Vincere la partita

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Mi sono spesso posto questa domanda: «Come fare per far sì che le proprie ragioni siano ascoltate, più che i pregiudizi?», e, mentre riflettevo, mi è capitato di leggere su Internet questo articolo che, mi sono detto, fa al caso mio.
«Quanto conta per vincere una partita, uscendo vittoriosi da un match che ci dava scontatamente perdenti? Un esempio ci viene dalla nazionale femminile di calcio giapponese che ieri ha stracciato gli Stati Uniti, dati per favoriti, aggiudicandosi il titolo mondiale. Sian Beilock, docente di psicologia alla University of Chicago, ci illustra, andando oltre ovviamente le dinamiche di gioco, cos’altro può aver influito sul successo della squadra nipponica.
La capacità ed il modo di resistere alla pressione, la tenacia, la voglia di vincere per il loro Paese per riscattare la positività e la vita dopo i tragici eventi che hanno colpito il Giappone lo scorso 11 marzo: il violento terremoto, il conseguente devastante tsunami, la crisi nucleare di Fukushima.
Probabilmente, spiega la Beilock, in quel momento le giocatrici non stavano pensando a se stesse come a delle perdenti, perché era così che le si dipingeva prima del match: per gli Stati Uniti sarebbe stato semplicissimo battere il Giappone, secondo le previsioni. Piuttosto, prosegue la psicologa, pensavano di rappresentare una nazione, di essere lì per guadagnare al loro Paese una vittoria, in un momento difficile, in cui c’era assoluto bisogno di tornare a vincere, realizzando l’impossibile, sconfiggendo qualcosa di più grande: un avversario molto forte dato per favorito. [http://www.iovalgo.com/come-vincere-motivazione-9045.html]».
In questi giorni la vicenda dell’ICI della Chiesa pare avere scatenato una di quelle grosse battaglie mediatiche che rischiano di diventare mentalità comune (come le ricchezze del Vaticano o la pedofilia dei preti…). A questo siamo purtroppo abituati da tempo, soprattutto noi che abbiamo frequenti contatti con i giovani in età scolare. È uno dei tanti réfrain che risuonano negli ambienti laicisti.
E chissà perché, di fronte alle tante affermazioni degli uomini di Chiesa, per quanto in certi campi rispettati ed ascoltati, qui sembra che essi siano come bambini colti in fallo con le mani nella marmellata, le cui giustificazioni non fanno altro che confermare la loro colpevolezza.
Allora ripenso a quanto accaduto a proposito della sentenza che ha dato ragione al Vescovo di Grosseto contro il ricorso dell’UAAR, costituendo un punto giuridico di non ritorno, un riferimento per una «laicità positiva» che riconosca a tutti i soggetti – e quindi anche alla Chiesa – il diritto di parola negli ambienti educativi. La ragione mi pare questa: non abbiamo giocato, col sito CulturaCattolica.it, di rimessa, ma abbiamo saputo, in tempo, comunicare le nostre ragioni prima di ogni possibile intervento riduttivo e/o falsificante (dei vari Repubblica o Corriere della Sera).
Ci chiediamo allora: «Ma se questo metodo è fecondo, perché la Chiesa, i suoi rappresentanti, chi in essa svolge compiti di comunicazione, non agiscono in modo da creare la mentalità, non subendo il ricatto del mondo, ma ponendo con chiarezza le questioni?». Il Papa ci insegna (e lo abbiamo visto in moltissime occasioni, ancorché spinto dalla improvvida azione dei suoi collaboratori [il caso Williamson docet]) che la via migliore è la verità, senza trucchi o furbizie di sorta.
Chissà se riusciremo ad imparare la lezione?
Le calciatrici giapponesi sapevano che dovevano vincere per riscattare il loro paese dalla umiliazione subita con la tragedia dell’11 marzo. Ma noi – cristiani che hanno a cuore la bellezza della verità e l’esperienza gratificante della Chiesa – non abbiamo forse ragioni in più per «realizzare l’impossibile» di una comunicazione che sappia dire a tutti le ragioni di una presenza?
A proposito degli Indignados nostrani a Roma, abbiamo visto con sorpresa e dolore che il 90% dei giovani frequentano l’ora di religione cattolica (e questo sembra non incidere molto sulla loro mentalità), vediamo tante persone che ancora chiedono i sacramenti, al catechismo partecipa la stragrande maggioranza dei giovani (e spesso incontriamo i loro genitori): forse il caso di imparare la lezione dello staretz Giovanni (del Racconto dell’Anticristo di Soloviev) secondo cui: «Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità». O di prendere sul serio la recente parola del Papa, secondo cui «l’unica insidia di cui la Chiesa può e deve aver timore è il peccato dei suoi membri», primo tra i quali la perdita della fede e la consapevolezza della presenza di Cristo. O, come ancora ricordava ai membri del Pontificio Consiglio dei Laici: «A volte ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell’economia risultasse più incisiva, e forse non ci si è altrettanto preoccupati della solidità della loro fede, quasi fosse un dato acquisito una volta per tutte. In realtà i cristiani non abitano un pianeta lontano, immune dalle «malattie» del mondo, ma condividono i turbamenti, il disorientamento e le difficoltà del loro tempo. Perciò non meno urgente è riproporre la questione di Dio anche nello stesso tessuto ecclesiale.»
Che cosa abbiamo di più caro?