Contributo per un giudizio sul Ddl Pillon.

Il ddl Pillon parla della famiglia e dei figli minori (anche quando la famiglia non c’è più), e la famiglia è alla base della società. Come cristiani vogliamo che la società sia per l’uomo, e che le leggi che la governano promuovano l’uomo integralmente e non solo alcuni suoi interessi slegati tra loro
Autore:
Giuliana Ruggieri e Giorgio Canu
Fonte:
CulturaCattolica.it
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“Un giorno andarono dal re due prostitute e si presentarono innanzi a lui.
Una delle due disse: “Ascoltami, signore! Io e questa donna abitiamo nella stessa casa; io ho partorito mentre essa sola era in casa.
Tre giorni dopo il mio parto, anche questa donna ha partorito; noi stiamo insieme e non c’è nessun estraneo in casa fuori di noi due.
Il figlio di questa donna è morto durante la notte, perché essa gli si era coricata sopra.
Essa si è alzata nel cuore della notte, ha preso il mio figlio dal mio fianco -la tua schiava dormiva– e se lo è messo in seno e sul mio seno ha messo il figlio morto.
Al mattino mi sono alzata per allattare mio figlio, ma ecco, era morto. L’ho osservato bene; ecco, non era il figlio che avevo partorito io”.
L’altra donna disse: “Non è vero! Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto”. E quella, al contrario, diceva: “Non è vero! Quello morto è tuo figlio, il mio è quello vivo”. Discutevano così alla presenza del re. Egli disse: “Costei dice: Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto e quella dice: Non è vero! Tuo figlio è quello morto e il mio è quello vivo”.
Allora il re ordinò: “Prendetemi una spada!”. Portarono una spada alla presenza del re.
Quindi il re aggiunse: “Tagliate in due il figlio vivo e datene una metà all’una e una metà all’altra”.
La madre del bimbo vivo si rivolse al re, poiché le sue viscere si erano commosse per il suo figlio, e disse: “Signore, date a lei il bambino vivo; non uccidetelo affatto!”.
L’altra disse: “Non sia né mio né tuo; dividetelo in due!”.
Presa la parola, il re disse: “Date alla prima il bambino vivo; non uccidetelo. Quella è sua madre”. (1 Re 3,16-28)


Perché ci interessa il DDL Pillon?

Il ddl Pillon parla della famiglia e dei figli minori (anche quando la famiglia non c’è più), e la famiglia è alla base della società. Come cristiani vogliamo che la società sia per l’uomo, e che le leggi che la governano promuovano l’uomo integralmente e non solo alcuni suoi interessi slegati tra loro.

La saggezza del Re Salomone è il punto di giudizio più chiaro su questa proposta di legge.

La proposta di legge n. 735 “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” che porta la firma del senatore leghista Simone Pillon, ha l’obiettivo dichiarato di apportare rettifiche all’attuale normativa in materia di affidamento condiviso, introducendo il criterio della “bigenitorialità perfetta”: in caso di separazione, il mantenimento dei figli, il loro affido, e di conseguenza i costi e il tempo passato con loro, devono essere equamente divisi tra padre e madre.

L’affido condiviso è già legge dal 2006, e le statistiche dicono che dal 2007 in poi questa è la tipologia di affido prevalente, con oltre il 75% dei casi. Il Senatore Pillon sostiene che questo è vero solo sulla carta perché viene disatteso nei fatti. Il suo ddl si propone appunto di porre rimedio a tale situazione, in particolare con riguardo ai padri separati a cui viene impedito di mantenere una relazione con i figli quando, nonostante l’affido condiviso, la madre, che di solito è il genitore collocatario, disattende o pone ostacoli al mantenimento degli accordi.

I quattro pilastri su cui si fonda la proposta di riforma

  1. La mediazione civile obbligatoria: una coppia con figli minorenni che voglia separarsi deve intraprendere obbligatoriamente un percorso di mediazione civile, prima che il caso arrivi davanti a un giudice, “a pena di improcedibilità”.
  2. L’equilibrio tra entrambe le figure dei genitori, attraverso la parificazione del tempo trascorso da ciascun genitore con i figli (minimo 12 gg/mese a testa) e l’abolizione del principio dell’assegnazione della casa familiare, prevedendo la doppia domiciliazione dei figli presso padre e madre.
  3. Il mantenimento dei figli in forma diretta: abolizione dell’assegno di mantenimento e sua sostituzione col pagamento diretto delle spese vive, nel periodo di coabitazione col figlio, e fissazione di un assegno per le altre in base a un piano genitoriale.
  4. Il contrasto alla cosiddetta “alienazione genitoriale”. Il ddl sembra muovere dal presupposto che se un bambino rifiuta un genitore, la colpa è dell’altro genitore che lo ha manipolato. In tal caso il giudice può intervenire, anche in assenza di evidenze di comportamenti scorretti, per allontanarlo dall’altro genitore, cioè da quello non rifiutato, e può collocarlo presso il genitore rifiutato o presso una struttura specializzata.


Leggere al riguardo il Centro Studi Livatino

CONSIDERAZIONI
1) Il ddl cerca di dare risposta a problemi che non possono essere affrontati con normative troppo rigide. Ogni situazione è particolare e andrebbe cercata una soluzione e redatto un piano genitoriale caso per caso. Inoltre nei bambini e nei ragazzi minorenni le situazioni e le esigenze cambiano con facilità tanto che è comunque impossibile determinare qualsivoglia cosa a priori.

Al contrario, il ddl impone soluzioni obbligatorie che non sono aderenti alla nostra realtà sociale; favoriscono il genitore più forte economicamente; inaspriscono e allargano il conflitto all’interno della famiglia (prevedendo ad esempio la possibilità di intervento in giudizio degli ascendenti e dei figli maggiorenni), con il risultato di allungare i tempi delle decisioni; e non tutelano i minori e le donne vittime di violenza.

Considerando la complessità e la estrema diversità delle situazioni umane che portano ad una separazione: «non è accettabile che lo Stato normi le relazioni affettive in nome dei cosiddetti “diritti relazionali”, cioè definendo dei diritti all’interno delle relazioni affettive. Anche se lo Stato normasse in coerenza con il mio orientamento religioso personale, sarebbe ingiusto: si aprirebbe la porta a un’etica di Stato.” (Assuntina Morresi)

Lo Stato non può e non deve entrare nelle relazioni affettive normando comportamenti e scelte in modo così pragmaticamente cristallizzato, come è previsto nel ddl in discussione.
Una legge già esiste, sarebbe sufficiente renderla anche efficace garantendone l’applicazione su tutto il territorio nazionale, mentre attualmente viene applicata in modo difforme da regione a regione e da tribunale a tribunale.

2) Il ddl prevede il ricorso obbligatorio, prima della composizione della pratica di separazione, ad un mediatore familiare, Ma su questo il ddl è lacunoso e contradditorio. L’obiettivo della mediazione non può essere il mero raggiungimento di un accordo, come esso sembra suggerire, ma deve essere quello di aiutare la coppia a dialogare, a essere costruttivi, a mettere in discussione le proprie pretese e a liberarle dal carico di sofferenza che spesso rende difficile individuare le necessità dei figli. Inoltre non è chiaro chi potrà svolgere tale funzione, con garanzia di mirata professionalità.

Inoltre i problemi che possono nascere dalle previsioni di questo ddl, così rigidamente strutturate, fa pensare ad un aumento della conflittualità tra i genitori, e quindi alla necessità di ricorrere più volte al mediatore familiare, e solo per il primo intervento ne è prevista la gratuità, mentre i successivi sono a pagamento. Ciò porterà un aggravio di spese, danneggiando soprattutto la parte economicamente più debole.

3) “I figli sono l’indissolubilità vivente della coppia, la fedeltà fatta carne... Il bambino «giudica» tutte le ideologie, tutti i cedimenti che si fanno sul matrimonio.”
(Conversazione sul matrimonio tra monsignor Luigi Giussani e padre Antonio Sicari in Breve catechesi sul matrimonio, Jaca Book, 1990)

Il punto più importante è che questo ddl non porta al centro l’interesse del minore.
L’impostazione del ddl è invece “adultocentrica”, imbriglia i minori in logiche di dominio e prevaricazione, rende il testo di legge in discussione un rigido manuale d’uso che burocratizza l’alta funzione genitoriale e riduce il minore ad un oggetto di contesa.

(Il ddl Pillon: adultocentrismo e conflitti tra generi e generazioni. Stefano Celentano, giudice del Tribunale di Napoli).

Come la difficoltà ad accogliere i figli nasce dal calcolo: se io sono la misura di tutto, allora è giusto misurare anche i figli (non solo nella quantità, ma perfino nella qualità)”.

Così i nostri figli venuti al mondo, diventano “l’oggetto del contendere”.

Il ddl pone al centro l’interesse dei genitori separati ad avere un rapporto con i figli minori, ma non si cura degli interessi del minore e della sua sfera sentimentale, affettiva, emotiva, anzi il contrario, perché toglie al minore la serenità di una propria casa, la certezza di una stabilità nei rapporti, nel poter seguire i propri interessi, scuola, sport, il medico di famiglia, solo per citarne alcuni, e di fatto, riducendo l’affido in termini di tempi equamente suddivisi, sminuisce il valore dei rapporti tra genitori e figli.

4) Le statistiche dicono che i padri italiani dedicano ai figli circa 38 minuti al giorno, mentre le madri destinano quasi cinque ore al giorno e solo il 6,9 % dei padri italiani chiede congedi parentali ( contro il 69% dei padri svedesi). La vita di una donna invece si rivoluziona e cambia completamente dopo la nascita di un figlio.

E’ giusto che un padre che ha sempre preso parte alla cura e all’ educazione del figlio non venga ad essere mai relegato a un tempo marginale della sua vita, e non è neppure immaginabile pensare di dividere il tempo di un bambino al 50% tra i due genitori se uno dei due non l’ha mai accudito e magari non ha neppure il tempo di farlo quotidianamente, con la conseguenza che il bambino, per il tempo in cui è a lui affidato, venga sub-affidato ad un terzo (baby-sitter, nonni o nuovo/a compagno/a).

Ddl Pillon, una proposta di legge farraginosa e ideologica, di Assunta Confente, avvocata in Torino:

“Il ddl Pillon sul cosiddetto affido condiviso, in realtà dovrebbe chiamarsi “affido suddiviso”, perché non c’è alcuna condivisione ma, al contrario, si approfondisce il conflitto uomo-donna, moglie-marito e si distrugge il concetto stesso di famiglia”. Eugenia Roccella.

5) Ci sono molti aspetti del Ddl che esplicitano il suo carattere di legge GENDER friendly.
Primo fra tutti il fatto che l’affidamento condiviso viene riformulato in base al numero di giorni in cui il minore deve obbligatoriamente stare con l’uno o l’altro genitore, (sembra che Pillon confonda “affidamento” condiviso con “collocamento” condiviso) calcolato appunto in modo salomonico dividendo a metà, e quindi escludendo ogni riguardo alle differenze tra il rapporto con la madre e il rapporto con il padre.

A un bambino servono mamma e papà, non come semplici collocatari, ma perché le due figure sono DIVERSE e COMPLEMENTARI, e il compito educativo, le competenze, la vocazione genitoriale naturale sono diverse, certamente non quantificabili matematicamente.
Si pensi al bisogno che il bambino ha della mamma quando è molto piccolo, oppure al rapporto particolarissimo che hanno con lei soprattutto le ragazze durante l’adolescenza.

Ma se madre e padre sono perfettamente uguali e intercambiabili, allora perché non possiamo tranquillamente cambiare i termini con “genitore 1” e “genitore 2”?

E se padre e madre contano solo in termini di tempo, e non di qualità, perché non possono essere “genitori” i partner delle unioni civili? E di conseguenza, perché anche quello omosessuale non può chiamarsi matrimonio?

6) Ancora: e se i genitori non dispongono di pari opportunità o disponibilità economiche, dividere il tempo in cui il bambino “fruisce” dell’uno o dell’altro genitore non porterà il bambino a percepire la differenza tra padre e madre solo in termini di benessere economico? Con probabile nocumento nei rapporti con il genitore meno abbiente?
In questo senso questo ddl è, nella maggior parte dei casi, contro le donne, tenuto conto che nella maggior parte dei casi la madre è quella che guadagna di meno spesso proprio perché ha rinunciato alla carriera, oppure per i periodi di assenza dal lavoro, per la maternità, per assistenza ai figli.

Col ddl si stabilisce inoltre che, mantenendo ciascun genitore il figlio per il tempo in cui abita con lui, cioè metà del mese (minimo 12 giorni), viene abolito l’assegno di mantenimento. Quindi il genitore meno abbiente (come detto di solito è la madre) viene ulteriormente impoverito.
Se poi la casa coniugale resta ad uno dei coniugi, e questo non ne è proprietario, o ne è proprietario solo a metà, dovrà pagare un affitto all’altro coniuge per la parte di sua pertinenza. Con di nuovo l’effetto di impoverire.

E tutte le mamme che hanno fatto la scelta “eroica”, cristiana, di non lavorare per dedicarsi alla famiglia?

La saggezza della Chiesa da sempre riconosce questo:

“L’esperienza conferma che bisogna adoperarsi per la rivalutazione sociale dei compiti materni, della fatica ad essi unita e del bisogno che i figli hanno di cura, di amore e di affetto per potersi sviluppare come persone responsabili, moralmente e religiosamente mature e psicologicamente equilibrate. Tornerà ad onore della società rendere possibile alla madre - senza ostacolarne la libertà, senza discriminazione psicologica o pratica, senza penalizzazione nei confronti delle sue compagne - di dedicarsi alla cura e all’educazione dei figli secondo i bisogni differenziati della loro età. L’abbandono forzato di tali impegni, per un guadagno retributivo fuori della casa, è scorretto dal punto di vista del bene della società e della famiglia, quando contraddica o renda difficili tali scopi primari della missione materna. “
(Giovanni Paolo II - Laborem Exercens, 1981)

Con ddl Pillon sarà quasi sempre la madre ad essere impoverita, a doversi trovare un’altra casa, a doversi trovare un lavoro se già non ce l’ha, a dover trovare l’asilo, scuole a tempo pieno, e avendo meno tempo non potrà più occuparsi non solo dei minori ma per es dei genitori anziani o ammalati.

Tutto ciò non solo avrà influsso negativo sul minore, ma avrà anche un costo sociale, il costo del welfare, che tutti paghiamo con le nostre tasse.
Abbiamo voglia a combattere l’aborto, la pillola del giorno prima e quella del giorno dopo, l’inverno demografico, l’eutanasia dei più deboli e dei vecchi, se poi di fatto priviamo di tutela reale effettiva ed economica le donne, riesumando il disprezzo per il lavoro casalingo, che è il vero unico strumento che supplisce ai limiti del welfare che ha costi economici sempre meno sostenibili.

Quindi il ddl oltre ad essere contro i figli, oltre ad essere contro il genitore più debole, di solito la donna, oltre ad essere contro la famiglia, è un peso anche per la società.

7) in altre parole il ddl Pillon sull’affido condiviso, imponendo un modello di bigenitorialità indistinta e togliendo tutele alle donne che scelgono di penalizzare lavoro e carriera per dedicarsi ai figli, contrariamente a quanto si potrebbe ipotizzare, scoraggia non il divorzio, ma proprio il matrimonio, e va a colpire proprio la famiglia naturale.

Diminuiranno i matrimoni, diminuirà la natalità, e aumenteranno le convivenze.

Da altro punto di vista, proprio a partire dalle molte ombre e lacune di questo ddl, già alcuni giuristi, avvocati, magistrati, si sono riuniti per discutere dell’introduzione nel ns ordinamento dei “patti pre-matrimoniali”. E quando si inizia a parlarne... è un piano inclinato…
I patti pre-matrimoniali, oltre che essere contro la famiglia, il concetto stesso di famiglia e di matrimonio, sono anche contrari alla morale e alla dottrina sociale della chiesa. Ed addirittura, nel diritto canonico, sono causa di nullità.

8) Tutto questo … è proprio contro il concetto di famiglia: la filosofia di fondo del ddl (che fin nella sua introduzione afferma di rifarsi al modello svedese), fa emergere l’equivoco per cui il matrimonio è visto in funzione dell’autorealizzazione dei coniugi, e non in funzione della responsabilità reciproca e verso i figli.

Viene cioè riproposta, sicuramente al di là delle intenzione del proponente, la logica che regola la rivoluzione antropologica in atto nella nostra società, i vissuti umani vengono messi in discussione in base ai propri interessi, alle proprie emozioni, sentimenti, (rapporto uomo donna, procreazione staccata dalla vera maternità e paternità, la dignità e i diritti dei bambini), il desiderio coincide con la pretesa, il voler bene con il possesso, il diritto all’autodeterminazione viene a valere più della vita, la misericordia sembra negare la giustizia, (i casi pietosi... padri sul lastrico…).

“Questo ddl sposa un modello familiare di tipo svedese, quello secondo cui ogni componente della famiglia è un individuo autonomo che non deve dipendere dagli altri e che ha dei diritti da far valere verso gli altri. Mentre gli obiettivi del ddl sono in sé condivisibili, non è accettabile il suo tentativo di imporre il modello antropologico individualista che è poi quello che domina i nostri tempi». (Assuntina Morresi).

TEMPI: Convegno al Pirellone con Alberto Gambino, Eugenia Roccella e Assuntina Morresi

9) Ma noi, dai nostri Padri abbiamo imparato cosa vuol dire voler bene ai propri figli:

«Eravamo in macchina insieme (accompagnavo Giussani da Cesena a Bologna) e si dialogava (gli facevo spesso da autista). Si dialogava e lui fa: «Come va? Come va la tua famiglia?», ed era un periodo in cui già da un po’ di tempo (ma molto tempo) sentivo spesso le osservazioni intorno a me: «Ma che vita fa quello lì, ma la sua famiglia, e sua moglie...»; erano cose che sentivo in giro: «Ma i suoi figli, sua moglie, ma che vita è». E io non ci ho mai fatto caso, perché sono cose che mi interessano relativamente: so io quello che sento come vero a cui non posso sottrarmi. Solo che dopo un po’ queste cose entrano dentro e quindi ho incominciato a chiedermi: «Ma che vita faccio?». Allora dico: «Giussani, ho un dubbio: mi è venuta dentro questa cosa che, a forza di sentirla, anch’io mi chiedo: ma che vita faccio? Ma gli voglio bene o no?». Lui fa: «Ma senti, tu vuoi bene alla tua famiglia?». Dico: «Sì». «Ai tuoi figli vuoi bene?». Dico: «Sì». «Fai un esempio!». Non so chi di voi sia mai riuscito a fare un esempio in merito. Non sapevo che cosa dire. Allora ho detto quello che succedeva: «Guarda, succede spesso che vado a casa alla sera tardi, o per la professione o per il movimento, e mia moglie (allora abitavamo in una casa piccola, adesso più grande, ma vuota perché i figli sono tutti via) lascia un po’ aperte le porte delle camere per sentire se i figli si lamentano, se si svegliano. Io arrivo e debbo accendere solo le luci di entrata, perché se accendo le altre i figli si svegliano e sono guai seri, perché mia moglie su queste cose... Accendo la luce di entrata, vado dentro pian piano, mi spoglio in corridoio senza far rumore; dalle porte socchiuse filtra questa luce che illumina i lettini in cui ci sono i figli. È difficile descrivere, ma mi prende una tenerezza infinita nel veder questi gomitoli lì sul letto. Allora io furtivamente vado dentro, ne prendo su uno, e qualche volta si svegliano: “Papà!”. “Sssttt! Se no la mamma...”. Li stringo un po’, me li sbaciucchio...». Allora dico a Giussani: «Insomma, mi sembra di volergli bene». E Giussani fa: «Non è mica così che si vuol bene. Guarda, il modo vero di voler bene è che proprio quando questa tenerezza è intensa, vera e trascinante, umanamente trascinante, dovresti fare un passo indietro, guardarli e dire: “Che ne sarà di loro?”, perché voler bene è capire che hanno un destino, che non sono tuoi, sono tuoi e non sono tuoi, che hanno un destino e che è proprio guardando la drammaticità che il destino impone nel rapporto e nelle cose, nel futuro e nel presente, che tu li rispetterai, gli vorrai bene, sarai disposto a fare tutto per loro, non ti farai ricattare se ti obbediranno o no».
(“Tu sol pensando o ideal, sei vero” Testimonianza di Enzo Piccinini agli esercizi spirituali del CLU-Rimini, 12 dicembre 1998)

Guarda il video, dal minuto 27, 30 in poi...



E questo sembra essere anche ciò che ci dice Giacomo Poretti (senza Aldo e Giovannino), in teatro, in un monologo di un’ora e un quarto in cui racconta lo sconvolgimento che ha vissuto una dozzina di anni fa, quando è diventato padre di Emanuele.

Per Giacomo lo sconvolgimento non è il dover scoprire i pannolini, le notti in bianco.... Giacomo è felice di aver messo al mondo un figlio, e si accorge, a neonato appena scodellato dalla moglie, di aver messo al mondo non solo un bambino, ma un Mistero.

E’ un prete, padre Bruno, a instillargli il tarlo. Va a trovare i novelli genitori, Giacomo e Daniela, e non dice loro “oh ma com’è bello”, “è tutto sua madre, ma il nasino è quello di papà”. No, padre Bruno dice loro: “Bene, avete fatto un corpo, adesso fategli un’anima”

Adesso dovete dare un’anima a questo bambino”...
e il mondo si mette a ridere, perché: che cos’è un’anima? L’ha forse mai vista il radiologo? O il chirurgo?
.... E l’amicizia?... E l’amore?
Ridendo e facendo ridere, il monologo di Giacomo ci richiama all’ineluttabilità delle domande ultime, e ci ricorda che non tutto il reale è visibile e tangibile e che dei nostri figli ci devono stare sì a cuore gli studi – ma certo – la carriera che farà e il saper l’inglese e la salute: ma, soprattutto, ci deve stare a cuore il suo destino.

Mettere al mondo un figlio, è il “dover fargli un’anima”,
un compito
una avventura
per i padri e le madri, che sorpassa ogni limite spaziale e temporale in cui noi tentiamo di incasellare tutto.
Questo vale anche quando
per i più svariati motivi
viene meno il luogo sorgivo, cioè la famiglia,
almeno come compito
e responsabilità
verso i propri figli.

«Un padre e una madre
sono tali non solo
perché danno latte prima
e risotto poi
al figlio che cresce;
un padre e una madre danno loro stessi,
un padre
dà se stesso al figlio».


don Giussani, video Corriere della Sera, 02.2015

Il bambino «giudica» tutte le ideologie, tutti i cedimenti che si fanno sul matrimonio...