«Se il sale diventa scipito...»

Vescovi coraggiosi e cori stonati. Plaudiamo al Vescovo di Ventimiglia per la chiarezza del suo intervento. Mentre rimaniamo sconcertati dalla pavidità di altri di fronte al male dilagante. La fede è sotto attacco, non possiamo rifugiarci nelle sagrestie
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ho sempre pensato che il compito di un cristiano fosse quello di servire la verità, vincendo schemi e pregiudizi ideologici. Inoltre ho la convinzione che il rischio del vero porti frutti maturi: ricordo quando in Terrasanta ci è stato ricordato il momento in cui hanno scoperto a Nazaret il graffito dell’Ave Maria. Qualcuno aveva pensato di chiudere gli scavi perché forse si era in presenza di tombe dei tempi di Gesù, e quindi sarebbe stato impossibile trovare segni di abitazioni ebraiche. La tenacia dei padri Francescani, mi pare di p. Bellarmino Bagatti, ha fatto sì che il preferire la verità storica a a qualunque costo ha reso possibile il raggiungimento della certezza che quel luogo era veramente la casa di Maria SS.
Il «potere dei senza potere» è sempre la testimonianza alla verità, coraggiosa e senza cedimenti né paure.

Così è stato nella ricerca sulla Sindone, al di là delle bufale pseudoscientifiche dei vari Garlaschelli e compari di Repubblica, così deve esserlo nel raccontare quello che i Vescovi dicono a proposito dei migranti. E avrei visto con piacere su Avvenire in rilievo la bella e profondamente vera lettera del Vescovo di Ventimiglia, che sfata l’ideologia sottesa a tanto buonismo clericale, che si trasforma purtroppo in complicità vera con le tante morti in mare.

Così avrei preferito leggere commenti più seri alla proposta di tanti laici in buona fede che, davanti alla devastante pubblicità a spettacoli osceni e blasfemi dei vari gay-pride, hanno chiesto e proposto preghiere di riparazione. Il povero Moia, su Avvenire, oltre che paladino di una revisione della Humanae vitae che ne stravolga la natura dottrinale e profetica, si fa promotore di una informazione che toglie valore e sostanza alla preghiera di riparazione, dimenticando e irridendo, quando non umiliando, coloro che si rifanno al magistero tradizionale della Chiesa sull’argomento.
In questo caso, tra un Papa (morto) e un giornalista (vivo) io preferisco il Papa anche perché il suo insegnamento e il suo magistero non sono morti, mentre è morto l’insegnamento presuntuoso che ci vorrebbe far dimenticare la storia affascinante e profonda della Chiesa cattolica.
Quante volte, dopo la benedizione eucaristica, che vale ancora nel suo profondo significato attuale, abbiamo recitato col popolo il «Dio sia benedetto», proprio in riparazione delle offese e delle bestemmie contro Dio, la Madonna e i santi. E non credo che sacerdoti e fedeli chiedessero solo perdono per le loro bestemmie, non essendo a questa «pratica» adusi e fedeli.



E che dire della bella preghiera di Pio XI: «Memori però che noi pure altre volte ci macchiammo di tanta indegnità, e provandone vivissimo dolore, imploriamo anzitutto per noi la tua misericordia, pronti a riparare con volontaria espiazione, non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che, errando lontano dalla via della salute, ricusano di seguire te come pastore e guida, ostinandosi nella loro infedeltà, o calpestando le promesse del battesimo, hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge. E mentre intendiamo espiare tutto il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare: l'immodestia e le brutture della vita e dell'abbigliamento, le tante insidie tese dalla corruttela alle anime innocenti…»