Parole di speranza, di fronte al suicidio dei giovani

Dai social: «Il suicidio, nel mondo, è la seconda causa di morte tra giovani e giovanissimi. In Italia circa 200 decessi all’anno riguardano ragazzi sotto i 24 anni. La tendenza al suicidio è in calo, rileva l’Istat, ma cresce il fenomeno dell’autolesionismo tra gli adolescenti. Al Bambino Gesù, le richieste urgenti in pronto soccorso per ideazione e comportamento suicidario sono aumentate di 20 volte in 8 anni.»
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ci sono notizie che non si vorrebbero mai sentire per il carico di dolore che portano a tutti noi, oltre che a coloro che ne sono coinvolti, familiari ed amici. Si tratta delle vite spente con il suicidio. E in questi tempi, anche vicino a noi, sono risuonate con tutto il carico di dolore, con tutta la sofferenza di coloro che si chiedono «Come è stato possibile?» e anche «Che cosa avrei potuto fare per scongiurare questa tragedia?»
Ricordo quando una mia alunna di 17 anni si è tolta la vita, lasciando scritto a cinque sue amiche le ragioni del suo terribile gesto, e ricordo lo sgomento di quella classe, e le domande, e le preghiere che tutti quei ragazzi suoi compagni hanno rivolto al Signore. Per anni, finché non sono poi venuto qui a San Marino, mi hanno chiesto di celebrare una Messa di suffragio, e ricordo i volti di quei ragazzi che nel tempo esprimevano ancora la ferita della loro anima, e il grido di dolore e di speranza che ne scaturiva.
Ho provato a cercare sui social un parere, e mi sono imbattuto in questo servizio: «Da quarant’anni a questa parte, la sindrome di Werther [il suicidio dei giovani] è in preoccupante aumento. Le serie storiche dell’Istat rivelano che dagli anni 70 a oggi, in rapporto a una popolazione giovanile calata di circa il 30% tra gli under 25 c’è stato un aumento dei suicidi di circa il 10%, stabile nelle ultime due decadi del duemila. Uno stillicidio, per i millennials…»
E allora sorge la domanda sul perché e sul come contrastare questa tendenza.
Tanti sono i tentativi di risposta, e molti, almeno in parte, ci azzeccano. Ma la domanda rimane, e non cerca una risposta teorica, un parere, per quanto autorevole.
A me pare che quanto tempo fa disse s. Giovanni Paolo II, che «accanto a un uomo che soffre ci vuole un uomo» sia la strada da percorrere. Innanzitutto con familiari ed amici, perché non ci sia la paralisi di un rimorso per quello che non si è saputo o potuto fare. Sarà pur vero che avremmo potuto accorgerci della tragedia imminente, ma di fronte al mistero della disperazione o della depressione, a volte segretamente tenuta nascosta, non sempre si può aiutare. E poi non serve il piangere sul passato.
Credo che quello che conta sia il porre mano a quel cammino di speranza che la fede cristiana è venuta a portare nel mondo e che in questo tempo terribile sembra essere lasciato da parte. Quella fede che sa dare le ragioni del vivere, il sostegno alla speranza, la sconfitta del senso di inutilità della vita che sembra aleggiare in questa mentalità che ci circonda.
Ci possono aiutare queste parole di E. Borgna, sulla fragilità umana che non è solo un limite che cancella la vita: «Le parole di san Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi (12, 10) ci dicono mirabilmente qualcosa di ancora più essenziale, e di ancora più profondo, sulla ragione d’essere della fragilità umana che redenta da ogni fatica di vivere, si fa grazia.
Le sue parole:
Ed Egli mi disse: Ti basta la mia grazia, poi ché la potenza ha compimento nella debolezza. Tanto più volentieri dunque mi vanterò nelle mie debolezze, affinché la potenza de Cristo si accampi su di me. Per questo mi compiaccio delle MIE debolezze, delle prepotenze, delle costrizioni, delle persecuzioni e delle angustie per Cristo, poiché quando sono debole, allora sono potente”.
Sono parole bellissime che sono la premessa trascendente e metafisica, umana e cristiana, alla fragilità, e alle sue diverse articolazioni tematiche. Certo, c’è la fragilità di chi si ammala, e talora la fragilità di chi cura, e che giunge così ad una più profonda comprensione del senso del dolore e della sofferenza, e c’è la fragilità che è il nostro destino. Ma quella che agli occhi del mondo, appare come fragilità, come insicurezza o come ricerca di un infinito irraggiungibile è il riverbero della luce ardente della speranza, di una speranza che rinasce dall’angoscia e dalla disperazione, negli orizzonti inconoscibili del mistero che hanno fatto dire a Teresa d’Avila che coloro che Dio molto ama, li conduce per sentieri di angoscia: parole non lontane da quelle di san Paolo…».
Chissà se un rifiorire semplice e forte della vita cristiana e della fede saprà essere la via per quel trionfo della vita sulla morte che vorremmo vedere in ogni istante della nostra esistenza e nelle dinamiche della nostra società.