I medici decidono per l’aborto sulla ragazza diciassettenne

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IL FATTO: Milano, una ragazza di diciassette anni, al quinto mese di gravidanza rivela il suo stato alla madre, ai primi esami scopre che il feto è malformato e chiede di abortire.
La madre è contraria, si rivolge al tribunale dei minori, i giudici del Tribunale dei minori “girano” il caso al pm della procura della Repubblica, che incarica i medici della clinica Mangiagalli di prendere una decisione.
Giovedì 14 aprile 2005 la ragazza abortisce.

In molti avevano fatto sapere che erano disposti a adottare il bimbo, si chiedeva alla giovane mamma di dargli la possibilità di venire al mondo, su Avvenire era stata pubblicata la testimonianza di una donna di 55 anni che accoglie nella sua famiglia i bambini rifiutati e li cresce come suoi, tra questi anche una bimba down, che ora ha quattro anni, abortita entro i termini di legge ma nata viva, la bimba è stata accolta in quella numerosa famiglia dove cresce serena, la donna era disposta a adottare anche il figlio di questa minorenne.

Leggendo i giornali mi hanno colpito in particolare due aspetti della vicenda.
Il primo, che ci siano volute la legge e la medicina per decidere cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato, credo che una società dove i genitori non hanno la possibilità di educare e di scegliere ciò che è bene per i loro figli, sia una società in pericolo.

Il secondo, che in molti si siano stupiti che questa madre contraria all’aborto, si sia poi presa amorevolmente cura della figlia.
Io lo trovo normale, una madre cosa doveva fare se non essere madre?
Il suo essere contraria all’aborto è stato spesso descritto come la posizione di una “irriducibile anti-abortista”, a nessuno è venuto in mente che fosse la posizione di una madre, convinta che un aborto può avere sulla figlia «gravi rischi psico-fisici» a volte maggiori di quelli che hanno intravisto i medici nel caso che la gravidanza fosse portata a termine, una madre che voleva aiutare la figlia ad assumersi le sue responsabilità, perché diventare adulti comporta proprio questa capacità.

Forse quella madre voleva evitare alla figlia il dramma di una scelta senza ritorno, non l’hanno capito né il giudice, che pure era una donna, né i medici che si sono sostituiti per legge alla madre.
Quella madre che ha accompagnato la figlia in questa esperienza accarezzandole la mano, così riferiscono i giornali, forse ne era consapevole e forse no, non la conosciamo e non possiamo saperlo, ma ha testimoniato a sua figlia e a tutti noi come la maternità sia prima di tutto l’amore incondizionato per il figlio, indipendentemente dal suo stato di salute, dalle sue scelte, dalle sue idee, perché l’amore è gratuito, altrimenti il figlio non è più un dono, ma un prodotto che se non è perfetto si cambia.

“La grandezza e la responsabilità della famiglia sono nel fatto che essa è la prima comunità di vita e di amore, il primo ambiente in cui l’uomo può imparare ad amare e a sentirsi amato, non soltanto da altre persone, ma anche, innanzitutto, da Dio. Per questo a voi genitori cristiani spetta di formare e custodire un focolare in cui germogli e maturi la profonda identità cristiana dei vostri figli: l’essere figli di Dio” (SS. Giovanni Paolo II, Messico, 10 maggio 1990).