La Francia dei Gilets gialli: Rivolta o Rivoluzione?

«Mille argomenti. Un solo giudizio» è da sempre il nostro motto. Anche ora, grazie a Luca Costa, vogliamo entrare nella attualità per esprimere un giudizio che non abbia la preoccupazione di assecondare il mainstream, ma che tenga conto di tutti i fattori della realtà. Che sia, finalmente, ragionevole
Autore:
Luca Costa
Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Abbiamo detto... Gli Editoriali"

La sera della presa della Bastiglia, il 14 luglio 1789, Luigi XVI interroga de La Rochefoucauld: è una rivolta?
La risposta del duca è brillante: no sire, è una rivoluzione!
Oggi molti, in Francia e nel mondo, si interrogano sul movimento di protesta dei Gilets gialli (les Gilets jaunes) che da un mese manifestano contro il governo del Président Emmanuel Macron.

Che cosa sta succedendo? E chi sono questi Gilets jaunes ?

Come nel 1788, al tempo della convocazione degli Stati generali, il popolo francese sente in maniera scottante il peso della pressione fiscale: nel 2017 al 48% del PIL, uno dei più alti del mondo. Tasse e imposte pesano in gran parte su una classe media che accusa duramente una perdita di potere d’acquisto aggravata ulteriormente dai recenti aumenti delle tasse sui carburanti (specialmente sul diesel) decisi da Macron nel quadro della legge sulla transizione energetica. In poche parole, si tassano e si tartassano gli automobilisti per finanziare il progressivo (e totalmente folle) abbandono del nucleare e del petrolio per passare progressivamente alle energie cosiddette “rinnovabili” (ripugnanti pale eoliche che sfigurano il paesaggio più bello del mondo).

Peccato che, conti alla mano, i francesi abbiano scoperto che solo una piccola percentuale della faraonica cifra incassata dallo Stato sui carburanti sia davvero riservata all’ecologia, e che una valanga di miliardi sia in realtà destinata a compensare gli sgravi fiscali concessi ai grandi industriali (e ai più ricchi in generale). Questo ai francesi non è piaciuto granché… e così è scoppiata la protesta.
La protesta di un popolo dimenticato dalle proprie élites, un popolo disprezzato, un popolo al quale si mente regolarmente.

La storia della Francia è da secoli la storia delle sue guerre civili. Guerre di Religione nel XVI secolo, la Fronda nel XVII, la Rivoluzione Francese, la Vandea, il 1830, il 1848, la Comune di Parigi, le persecuzioni anticattoliche della fine del XIX secolo, etc. E oggi ci risiamo.
Cosa c’è di nuovo? Che la Francia oggi non è più spaccata in due, ma in tre.

C’è la Francia delle élites, i vincitori della mondializzazione. Coloro che sono talmente ricchi da non avere più bisogno dello Stato, ancor meno della nazione, e che combattono le frontiere per permettere al proprio denaro di fuggire dal proprio nemico n.1 (le tasse) e rifugiarsi in Lussemburgo. La Francia europeista, immigrazionista, filoamericana, omosessualista, e droit-de-l’hommiste che si sente più solidale con i rohingya birmani che con gli operai Michelin di Clermont-Ferrant. La Francia che fa studiare i propri figli in licei privati da tremila euro al mese prima e ad Harvard poi. La Francia massonica e anticlericale che si batte per la scristianizzazione del paese e fa l’occhiolino all’islam radicale delle banlieues.

Proprio la Francia delle periferie metropolitane è la seconda Francia. Una Francia che vive in maniera quasi autarchica, Stato nello Stato che vive grazie ai soldi del vero Stato, perché è proprio nelle banlieues che viene riversata la fetta più grossa di quel 48% della ricchezza prodotta! Ecco perché tra le fila dei gilet gialli non si vedono i “figli dell’immigrazione”. Perché non hanno nessun interesse a che le cose cambino! Case gratis (ormai pochissimi versano l’affitto delle case popolari e lo Stato non ha più la forza, né la voglia, di farsi pagare), scuole gratis, sanità gratis, trasporti gratis, sussidi, assegni, pensioni, nessun controllo della polizia e via libera all’islamizzazione totale dei quartieri (moschee e imam pagati da Turchia, Arabia Saudita, Qatar o Egitto) dove ormai vige la sharia.
Una Francia costante oggetto di coccole e attenzioni da parte della politica e dei media, convinti di poter così garantirsi la pace sociale per l’eternità.
La Francia che nella testa dei sinistroidi e dei liberali è sempre e comunque la Francia dei poveri e delle vittime. Perché sono i primi ad averne bisogno! Chi pulisce i loro mega-attici nei quartieri chic di Parigi? Chi cucina i loro pasti? Chi spazza le loro strade? Chi sono le loro baby-sitter? Chi accetta di far questi lavori per miseri stipendi? La Francia delle banlieues che ha capito che tali stipendi infimi sono poi compensati dal migliore Stato sociale del mondo! Che ormai funziona a pieno ritmo SOLO nelle periferie metropolitane, dove vivono SOLO extracomunitari (in Italia è la stessa cosa ma chi se ne accorge? nessuno…).

Viene infine la Francia dei gilet gialli, la France périphérique. La vera Francia che soffre, abbandonata dallo Stato. La Francia dei deserti medicali, delle scuole che cadono a pezzi, la Francia che deve pagare 7 euro un pacchetto di sigarette e 1,40 il litro di diesel. La Francia dove lo Stato sopprime treni regionali e autobus, dove ogni dieci chilometri c’è un autovelox pronto a toglierti un giorno di stipendio se fai gli 82 invece che gli 80 km/h. La Francia che è costretta a prendere l’auto per andare al lavoro e alla quale il potere ride in faccia, consigliandole di trovare alternative al proprio modo di sposarsi (la bicicletta? andare a piedi? teletrasporto?).
La Francia cui tutti fanno la morale, la Francia costretta negli anni ’80 ad abbandonare i quartieri popolari (chiamati così perché una volta ci abitavano loro, i francesi, il popolo francese, quello vero) perché il raggruppamento familiare votato nel 1978 aveva trasformato quei quartieri in territorio islamico. La Francia che vota Front National, che si sveglia presto la mattina, che lavora duramente e che paga le tasse. La Francia che si è ritrovata povera e senza Stato Sociale, senza Stato.

Una Francia che si è stancata di subire disprezzo, menzogne e pauperizzazione forzata e che adesso si rivolta e mette il governo con le spalle al muro.
Come reagirà il governo?
Lunedì 10 dicembre o martedì 11, Macron prenderà la parola per una (ormai tardiva) presa di posizione.
Sarà un dietrofront? Saranno nuovi insulti nei confronti dei manifestanti (già etichettati come “neofascisti” o “peste nera” da alcuni ministri)?
Oppure il presidente mostrerà di aver capito che il suo popolo si aspetta una risposta concreta, un netto giro di boa rispetto a questi primi due anni di mandato?

Luca Costa