Una donna al Quirinale. Proponiamo...

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Una donna al Quirinale? Dico la mia. Se proprio volete che sia una donna, io, l’unica che vedrei bene, è una come «la madre di Cecilia». Vabbè, confesso. E’ vero che in seconda stiamo leggendo i Promessi Sposi e la cosa evidentemente mi condiziona. E’ anche vero che potrei pensare a qualcuna del programma di terza o di quinta, o ad altri personaggi del romanzo manzoniano. Invece no. L’ho detto e non mi schiodo. «La madre di Cecilia».

Scusate. Ho saltato una riga perché, chiuse le virgolette e scritto il punto fermo, ho mollato la tastiera e sono andata di corsa a spegnere il cellulare e a staccare il telefono. Meglio prevenire…
Mi verrebbe anche voglia di cambiare residenza: vuoi mai che, tutte insieme, le maître à penser, le Donne Viola, quelle del Comitato Se Non Ora Quando, le vetero neo post femministe tra un cinguettio e l’altro pensino di organizzare una manifestazione proprio qui, sotto casa mia? Già me l’immagino, l’improvvisata delle Femen-tette al vento, urlanti e sbraitanti contro quel retrogrado paternalista di Manzoni e la sua fan dalle idee balzane.
Cosa le salta in mente – si dirà – di pensare come candidata al Colle ad una che non c’ha neanche uno straccio di nome. Che poi… Fosse «l’avvocata di…», «la dottoressa di…», «la governatora di…». Macché. «La madre di Cecilia». Una che è stata relegata al ruolo arcaico di genitrice. Angelo del focolare. Sposa e madre esemplare. Vade retro! Non sia mai!
E io insisto. Se proprio volete una donna al Quirinale, che sia così. E vi dico perché.
Andate alla metà, circa, del capitolo XXXIV. Rivedetevi il testo, se non l’avete presente. Ma rileggetelo tutto: dall’inizio alla fine, parola per parola. Anche le virgole. Ogni dettaglio, ogni espressione, ogni suono, ogni colore… Quella donna lì è così stra-ordinaria che – ditemi se sbaglio – nessuno di noi ha mai sentito il bisogno di conoscerne il nome. Nemmeno «il turpe monatto», che si stava avvicinando «per levarle la bambina dalle braccia» e che le si accostava «con una specie di insolito rispetto». E «tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era stato soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina»: per Cecilia, la figlioletta.
Se donna volete che sia, io, al Quirinale, vorrei una donna così. Che la vedi e ti soggioga, come ha soggiogato il monatto, che certamente non era uno dalla commozione facile.
Non mi piace si dica «donna con le palle anche davanti alla morte», perché noi donne non abbiamo bisogno di nulla che non abbiamo già ricevuto in dono alla nascita. Non ne ha avuto bisogno nemmeno lei: era così stra-ordinaria perché donna. Donna-donna. E come lei tante, da che mondo è mondo.
Donne che accolgono la propria e l’altrui vita, e ne hanno cura fino alla fine. Che ne riconoscono la dignità e la sacralità e sanno testimoniarla con i fatti, più ancora che con le parole.
La madre di Cecilia commuove ora, come ha commosso ogni generazione di lettori, dall’Ottocento ad oggi, e sapete perché? Ne parlavamo stamattina in classe. Perché tutti, in fondo, siamo Cecilia, e il cuore lo sa chi vuole accanto nella vita. Chi vorrebbe accanto nel momento della sofferenza, del dolore. Il cuore lo sa di chi si può fidare.
Ecco perché questo personaggio stra-ordinario dei Promessi Sposi non ha bisogno di un nome: perché è “relazione”: rapporto tra un “io” e un “tu”. Perché, in lei, sono raccontate ed esaltate tutte le donne che vivono a pieno il dono della femminilità, esprimendo il loro materno senso di accoglienza. Madri biologiche, ma certamente non solo loro.
Se, al Colle, volete una donna, io dico la mia. Che sia come la madre di Cecilia. Una donna-donna.
Serve ancora che dica perché, al Quirinale, Emma Bonino proprio non ci può stare?

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