Trattato “sì” - Carta dei diritti “no”

Ora anche l’Italia deve decidere
Il Governo ha avviato la ratifica del Trattato di Lisbona: cosa fare?
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Il Governo ha avviato la ratifica del Trattato di Lisbona per via parlamentare, auspicando la conclusione dell’iter prima della sospensione estiva; ratifica più volte sollecitata anche dal Presidente della Repubblica, che, ricordiamolo, ha presieduto la Commissione Affari Costituzionali del Parlamento europeo dal 1999 al 2004.

Il trattato di Lisbona essenzialmente regola il funzionamento delle Istituzioni dell’Unione Europea (UE), e cioè Consiglio dei Ministri, Commissione esecutiva, Parlamento europeo, assegnando le rispettive competenze, fissando il metodo per assumere le decisioni (unanimità oppure maggioranza degli Stati e dei cittadini) composizione del Parlamento europeo e della Commissione.

Sono regole indispensabili per un corretto funzionamento: quelle attualmente in vigore sono state fissate dal Trattato di Nizza firmato il 26 febbraio 2001 ed entrato in vigore il 1° febbraio 2003, quando la Comunità europea era composta da 15 Stati, mentre oggi l’UE è di 27 membri, che prevedibilmente saliranno a breve a 33 - 35; alcuni prevedono anche 38 - 40. Questi numeri dimostrano la necessità di nuovi meccanismi di funzionamento, senza i quali si rischia la paralisi.

Sin qui tutto chiaro, o almeno “abbastanza” chiaro, perché il Trattato di Lisbona è un testo complicatissimo, (358 articoli con frequenti richiami ad articoli di Trattati precedenti, 37 protocolli aggiuntivi, 2 Allegati, 65 dichiarazioni di Stati membri, e 2 tavole di corrispondenza) che ha richiesto mesi di lavoro per arrivare ad un testo tradotto nelle 22 lingue ufficiali dell’UE, e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea con il titolo «Versione consolidata del Trattato sull’UE e del Trattato sul funzionamento dell’UE»

Nell’attività e nella prassi consolidatesi con altri meccanismi si cerca di influire negativamente; meccanismi tali da ricevere una bocciatura tutte le volte che il processo di ratifica è stato sottoposto al giudizio dei popoli. Non si può ignorarlo.

Tra questi dannosi meccanismi i più gravi sono essenzialmente tre.

Il caparbio miope rifiuto nel non voler riconoscere l’unica vera matrice unificante i popoli europei: la cultura giudaico cristiana innestatasi sulla quella greco romana. Cultura tuttora condivisa da larghi strati delle popolazioni. Rifiutando ciò che ha consentito di far riemergere ogni volta, le ragioni dell’unità, restano gli interminabili sanguinosi conflitti.

Il tentativo di legiferare surrettiziamente attraverso l’accumularsi delle sentenze delle Corti europee, vanificando le competenze riconosciute all’UE e quelle di spettanza dei singoli Stati, accreditando posizioni inaccettabili.

La traboccante invadenza della burocrazia di Bruxelles. Sono stati i Burocrati incaricati dei negoziati dell’adesione a porre come condizione che Irlanda e Polonia modificassero le rispettive legislazioni sul controllo delle nascite, e sul diritto matrimoniale, creando guasti ancor oggi non del tutto sanati.

E questo strapotere della Burocrazia, retribuita ben al di sopra della media, continua imperterrito. Un esempio: giovedì 26 giugno, partecipando ad uno «Scambio di pareri sulla libertà di espressione, nel contesto della risoluzione delle Nazioni Unite sulla lotta contro la diffamazione delle religioni», scambio di pareri svoltosi nella Sottocommissione per i diritti umani. Il medesimo tema era stato trattato in seduta solenne la settimana precedente a Strasburgo. Un Funzionario della Commissione, una signora della quale non ho colto il nome, ha tagliato corto affermando che la Commissione non si occupa di diffamazione ed oltraggio alle religioni, perché non si tratta di violazione di diritti umani a danno di persone. (Sic!!!) Posizione subito fatta propria da due Eurodeputati. Da notare che siamo nell’anno del dialogo interculturale ed interreligioso! Affermazione che giustificherebbe le dimissioni del Commissario competente.

È evidente che per tutti questi tre meccanismi ad essere particolarmente a rischio sono i criteri che si rifanno a posizioni antropologiche fondamentali: vita, famiglia, educazione, obiezione di coscienza. Posizioni che hanno a che fare direttamente con quella cultura “fattor comune” europeo, che si vuole discriminare. Il “perché” ce lo siamo già detti molte volte.

Il cavallo di Troia di questa strategia è un documento ambiguo, e cioè la « Carta dei diritti fondamentali » approvata dal PE il 14 novembre 2000, una inutile aggiunta alla «Dichiarazione dei diritti umani» dell’ONU firmata il 10 dicembre 1948. Come ha argutamente osservato di recente l’On. Mario Mauro, Vice Presidente del PE, ogni volta che si rimette mano a documenti che trattano dei diritti umani non è per aggiungerne, bensì spesso per toglierne qualcuno.

Come è noto il Trattato di Lisbona all’articolo 6 recita “L’UE riconosce … i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali … che ha lo stesso valore giuridico dei trattati” Cioè chi ratifica il Trattato è vincolato alla Carta dei diritti fondamentali, che diviene obbligatoria.

Tuttavia il Protocollo 30, parte integrante del Trattato “Sull’applicazione della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea alla Polonia ed al Regno Unito” all’articolo 1 dice: “ la carta non estende la competenza della Corte di giustizia dell’UE … a ritenere che le leggi, i regolamenti o le disposizioni della Polonia e del Regno unito … non siano conformi ai diritti, alle libertà … che essa riafferma” Quindi la Carta non prevale sulle leggi nazionali, delle quali nessuna Corte di Giustizia può giudicare la congruità.

Questo è esattamente ciò che proponiamo ai nostri politici italiani, cattolici e no: dare un segnale chiaro e forte circa la volontà degli italiani di partecipare alla costruzione dell’Europa, ma contemporaneamente un segnale altrettanto chiaro e forte circa il rifiuto degli italiani delle discriminazioni di culture condivise, di un metodo surrettizio di legiferare, rifiutando la Carta che ne è lo strumento principale, e un segnale chiaro e forte contro le indebite ingerenze della burocrazia dell’Unione.

L’Unione deve progredire ma tornando ad essere il luogo dove la diversità della culture, tutte le culture, è stimata un ricchezza irrinunciabile, abbandonando la pretesa di dettare i valori etici ai quali uniformarsi. Per meno di questo non si giustifica l’impegno!.

Subordinatamente ma non secondariamente, non occorre tutta la farraginosa impalcatura costruita che va comunque ridimensionata, altro che i faraonici programmi di cui si sente riportando i Funzionari al rispetto degli indirizzi politici.

Sobrietà, concretezza, coscienza dei passi possibili senza forzature controproducenti. Ad esempio: si a rappresentanze diplomatiche che non siano però doppioni di quelle statali; se gli Stati non vogliono rinunciare alle proprie, è inutile aggiungerne altre. Si al Ministro degli esteri europeo, vice Presidente della Commissione esecutiva, ma solo se Germania, Francia, Italia, Spagna, eccetera, ridimensionano la loro politica estera incrementando quella europea. Passi forse più lenti ma reali, costruiti con pazienza, cioè durevoli, anziché d’effetto. Quanto questi aspetti hanno concorso al no Francese, olandese, ed ora irlandese difficile dirlo, ma hanno influito; e se si procedesse con i referendum i no non rimarrebbero solo questi. Occorre la serietà, sensibilità e coerenza per prenderne finalmente atto.