È sempre più chiaro: don Giussani ci ha insegnato ad essere cattolici, caro Schönborn

7 Poiché molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l'anticristo! 8 Fate attenzione a voi stessi, perché non abbiate a perdere quello che avete conseguito, ma possiate ricevere una ricompensa piena. 9 Chi va oltre e non si attiene alla dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio. 10 Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo; 11 poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse. [2 Giovanni 1]
Fonte:
CulturaCattolica.it
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La sera del 2 novembre 2020 Vienna è colpita al cuore da un vile attentato terroristico di matrice islamica, ufficialmente rivendicato dell’ISIS. Le Bandiere Nere del Daesh hanno, infatti, esaltato il gesto di Abu Dujana al-Albani, nome di battaglia del terrorista attentatore Fejzulai Kujtim, che ha compiuto l’attacco come “soldato del califfato”. Vienna è un luogo simbolico per il mondo musulmano. Se l’11 settembre 1683 la città avesse capitolato di fronte alle predominanti truppe del Gran Visir Kara Mustafà, la storia d’Europa avrebbe cambiato il suo corso. Fu grazie ad un frate cappuccino, il Beato Marco d’Aviano, e ad un sovrano polacco, Giovanni III Sobieski, e ad un cardinale, Francesco Bonvisi di Lucca, che l’Europa restò cristiana e i musulmani non poterono conquistarla. Per molti islamici Vienna rappresenta il sogno di conquista non realizzato. Per questo è stata scelta come obiettivo da nuovi “soldati del Califfo”.



Sembra che, però, tutto questo non sia stato minimamente percepito dalle gerarchie ecclesiastiche austriache. Lo dimostra il contenuto dell’intervista che il Cardinal Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna, ha rilasciato al quotidiano “Avvenire”. Un’intervista che porta come titolo una frase dello stesso porporato: «L’unica risposta a quest’odio cieco non può che essere la solidarietà».
Neppure l’ombra di un giudizio sui tragici avvenimenti e le loro motivazioni, ma solo un appello alla “solidarietà”, considerata dallo stesso Schönborn «uno dei valori fondanti dell’Europa». Anzi, l’Arcivescovo di Vienna spiega che solo «la solidarietà, la comunione e il rispetto possono rendere vive e stabili le società». Peccato che per un vero cattolico sia soltanto la regalità sociale di Cristo a rendere una società viva e stabile. Ma di questo, ormai, non parlano più neppure i cardinali.

Torna in auge la parola-talismano “solidarietà”, oggi tanto di moda. Anche se, in realtà, si tratta di una moda datata. Ricordo che era molto in voga alla fine degli anni settanta in una parte del mondo cattolico che flirtava col mondo, che voleva apparire à la page, che amava definirsi “moderno” finendo poi per ritrovarsi modernista.



Fu mons. Luigi Giussani che svelò l’inganno ad alcuni di noi allora giovani. Ci spiegava, infatti, che non sono i sentimenti morali come la «solidarietà» a rappresentare la responsabilità che i cristiani hanno nel mondo, ma è solo l’annuncio della Verità, del Fatto salvifico costituto dal Verbo che si è fatto carne. Diceva: «Noi non possiamo presentarci al mondo se non partendo da questo contenuto: è il contenuto della santità della Nuova ed Eterna Alleanza». Senza questa piena consapevolezza, per Giussani la «solidarietà rischia di essere nulla più che vuota parola», o, nel peggiore dei casi, «usata per legittimare un potere».
La solidarietà che oggi, come ieri, si invoca a sproposito è quella che Giussani definiva «solidarietà sentimentale». Spiegava, infatti, che la «sentimentalità ha e accusa sempre, come caratteristica, un’origine ambigua: pretende di affrontare, di abbracciare la persona, ma è da un punto di vista parziale, da un punto di vista strumentale che la abborda», perché «una solidarietà è reale e non sentimentale quando il movente, la ragione che la determina è la persona nella sua totalità, cioè la persona nel suo destino». E questo solo il cristianesimo consente di farlo.

Non si può neanche far assurgere, come pretende Schönborn, la solidarietà a valore fondante di un popolo. Questo lo spiegava bene Giussani: «La genesi di un popolo è una compagnia alla ricerca del suo destino. E, infatti, un popolo è tenuto insieme sempre da una visione di bene, di un bene comune. Non un bene comune qualsiasi, ché altrimenti la collettività e la solidarietà sarebbero provvisorie proprio in sé e non costituirebbero, non darebbero personalità a quel popolo». L’unico bene comune è quello riconosciuto dal Magistero della Chiesa cattolica e che si fonda sulla dottrina della regalità sociale di Cristo.
Ecco perché diventa un azzardo per un uomo di Chiesa prendere di isolare la solidarietà dalla carità cristiana. Lo spiegava bene ancora una volta Giussani: «La carità dà alla solidarietà una ragione per cui tutta la vita, tutto lo sguardo che l’uomo porta sul cosmo, sulla storia e sull’eterno diventa opera: l’opera di Dio». Senza questa consapevolezza, senza la dimensione cristiana della carità, «la solidarietà rimane un’emozione o una risposta reattiva ad un’emozione». E «un’emozione non costruisce nulla», concludeva Giussani.

Nella citata intervista ad “Avvenire” sui tragici fatti di Vienna, il cardinal Schönborn nel suo discorso di ben cinquecento quarantasei parole è riuscito a non pronunciare mai la parola “Cristo”, “Gesù”, “Dio”, “verità” e “fede”. Però è riuscito a precisare di aver invitato l’imam mussulmano e il rabbino ebraico in cattedrale per un momento di “preghiera comune”. Ma come può un cardinale non giudicare la realtà – anche nei suoi risvolti più tragici – se non partendo da Cristo? Ci ricordava Giussani che il nesso tra la realtà e Cristo è un nesso oggettivo, «perché di Cristo è tutto ciò che c’è: Lui è il Signore, Rex Universi». Oggi sembra che parlare di Cristo imbarazzi, sia scomodo, precluda dialoghi, appaia divisivo. Eppure, spiegava sempre Giussani, «parlare di Cristo Re dell’universo, cioè senso della storia, significato del tempo, ragione di tutta la lotta umana, della fatica umana, del sacrificio umano, definizione ancora intatta e inesplorata della gioia cui è destinato l’uomo, della felicità umana, è un discorso chiaro». Evidentemente, però, nella Chiesa di oggi appare sempre meno chiaro. Come sarebbe utile oggi per tanti prelati l’esortazione giussaniana a «richiamare alla memoria del nostro cuore la regalità di Cristo, perché Cristo è ciò per cui tutte le cose sono fatte, per il quale esiste tutto ciò che esiste», e senza il quale tutto appare frammentato: «Ma quanto lontano è da noi, dalla nostra vita quotidiana, un simile pensiero, un simile punto di vista, un simile orizzonte di percezione di ogni cosa: ed è per questo che la nostra vita è frammentata, perché manca del punto di riferimento sorgivo, costitutivo, finale. Ogni cosa manca del suo vero destino!».

Una Chiesa che non riconosce più Cristo come Rex Universi è una Chiesa frammentata e in via di dissoluzione perché priva del «punto di riferimento sorgivo, costitutivo e finale». Una Chiesa senza Cristo diventa una ONG della solidarietà, neutrale ed inclusiva. Perfetta per il Potere.