Cari giornalisti...

Potete leggere una profetica risposta alla domanda di Scalfari
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Sembra essere tornato di moda presso gli intellettuali nostrani parlare della chiesa. E pare che tutti, ma proprio tutti, si sentono in diritto di insegnare al Papa come si fa a fare il Papa. Ho davanti a me tre articoli (tra i tanti che il mercato mediatico ci offre) che affrontano la cosiddetta questione cattolica, dal loro punto di vista. Ho trovato sulla Repubblica le domande di Eugenio Scalfari che chiede al Papa, anzi ai Papa, quelle risposte che “ancora non hanno dato”; ancora sulla Repubblica i suggerimenti del giornalista di turno al vescovo di Ferrara per affrontare in maniera adeguata la questione giovanile. E il Giornale, per la penna di Magdi Cristiano Allam, ricorda a papa Francesco quali siano le priorità da affrontare per evitare di essere, in qualche modo, complice del reato di clandestinità.
Mi permetto qui di fare tre brevi osservazioni, che potrebbero essere considerate l’inizio di una risposta, anche se appare chiaro che i nostri autori non pongano domande, ma, come pontefici vecchia maniera, diano solo avvertimenti e risposte.

1) Caro Scalfari, il tuo sfoggio di erudizione biblica appare più simile alle argomentazioni di quell’alunno che, avendo studiato poco l’argomento, spera, con un mare di citazioni e di divagazioni, di far dimenticare all’esaminatore la domanda di fondo. Noi non siamo come i “selvaggi delle Americhe” che si lasciano incantare dagli specchietti dei conquistadores, svendendo così i tesori di cui siamo ricchi. Forse se impariamo a guardare le risposte che prima papa Benedetto e ora papa Francesco danno alle domande profonde del cuore dell’uomo, troveremo anche la chiave per risolvere il problema che ci assilla.

Ho trovato queste parole di Don Giussani, che mi paiono una risposta adeguata alla domanda finale posta da Scalfari. Le potete leggere a pp. 185-86 del libro: Un evento reale nella vita dell'uomo.

Giussani: Questo è il clou della questione… È ciò che mi ha colpito due-tre settimane fa, quando ho letto nel breviario il brano della Sapienza (se uno tende a qualche cosa, tutto ciò che accade gli richiama quella cosa e gli serve, aumenta il motivo, conferma la ragione). La Bibbia dice: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza. Le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale». [Sap 1,13-15] Ma dove sono vere queste cose? E il Dio che permette la morte, che permette l’eliminazione del padre e della madre, che permette i milioni di persone distrutte in Cambogia, sulle barche in cui tentano di fuggire (perché sono questi i paragoni più vicini ora)? E un Dio che permette la debolezza che ci prende e ci determina, questa avvilente, meschina distrazione da se stessi e dal proprio destino, questa sordità assoluta, questa perplessità di fronte all’origine di sé, invece che lo stupore? Dov’è che è vero quello che dice il libro della Sapienza? Dico che questa è l’espressione dei due grandi filoni della cultura universale (almeno occidentale, ma universale): o l’ottimismo greco-ellenistico - che nei suoi geni ha dovuto essere incoerente, perché le tragedie greche finiscono sempre nella catastrofe -, l’ottimismo greco ereditato dall’Occidente, che finisce… in un cinismo, perché non si possono ripetere queste cose e non si può essere ottimisti come la cultura dominante di oggi di fronte a quel che c’è, di fronte al male che c’è, di fronte all’enigmatica incombenza del disastro in cui noi viviamo, sotto cui noi viviamo; un ottimismo all’occidentale, di origine greca, cinica, di fatto cinica; oppure i segni dell’utopia di matrice ebraica: la grande promessa, per cui vale la pena che il popolo faccia quarantanni nel deserto, simbolo di tutta la fatica umana. Vale la pena? Senza Cristo la risposta a questa espressione della Sapienza, una chiarificazione che vi risponda, che elimini la menzogna e l’equivoco dell’ottimismo cinico e dell’utopia senza fine, che ripropone continuamente se stessa, non può, non potrebbe accadere. Non c’è risposta a questa frase della Sapienza, se non in Cristo.

2) Caro giornalista di Ferrara, non credi che la questione posta dal Vescovo Negri sia un poco più ampia che recintare la Cattedrale per evitare le orge notturne? Non pensi che i giovani abbiano bisogno di essere educati, e che gli adulti si siano purtroppo dimenticati di questa grave responsabilità? Come è strano leggere le parole di un sindaco, che si definisce il primo sindaco cattolico di Ferrara, che da un lato accoglie che alcuni colleghi di partito siano puritani nel campo della pubblicità e che dall’altro non accetta le posizioni di un vescovo, posizioni severe nel richiamare i giovani ad una autentica moralità e gli adulti a un cammino educativo!
3) Caro Magdi, perché non riesci a comprendere la logica degli interventi del Papa Francesco? La sua non è una posizione politica, secondo la nostra misura e le nostre pretese. Egli sta chiedendo a tutti di vivere il Vangelo “sine glossa”, e da questo rinnovato impegno nella fede e nella carità attende la novità per l’uomo e per la società. Le sue parole e i suoi gesti sono “perturbatori” di ogni nostro schema. Ritengo che l’enciclica da lui pubblicata mostri la capacità della fede di realizzare quel bene per ogni uomo che è l’unico compito adeguato della politica.
Chissà se questo rinnovato interesse per quanto il cristianesimo e la Chiesa hanno da dire all’uomo di oggi saprà indicare una strada buona per tutti. Quello che è certo è che la capacità di leggere l’insegnamento della Chiesa non è prerogativa dei giornalisti, ma appartiene al popolo di Dio unito ai suoi pastori.