William Congdon un occhio e un cuore nuovo - Intervista a Silvio Prota

SILVIO PROTA
WILLIAM CONGDON - un occhio e un cuore nuovo
edizioni SEF-Firenze
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INTERVISTA A SILVIO PROTA autore del libro

DOMANDA: Cosa dice William Congdon all’uomo contemporaneo?
SILVIO PROTA: Il pittore americano William Congdon ha attraversato quasi tutto il XX secolo, ha visto gli orrori dei campi di concentramento dei nazisti, ha vissuto con i suoi amici dell’Action Painting di New York il sogno di realizzare un nuovo mondo attraverso l’arte, ha sperimentato il boom economico della società americana degli anni ’60 e ha partecipato da protagonista al mercato dell’arte vendendo le sue opere a prezzi altissimi nella galleria d’arte più prestigiosa di New York: quella di Betty Parsons. Ha vissuto infine gli ultimi decenni della sua vita ritirandosi dal mondo e dai riflettori per condurre una vita appartata in un Monastero benedettino dove la sua arte ha trovato una maturità e una nuova espressività. Credo che Congdon parli all’uomo contemporaneo semplicemente mostrando la sua vita e la sua arte e cioè facendo vedere come bisogna stimare il proprio cuore, di non aver paura della domanda di felicità che nasce dentro di noi e che aspetta una risposta. E di non ridurla, cioè avere il coraggio di guardarla secondo tutta la sua ampiezza.

DOMANDA: Lo sguardo è una telecamera puntata sulla realtà o una fessura di stupore per William Congdon?
SILVIO PROTA: Uno degli aspetti che affascina di più nella vita e nell’opera pittorica di Congdon è il suo sguardo pieno di stupore come può esserlo quello di un bambino. In Congdon la realtà è sempre vista come una novità, come qualcosa che istante dopo istante è donata dall’Alto e
dall’Altro. In Congdon ciò che lo sguardo coglie diventa come un seme che feconda e genera dentro di sé una immagine artistica. “I miei quadri sono come dei figli” amava ripetere. L’arte nasce sempre come stupore per qualcosa che accade in sé o nella realtà e la pittura di Congdon
testimonia che la capacità di stupirsi appartiene soltanto a coloro che coltivano un rapporto con il Mistero che crea tutto.

DOMANDA: Pensando ai disegni nei campi di concentramento, ai quadri su Bombay, Calcutta e il Guatemala, la pittura di Congdon offre una speranza all’uomo schiacciato dal dolore?
SILVIO PROTA: Il tema del male che schiaccia l’uomo è il tema fondamentale della pittura di Congdon. Ma ancora più decisiva è la questione se esista o meno la possibilità di non rimanere schiacciati dal proprio male. Congdon non offre una risposta teorica ma indica ciò che lui stesso ha maturato in una cammino personale: guardare al sacrificio di Cristo crocefisso. La serie dei crocefissi dipinti in un arco temporale di quasi 20 anni mostra tutto il cammino compiuto dall’artista. I crocefissi 90 e 91 mostrano Cristo senza più una forma riconoscibile, completamente
ridotto a larva. E’ Cristo che salva l’uomo dal suo stesso male, non è l’uomo capace di generare la propria salvezza. Abbandonarsi alla presenza di Dio misericordioso che in Cristo ci ama e ci libera dal nostro male è l’indicazione forse più preziosa di tutta l’opera pittorica di questo grande artista.