La valenza culturale di quanto è accaduto

La solidarietà espressa da molti in tutta Italia per i fatti accaduti a Torino si traduca ora in un grande dibattito culturale, nel quale il confronto ed il dialogo fondati sui due valori irrinunciabili della ragione e della persona umana, trovino piena e compiuta cittadinanza.
Autore:
Vitiello, Don Salvatore
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ho ritenuto doveroso esprimere la mia solidarietà a Don Salvatore Vitiello per i fatti accaduti a Torino, in risposta, il sacerdote mi ha inviato alcune riflessioni, che vorrei condividere con voi perché, come egli stesso auspica," La solidarietà espressa da molti in tutta Italia si traduca ora in un grande dibattito culturale, nel quale il confronto ed il dialogo fondati sui due valori irrinunciabili della ragione e della persona umana, trovino piena e compiuta cittadinanza.


Gli episodi di Torino, nella loro gravità, suscitano alcune riflessioni.
E' chiaro che nessuno vuole mettere in discussione la libertà di manifestare, ma essa deve avere dei limiti. Se l'ordine pubblico è il limite che lo stesso magistero ecclesiale riconosce alla esercizio della libertà religiosa (cfr. Catechismo nn. 2108-2109), tanto più esso deve essere l'argine che la libertà di manifestare non può mai superare. Ma è evidente che nella manifestazione di sabato 22 ottobre a Torino, l'ordine pubblico è stato violato. Non si può manifestare armati di bastoni e di bombolette di vernice spray. E' già un programma di violenza. Chi scrive è testimone oculare.
La preghiera dei cattolici alla messa prefestiva è stata interrotta da un petardo lanciato dal portone principale e da insulti ed urla di un gruppetto di un centinaio di teppisti no global dei centri sociali. I fedeli impauriti ed esterrefatti hanno assistito all'orinata di gruppo sulla facciata della chiesa. Quando sono riusciti a venirne fuori hanno trovato sul muro della loro parrocchia due minacciose scritte: «Nazi-Ratzinger» e «Con le budella dei preti impiccheremo Pisanu». A lasciarle due giovani incappucciati.
Non si tratta solo di brutti episodi, ma ormai di un clima diffuso, continuamente alimentato anche da alcuni settori della politica. La vera libertà oggi minacciata in Italia, è quella dei cattolici e di chiunque non la pensi «no global» ed i recenti episodi di Siena ne sono una testimonianza..
Come ha dichiarato chiaramente ed autorevolmente il Presidente del Senato Marcello Pera, esprimendo quello che molti ormai pensano e vorrebbero dire: «Il fenomeno paradossale è che mentre abbiamo il dovere sacrosanto di rispettare tutte le culture e tutte le religioni degli altri quando si arriva alla nostra si invoca la libertà di espressione e di pensiero [...]. La tolleranza è espressione bella, nobile e condivisibile, ma la tolleranza senza la verità, dice Papa Ratzinger è un'ipocrisia [...]; una tolleranza che ci obbliga giustamente a rispettare gli altri, ma ci induce a non rispettare noi stessi, produce comportamenti scandalosi e volgari, come la profanazione della chiesa del Carmine a Torino, come se non ci fosse il dovere del reciproco rispetto».
Il confronto tra le diverse posizioni religiose, politiche e sociali deve essere lo spunto per approfondire le ragioni delle proprie convinzioni, rispondendo così all'isterismo epidermico di persone che, oltre a non argomentare razionalmente, calpestano gli altri.
Le scritte all'Università di Torino parlano anche di pacs e pillola abortiva: c'è una insistenza sulla cultura della morte, sulla distruzione della famiglia, nucleo essenziale della società civile, che non può passare inosservata; una civiltà si costruisce sui valori del rispetto della vita e del sacro.
E' su questo che ci permettiamo ora di insistere: gli episodi ci hanno dato l'opportunità di un atto di responsabilità nei confronti di noi stessi, della città e perfino dei manifestanti.
Basta con la riproposizione di schemi violenti e superati: apriamo un dibattito, a Torino ed in Italia, sul rispetto religioso e civile, sulle ragioni di esso all'interno del più ampio confronto che miri a recuperare le radici cristiane della nostra cultura, in preda ad una profonda crisi di matrice relativistica.
Se riaffermata nella sua autenticità, l'identità cristiana europea può essere la reale risposta agli interrogativi di tanti giovani e divenire motore propulsore dell'impegno politico.
Elemento centrale è la questione della Laicità dello Stato. E' noto a tutti come nel nostro Paese ed in particolare a Torino, essa, sotto l'onda d'urto della cultura filosofica francese, sia interpretata spesso come volontà di esclusione della dimensione sociale del fenomeno religioso.
La laicità, intesa in questo modo è piuttosto un ideologico laicismo in cui si pensa di concedere un diritto (quello ad esistere) alle aggregazioni religiose ed in specie alla Chiesa cattolica, che in realtà non può essere concesso da nessuna istituzione, poiché è un diritto nativo-naturale della stessa persona (umana e giuridica).
La società, nella sua dimensione organizzata che è lo Stato, non solo non è autrice della libertà religiosa, ma è tenuta a riconoscerla, in tutte le conseguenze pubbliche che un tale diritto naturale porta con sé. Il favor religionis, che anima la nostra Costituzione italiana, sottintende esattamente il riconoscimento dell'elemento religioso come fattore propulsivo e dinamicamente creativo, rispetto alla società tutta intera, ma ciò è spesso dimenticato.
E' giunto il momento di superare definitivamente un certo pensiero intriso di anticlericalismo, che ha una lunga storia a Torino e che affonda nel relativismo filosofico e nella scuola del "pensiero debole" della nostra città, le proprie radici.
I «laicisti» che qui si sono generati e che estendono il loro influsso nel resto del paese, sono gli stessi che nel '68 non temevano di violare i più elementari diritti della persona umana, fino a giungere a metterne a rischio la stessa incolumità fisica, sono i «cattivi maestri di oggi» che pur con metodi differenti, continuano ad alimentare un clima di divisione e di odio che non permette davvero a chi ne è investito, di crescere.
Il nostro popolo a Torino non desidera essere culturalmente etichettato come fautore di una "cultura della morte", tuttavia molti cattivi maestri ed alcune minoranze, non «creative» ma «distruttive», altro non fanno che alimentare una tale visione della città.
Direttamente collegato a questo problema, è, urgentissimo quello dell'educazione. Cosa significa realmente educare? E' appena un istruire, un trasmettere nozioni, un insegnare la via per il soddisfacimento dei propri bisogni-capricci, oppure educare significa introdurre alla realtà totale? L'educazione di un popolo è fondamentale per il benessere del popolo stesso e non possiamo non porci la grave questione del tipo di educazione nella quale sono cresciuti e continuano a crescere i ragazzi che così brutalmente sono stati indotti a compiere i gesti di profanazione della Chiesa del Carmine a Torino.
Forse una società incapace di dare speranza nel futuro, si accontenta di dar loro «centri sociali a buon mercato», spazi in cui abbiano l'illusione di una libertà che la cultura del nulla non sa più gestire, dopo averla separata dalla verità. In questa pratica c'è una gravissima omissione del compito educativo degli adulti ed una chiara strumentalizzazione a fini politici del mondo giovanile.
Sia messo al centro il problema dell'educazione, poiché una società che non educa i suoi giovani o che ha rinunciato a farlo per ragioni ideologiche, è una società senza futuro. L'Europa stessa sarà senza futuro se, con determinata lucidità, non riscoprirà le proprie radici storiche e spirituali e non si presenterà a tutti gli altri fratelli uomini che ad essa guardano, con una propria chiara identità fondata sui valori della libertà e della ragione, del rispetto della persona e della autentica laicità, valori, a ben vedere, che hanno nel cristianesimo il proprio fondamento prossimo o remoto.
Ancora, sembra di assoluta urgenza, come più volte affermato da Papa Ratzinger (cfr. Senza Radici, Mondadori, 2005, 70ss) il recupero, attraverso una forte opera educativa, del rispetto di ciò che per l'altro è "Sacro". La dimensione del sacro, legata al sentimento religioso di ogni uomo che almeno si pone il problema del «perché» della propria esistenza e tenta di scoprire il significato della vita, non può essere deliberatamente calpestata dagli altri uomini.
Il limite alla libertà di manifestare è l'ordine pubblico, lo sappiamo bene. Ma deve esserci anche un altro limite: il rispetto di ciò che è sacro per l'altro! Anche se per me non lo è, anche se non attribuisco alcun valore di sacralità a ciò che i miei fratelli uomini ritengono sacro, sono tenuto a rispettarlo, poiché in quello è la soglia dello loro identità e del rispetto ad essi doluto.
L'intervento del «filosofo» Marcello Pera a Siena non è stato, come si legge su alcuni quotidiani, un attacco alla città di Torino. In esso convergono, invece, le preoccupazioni culturali che non possono non investire il nostro dibattito e che domandano di essere colte in tutto il loro spessore, resistendo ad ogni tentativo di riduzionismo.
Forse è giunto il momento di chiederci se il '68 sia finito, oppure se rischiamo di «conservare» atteggiamenti violenti che non hanno portato, e non possono portare, frutti né di dialogo né di autentico rispetto dell'altro.
Riconosciamo, con lucida lealtà e con vero senso di laicità, che il contributo offerto dal pensiero cristiano è stato ed è determinante ed irrinunciabile per lo sviluppo della civiltà e per la stessa storia dell'Occidente. La solidarietà espressa da molti in tutta Italia si traduca ora in un grande dibattito culturale, nel quale il confronto ed il dialogo fondati sui due valori irrinunciabili della ragione e della persona umana, trovino piena e compiuta cittadinanza.

Don Salvatore Vitiello
Docente di Teologia dogmatica