Il coraggio della paura

Dalla presentazione di IBS: «Un provinciale idealista vive a Pietroburgo della rendita di una tenuta dimenticata, nella più assoluta inerzia fisica e psichica. In una camera coperta di ragnatele e di libri ingialliti giace su un divano, dormendo e sognando, stanco e insensibile ai rumori della vita. Oblomov è stato considerato dalla critica l'eroe immortale della pigrizia, prodotto di una generazione viziata e apatica, inerte e priva di volontà, che non ha saputo dedicarsi a quelle riforme di cui necessitava la società russa.»
Autore:
Andraous, Vincenzo
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ogni tanto qualcuno dei ragazzi che incontro mi dice: «Vince, quando il gioco si fa duro cosa fanno i duri?» Rispondo sempre la stessa cosa: quelli che pensano di essere dei duri si sgretolano, si feriscono, muoiono. L’ho sempre detto con consapevolezza, per esperienza diretta, soprattutto ai più giovani, quelli che pensano di esorcizzare le proprie fragilità sfidando irresponsabilmente la morte, e la morte passa sempre all’incasso. Ho sentito del ragazzino che ha scelto di sfidare la sorte, di frantumare la paura del vicolo cieco, rimanendo stritolato sulle rotaie da un treno in corsa. Ho ascoltato tante versioni, ma quando penso a quell’adolescente fatto a pezzi per gioco e per follia circondato dagli sguardi affascinati e urlanti da bar sport, da stadio per incitare il proprio beniamino di turno, mi viene in mente quel nobile russo dell’era zarista a nome Oblomov, costui era una brava persona, non fece mai male ad alcuno, tanto meno lo si sentì mai lamentarsi. Semplicemente, non faceva nulla, sopravviveva a se stesso, nel più totale disconoscimento del fare, e così è, quando il mondo adulto, rimane sbigottito ma ben protetto dalla propria indifferenza, tutto ciò che gli appartiene come il bene più grande dei propri figli, decade nell’introvabilità di una scelta. Un giovanissimo maledetto per vocazione non c’è più, non ha fatto in tempo a scendere da questo palcoscenico di piedistalli di cartone, c’è rimasto sprovvisto di domande e risposte, non c’è più, eppure stiamo parlando di un innocente, un ragazzo costretto a essere il più debole, costretto a rimanere ai margini, costretto a essere escluso, una persona schiacciata dall’ingiustizia, una persona lacerata e piegata dall’indifferenza, non certamente un duro così malamente raccontato. Quando siamo sbattuti con forza in faccia alla realtà, si diffonde il fastidio di parlarne, di chiederne conto, incorrendo nell’errore di accusare o stanare a tutti i costi la colpa dell’uno o dell’altro, mai andando a monte del problema, al perché è accaduto, o come è potuto accadere di essere qui pure adesso a continuare a sbalordirci. Quell’adolescente e la sua storia personale rimangono segni incerti come quanto è drammaticamente accaduto, eppure questa assenza è percepita dai ragazzi come una ritualità, un totem, una prova che mette chiarezza, da una parte chi pensa di essere incancellabile tra omertà e indifferenza, dall’altra la tribù degli impauriti plaudenti, quelli che fanno consenso di partenza e mai di arrivo, Una sorta di sottosocietà dove sempre più spesso il ruolo non è riconosciuto, neppure il valore della persona. L’adulto c’è, esiste, eppure nel gruppo dei pari, dove la battaglia infuria, non c’è alcun riconoscimento, perché s’è inabissato con tutto il suo carico di esempio-autorevolezza-autorità.