La mala fede (e le balle) di Repubblica

Autore:
Costa, Luca
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Non c’è limite al peggio. Il grado di disonestà intellettuale dei media in Italia diventa, giorno dopo giorno, sempre più intollerabile.
L’ultimo esempio è di oggi. Sulle pagine di Repubblica e del Corriere della Sera, si grida allo scandalo contro la sentenza del Consiglio di Stato riguardante la trascrizione nel nostro paese di matrimoni gay celebrati all’estero, promossa da alcuni sindaci pochi mesi fa. Alcuni sindaci come Ignazio Marino.
Si grida allo scandalo perché uno dei giudici del Consiglio di Stato, tale Carlo Deodato, sarebbe addirittura cattolico, e su vari social network apparirebbero alcuni suoi interventi in difesa (udite, udite!) della famiglia. Fate attenzione: leggendo la stampa italiana, se oggi 28 ottobre 2015 non sono ammesse le nozze gay in Italia sarebbe colpa di un singolo magistrato cattolico, colpevole di aver viziato un giudizio di valore, imponendo il suo giudizio oscurantista sulla realtà.
Peccato che le cose non stiano affatto così!
Primo: quello del Consiglio di Stato non era affatto un giudizio di valore, non si trattava affatto di dichiararsi pro o contro i matrimoni gay. Si trattava di un giudizio di pura forma.
Tutti sanno che l’ordinamento giuridico italiano non prevede le nozze tra persone dello stesso sesso. La legge non lo prevede. Quindi per introdurre le nozze gay in Italia servirebbe una legge.
Ora, in nessun caso un’iniziativa totalmente arbitraria e ideologica di un sindaco può sostituire la legge. Sarebbe un grave sovvertimento dell’ordine costituzionale perché la sovranità (art. 1 della Costituzione) appartiene al popolo, il popolo elegge il Parlamento, di conseguenza le leggi le fa il Parlamento. Non le fa Ignazio Marino.
Il ricorso al Consiglio di Stato di cui parliamo, quindi, doveva semplicemente stabilire se quelle illegali, arbitrarie, e incostituzionali trascrizioni di nozze gay celebrate all’estero fossero da dichiarare illegali (contro la legge), illegittime (chi le ha fatte non aveva diritto di farlo), arbitrarie (espressione dell’ideologia di un singolo) e incostituzionali. Tutto qui. Ripeto, un puro giudizio di forma.
Cosa c’entrano le opinioni personali del povero Deodato, massacrato oggi nel tritacarne della cartastraccia di Repubblica?
Come mai non si fece polemica sulle opinioni personali di Marino, quando decise quelle trascrizioni? Come mai nessun titolo sui giornali: Marino viola la Costituzione imponendo a tutti la propria ideologia in barba alla legalità?
Secondo. Si può essere più ridicoli e moralisti di chi ritiene che un uomo che di professione fa il magistrato non debba avere opinioni personali? Un uomo istruito, colto, impegnato, come potrebbe non aver un’opinione sui matrimoni gay? Sarebbe folle. E nei confronti di una questione così scottante le cose sono due: o sei a favore, o sei contrario. È curioso allora vedere come secondo Repubblica, tutte le persone coinvolte nel processo di discussione di tale questione devono essere per forza a favore, o neutre, oppure il processo è falsato. È il colmo della prostituzione intellettuale.
È intollerabile.
Piena solidarietà quindi al Consiglio di Stato, al giudice Carlo Deodato, alle sue idee, e al suo lavoro.