La difesa della verità chiede uomini coraggiosi

Se il dominio della regina giustizia non sarà ripristinato, allora il nostro popolo tedesco e la nostra patria, malgrado l’eroismo dei nostri soldati e le loro gloriose vittorie, periranno per putrefazione interna e per corruzione»
«La mia testa è a disposizione di vostra maestà, ma non la mia coscienza».
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Non so ancora come andrà nel Parlamento il confronto sulla famigerata legge Zan. Certo, la speranza è che non si proceda alla cancellazione della libertà di pensiero e di espressione, e si tenga conto del diritto delle famiglie alla educazione dei figli, che non sono né dello Stato né delle agenzie LGTBQI+.
Ma non posso che ringraziare Gian Antonio Stella che, sul Corriere della Sera, il 12 luglio 2021, ha pubblicato un articolo ricordando che il 13 luglio 1941, e per altre due domeniche, il vescovo di Münster, da sempre ostile a Hitler, attaccò le politiche naziste.

Abbiamo bisogno di una Chiesa che sappia dire con coraggio quelle parole che difendono la dignità e la libertà dell’uomo, andando con coraggio contro ogni potere che vorrebbe cancellare la coscienza dei cittadini.

Riporto alcuni pensieri di questo grande Vescovo, chiamato giustamente «il leone di Münster», nella speranza che sostengano il nostro coraggio e la nostra testimonianza.


Predica del 13 luglio 1941

«Nessuno di noi è sicuro, sia esso convinto di essere il più fedele, il più coscienzioso cittadino, sia esso convinto della propria completa innocenza, che un giorno non venga prelevato da casa, privato della propria libertà e rinchiuso nei sotterranei e nei campi di concentramento della polizia segreta di Stato.
Io non mi faccio illusioni: ciò può capitare anche oggi, o un giorno, anche a me. E poiché allora io non potrò più parlare in pubblico, lo voglio fare oggi, voglio mettere in guardia pubblicamente a non procedere per questa via che. secondo la mia convinzione. provocherà la giusta punizione di Dio sugli uomini e porterà sventura e annientamento al nostro popolo e alla nostra patria…
Io sono consapevole, come vescovo, come annunciatore e difensore dell’ordine giuridico e morale divino, che attribuisce a ogni individuo diritti e libertà, dinanzi ai quali, secondo la volontà di Dio, tutte le pretese umane devono arrestarsi, di essere chiamato, al pari del ministro Frank, a difendere coraggiosamente l’autorità del diritto e a denunciare una condanna di innocenti senza difesa come ingiustizia che grida al cielo.
Miei cari fedeli! L’arresto di molte persone oneste senza possibilità di difesa e di sentenza da parte del tribunale, il sequestro dei due canonici, l’abolizione dei monasteri e l’espulsione di innocenti religiosi, nostri fratelli e nostre sorelle, mi inducono a ricordare oggi pubblicamente la vecchia verità, che mai sarà scossa: «Justitia est fundamentum regnorum».
Miei cari fedeli! Forse mi si rimprovererà che io con questo franco linguaggio indebolirò ora, durante la guerra, il fronte interno del popolo tedesco. In proposito devo dire: non sono io la causa di un eventuale indebolimento del fronte interno, ma lo sono coloro che, malgrado il periodo bellico, malgrado l’orribile settimana di spaventosi attacchi aerei da parte del nemico, puniscono pesantemente innocenti concittadini senza sentenza di un tribunale e senza possibilità di difesa, che confiscano le proprietà dei nostri religiosi, nostri fratelli e nostre sorelle, mettendoli sul lastrico e cacciandoli dal loro domicilio. Essi distruggono la sicurezza giudiziaria, minano la coscienza giuridica, annientando la fiducia nella guida del nostro Stato.»



Predica del 20 luglio 1941

Certo, noi cristiani non facciamo una rivoluzione. Noi faremo di nuovo il nostro dovere fedelmente per ubbidienza verso Dio, per amore per il nostro popolo e la nostra patria. I nostri soldati combatteranno e moriranno per la Germania, ma non per quegli uomini i quali, a causa del loro modo crudele di procedere contro i nostri religiosi, contro i loro fratelli e le loro sorelle, feriscono i nostri cuori e recano ignominia al nome tedesco dinanzi a Dio e agli uomini.
Noi continuiamo a combattere contro il nemico esterno, contro il nemico interno, che ci tormenta e colpisce, e, se non possiamo combattere con le armi, allora ci resta soltanto un mezzo di lotta: una resistenza forte, tenace, dura.
Diventar duri! Resistere! Noi vediamo e proviamo chiaramente cosa c’è dietro questi nuovi insegnamenti che da anni ci vengono imposti, per amore dei quali la religione è stata bandita dalle scuole, sono state soppresse le nostre associazioni, e ora si vogliono distruggere gli asili infantili cattolici: odio abissale contro il cristianesimo, che si vuole estirpare…
Altri, per la maggior parte estranei e rinnegati, ci martellano, cercano con la forza di sviare il nostro popolo, noi stessi, la nostra gioventù dal retto comportamento verso Dio. Chiedete al fabbro ed egli vi dirà: «Ciò che viene battuto sull’incudine non ottiene la sua forma soltanto dal martello, ma anche dall’incudine». L’incudine non può e non ha neppure bisogno di ribattere, basta che sia resistente, dura. Quando è sufficientemente ferma, solida, dura, allora solitamente resiste più a lungo del martello. Per quanto duramente colpisca il martello, l’incudine sta lì in calma solidità e servirà, ancora per molto tempo, a dar forma a ciò che deve essere di nuovo forgiato… Noi siamo l’incudine, non il martello. Voi non potete sottrarre i vostri figli ai colpi martellanti dell’ostilità alla fede e alla Chiesa. Ma anche l’incudine partecipa alla forma.
Fate che la vostra casa paterna, il vostro amore e la vostra fedeltà di genitori, la vostra esemplare vita cristiana siano l’incudine forte, resistente, solida e incrollabile, che accoglie la veemenza dei colpi nemici, che rinvigorisce e consolida sempre di più le forze ancora deboli della gioventù nella santa volontà di non farsi sviare dal cammino verso Dio.



Predica del 3 agosto 1941

Così noi dobbiamo tener conto del fatto che i poveri e indifesi malati prima o poi saranno uccisi. Perché? Non perché siano colpevoli di un crimine che meriti la morte, non perché forse abbiano aggredito il loro infermiere o guardiano, di modo che costui, per salvaguardare la propria vita, non abbia avuto altra scelta che affrontare con la forza, per legittima difesa, l’aggressore. Questi sono casi in cui, oltre all’uccisione del nemico armato del Paese in una guerra giusta, è lecito l’uso della forza fino all’uccisione e, spesse volte, è anche necessario. No, non per tali motivi devono morire quegli infelici malati, ma perché, secondo il giudizio di un ufficio, secondo il parere di una qualunque commissione son divenuti «indegni di vivere», per il fatto che. secondo tale perizia, fanno parte dei «connazionali improduttivi». Si giudica: non possono più produrre, sono come una vecchia macchina, che non funziona più, come un vecchio cavallo diventato inguaribilmente zoppo. Sono come una mucca, che non dà più latte. Cosa si fa con una tale macchina? Viene demolita. Cosa si fa con un cavallo zoppo, con talaltra bestia improduttiva? No, non voglio portare a fine questo paragone, per quanto tremendi siano la sua giustificazione ed il suo potere illuminante. No, qui non si tratta di macchine, qui non si tratta di cavallo e di vacca, la cui unica destinazione è servire l’uomo, produrre beni per l’uomo. Possono essere fracassati, macellati. quando non rispondono più a questa destinazione.
No, qui si tratta di esseri umani, nostri consimili, nostri fratelli e nostre sorelle. Poveri esseri malati e, se si vuole, anche improduttivi! Ma per questo non meritano di essere uccisi…
«Non uccidere!». Dio ha impresso questo comandamento nella coscienza degli uomini, molto prima che un codice penale minacciasse l’assassinio con la pena, molto prima che pubblico ministero e tribunale perseguissero e punissero l’assassinio. Caino, che uccise suo fratello Abele, fu un assassino molto prima che esistessero gli Stati e i tribunali. Ed egli confessò, spinto dall’accusa della propria coscienza: «Il mio misfatto è troppo grande... per essere perdonato!... Chiunque mi incontrerà, ucciderà me, l’assassino». Non uccidere! Questo comandamento di Dio, unico Signore, che ha il potere sulla vita e sulla morte, fin dall’inizio fu impresso nei cuori degli uomini, molto prima che Dio avesse annunciato ai figli d’Israele sul monte Sinai la sua legge morale con quelle sentenze lapidarie, scolpite sulla pietra e che sono scritte nelle Sacre Scritture e che noi bambini abbiamo imparato a memoria.


Il testo completo di queste straordinarie omelie lo trovate nel libro di Stefania Falasca, Un Vescovo contro Hitler, pp. 190-220