possiamo anche dire che dare testimonianza alla verità significa che, partendo da Dio, dalla Ragione creatrice, si rende la creazione decifrabile e la sua verità accessibile in modo tale che essa possa costituire la misura e il criterio orientativo dell’uomo nel mondo, che ai grandi e ai potenti si faccia incontro il potere della verità, il diritto comune, il diritto della verità.
Diciamolo pure: la non-redenzione del mondo consiste, appunto, nella non-decifrabilità della creazione, nella non-riconoscibilità della verità, una situazione che poi conduce inevitabilmente al dominio del pragmatismo, e in questo modo fa sì che il potere dei forti diventi il dio di questo mondo.»

Non sappiamo quale fede troverà il Signore su questa terra, sappiamo però che solo la fede può dare dignità e rispetto all’uomo, ad ogni uomo e a ogni donna. Per questo speriamo che il nostro impeto sacerdotale doni alla nostra compagnia umana quanto san Marino, il nostro fondatore e patrono, si augurava, cioè una fede capace di umanizzare pienamente la vita degli uomini, nella quotidianità e di fronte all’eterno.