Quando la scuola c'entra con la vita

«Le foglie cadono da lontano, quasi
giardini remoti sfiorissero nei cieli;
con un gesto che nega cadono le foglie.

Ed ogni notte pesante la terra
cade dagli astri nella solitudine.

Tutti cadiamo. Cade questa mano,
e così ogni altra mano che tu vedi.

Ma tutte queste cose che cadono, Qualcuno
con dolcezza infinita le tiene nelle mani.»
(Rainer Maria Rilke, Il libro delle immagini)
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ci sono momenti in cui la vita urge. Bussa alla porta, irrompe dalla finestra. Dico la vita. Avrei potuto scrivere la morte. Questione di punti di vista.

31 ottobre. Sono in classe. Avevo detto ai ragazzi che avrei spiegato, che sarei andata avanti con il programma. Invece no.
Prendete un foglio, ho detto. Un foglio e una penna. Scrivete in alto il vostro nome e cognome, perché sia chiaro che quel che scrivete è vostro, siete voi. Ora non si copia, non si cita, non si cerca tra le pagine studiate a scuola.
Prendiamoci un po’ di tempo. Lasciate spazio alla mente e al cuore. Al silenzio, prima. Poi ai ricordi e alle parole.
Mi guardavano un po’ perplessi, silenzio in classe.
Staremo a casa tre giorni, ho detto, e non per Halloween. Se staremo a casa tre giorni lo dobbiamo a loro: a chi abbiamo amato e ci pare perduto, a chi ci ha preceduto Lassù.

O la scuola c’entra con la vita o non sappiamo che farcene, ho detto. Quindi rendiamoli protagonisti qui, adesso, i nostri morti. Festeggiamoli qui, ora. Scrivete. Scrivetegli. Spalancate le porte del cuore e lasciatelo parlare, il vostro cuore. Anche se fa male.
Zitti, hanno accettato la sfida. Timidi, prima, un po’ impacciati (… ma cosa si è pensata, oggi, questa qui?!...). Poi si sono lasciati andare.
Scrivevano, loro. E io li guardavo. Ragazzi di terza, qualche bocciato. Sedici, diciassette, diciotto anni.
Qualcuno, ho visto, si è fatto passare un fazzoletto. In fondo, qualche singhiozzo a stento trattenuto. Tanti occhi lucidi. E silenzio.
Voglio farvi capire, ragazzi, che scrivere è bello, se impariamo che le parole possono dare corpo al pensiero.
E che la letteratura che stiamo studiando è bella, perché non c’è nessuno degli autori che abbiamo incontrato, che incontreremo, che non si sia posto domande sulla vita e sulla morte, sull’amicizia e sull’amore, sulla gioia e sul dolore. Le nostre domande di oggi. Perché il cuore dell’uomo non cambia, è sempre lo stesso.

Anche se in questi giorni i negozi sono aperti e pare che tutto concorra a distrarci, a portarci, letteralmente, da un’altra parte, a rimuovere “la solennità dei defunti” (chi si esprime ancora così? chi ha, ancora, questo coraggio?), si diventa grandi imparando insieme ad attraversare il dolore, la malattia, la morte. Sì, anche la morte.
Non metterò voto, ragazzi, perché ci sono cose che non possono, non devono essere valutate. Ma scrivete bene, cercate di trovare le parole più giuste e di non fare errori. Chi avete amato e non è più qui se lo merita. Come quando invitate a pranzo qualcuno a cui tenete e ogni dettaglio è preparato con cura.

Ci siamo dati un tempo.
Un tempo per pensare, un tempo per scrivere e per rileggere.
Poi ho raccolto i testi.
E allora, è come se le lacrime, gli occhi lucidi di qualcuno avessero dato coraggio a tutti. E come un fiume in piena sono uscite domande e riflessioni, dentro un silenzio che, a scuola, si stenta a credere (ancora) possibile.
Conosco questi ragazzi solo da un mese e mezzo, eppure in quest’ora è accaduto uno di quei miracoli che accadono a volte, in classe, e nessuno, fuori, lo verrà mai a sapere. Quando ci si sente in sintonia e non si teme di s-velare chi siamo.

Era lì con noi, chi crediamo di avere perduto. E insieme abbiamo dato voce al dolore del distacco, e ci siamo interrogati sulle radici, sulla memoria, sui legami “per sempre”, sull’aldiqua e sull’Aldilà. Sulla responsabilità di chi sa di aver ricevuto il testimone, e un compito indelegabile. Sulla speranza che, sola, ci dà la forza per andare avanti.
Poi, a casa, ho letto i testi, con un rispetto che non so descrivere.
Ho promesso che li avrei letti solo io e così farò. Non scriverò nulla neanche qui. Dico solo che c’è così tanta ricchezza nelle parole semplici dei ragazzi che, ancora una volta, ho ringraziato il Cielo per il privilegio di fare il lavoro che faccio.

31 ottobre 2019.
A scuola, insieme, stiamo imparando il mestiere di vivere. E il coraggio di guardare in faccia la morte.