Libertà di scelta (?) senza colpevolizzazioni

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ormai è chiaro. La dittatura del relativismo ha il coltello dalla parte del manico, e non solo metaforicamente. Se va bene, i suoi maître à penser lo usano per tagliuzzare qui e lì la realtà e ridurla agli schemi del pensiero unico politically correct; ma si sa: a casi estremi, estremi rimedi. All’uopo, il coltello si trasforma in uno a scelta tra i metodi abortisti ed elimina l’indesiderato-di-turno-secondo-sua-madre o, là dove vige la legge del figlio unico, l’inutile–secondo–lo–Stato. Mors tua vita mea.
Legalmente, sia chiaro: non c’è miglior escamotage contro i sensi di colpa.
In Italia, la dittatura del relativismo ha ingaggiato la meglio intellighenzia de noantri, che in punta di diritto e sul filo di lama della logica, sciorina tesi argomentazioni prove avvallate da lubrici periodi ipotetici della possibilità e della irrealtà, preferiti di gran lunga a quelli della realtà, che in epoca postmoderna è diventata un optional, come la “natura”.
E così, nel confronto di idee su aborto e bioetica che ha preso spunto da un documento recentemente prodotto dal Comitato Nazionale di Bioetica della Repubblica di San Marino, in un articolo dal titolo Libertà di scelta senza colpevolizzazioni, esce dal cilindro la solita Chiara Lalli, paladina dei pro–choice, che con altre parole riprende il refrain già proposto nel suo saggio A. La verità vi prego sull’aborto. Ecco il ritornello: l’aborto non è assassinio perché non si può uccidere ciò che non è. L’aveva già scritto: al massimo si ammazza “qualcosa”. E giusto per confondere un po’ le idee, ecco un po’ di esempi a briglia sciolta. Se non sei nato non ti può dispiacere di non avere vissuto. Un non nato non può pensare di aver fatto una brutta fine perché non ha avuto nessun inizio. Ciò che ancora non è non può essere paragonato a qualcosa che è. Non sei quel che sei stato e non eri ciò che sei… e aggrovigliamenti simili che non riassumo per non tediare.
Chiaro che per abbattere qualsiasi residua obiezione sull’aborto va smantellato il nemico numero uno: il senso di colpa causato dall’idea che nel grembo di una donna incinta ci sia suo figlio e che quel figlio sia “persona”: di un grumo di cellule puoi fare quel che vuoi, come di una cisti (e pazienza se la cisti non ha un cuore che batte). Deciderà cosa o chi sei la donna che ti porta in grembo, che poi sarebbe tua madre (della cisti? Di te, che sei figlio ed eri embrione?). Bontà sua, quel “grumo di cellule con un cuore che batte” diventerà maligno o benigno, da espellere o da allevare, rifiuto o figlio e, quale figlio, bambino. (Come si spiega, se no, che ogni mamma annuncia «aspetto un figlio?» E non vale dire che se l’aspetta non c’è. Andate a raccontarlo alle donne incinte, se quel figlio lo perdono…)
Il vizietto satanico sta qui. La dittatura del relativismo ha deciso che l’unico sguardo che conta è quello del soggetto–donna a cui il pensiero unico vuol far credere che il figlio che ha in grembo è solo un oggetto da tenere o da buttare. Roba sua anche se il DNA è un unicum.
Relativismo per relativismo, piacerebbe si guardasse la realtà anche dall’altro punto di vista: il concepito. Che c’è. Con quel rompiscatole di cuore – mannaggia a lui – che batte come un cavallo al galoppo, a ricordare una presenza “altra”, e uno sviluppo che fa, di quel figlio, un corpo e una mente che cresce e che la medicina segue nel suo sviluppo intra ed extra uterino.
Non serve vantare una laurea e insegnare all’Università La Sapienza di Roma per capire, andando a ritroso, aiutati da foto e da ecografie, che eravamo quel giovane, quel bambino, quel feto, quell’embrione… Io, tu, non altri. Senza che ne avessimo consapevolezza, certo, ma senza che, quello sviluppo così come è avvenuto (quegli occhi lì, quelle mani, quel colore di capelli…) lo decidesse nostra madre, che non ci ha scelti a catalogo (allora non si poteva: non c’era la fecondazione eterologa) ma ci ha accolti così: con i segni nella carne della nostra genealogia.
Il distinguo tra “attualità” e “potenzialità” della persona (tema succulento per i dibattiti da salotto) è azzerato dall’evidenza della realtà.
Monitorassimo 24 ore al giorno per l’intera gravidanza l’embrione e il feto nel grembo materno fino al parto, senza soluzione di continuità vedremmo che si tratta certo di stadi diversi dello sviluppo, ma dello stesso essere umano. Inconfutabilmente.
La fede non c’entra. Sono occhi che vedono e mente che ragiona.
Ma fino a quando l’astrazione con le sue congetture prevarrà sull’evidenza della realtà, saranno lecite tutte le ipotesi, le più aberranti. La proposta della Lalli, tra le righe, che la 194 sia meno severa e metta finalmente nero su bianco che la donna può decidere liberamente e senza colpevolizzazioni se tenere un (altro) figlio, anche fosse sano. O l’infanticidio, giustificato da filosofi blasonati che invocano una nova Rupe Tarpea. Perché no?
E se in grembo non c’è nessuno, perché scandalizzarsi tanto, se è lo Stato ad imporre che quel niente sia eliminato?
Chiedetelo alle donne cinesi, se non piangono di dolore e di rabbia i loro FIGLI assassinati!
«Ma loro quei bambini li volevano», si dirà. E … bla bla bla… che «la decisione libera della donna, che è padrona del suo corpo e di ciò che contiene non ha niente a che fare con i regimi illiberali. Non si confondano le idee!»
Padrone di cosa, noi madri?
Non certo di dare la vita: non possiamo aumentarne la durata nemmeno di un battito del cuore.
Non padrone dei nostri figli, che, dentro di noi, sono da subito altro da noi, e saranno liberi di rinnegare chi li ha tenuti in grembo.
Padrone di spegnere quel cuore e di dar loro la morte, certo. Noi, reginette post–moderne dell’autodeterminazione.
Bella forza.