Il nostro “sì” al carisma nel tempo della correzione

Appunti dalla ripresa di scuola di comunità sugli Appunti dalla Sintesi dell’Assemblea responsabili del 31 gennaio 2026, tenendo conto di alcune cose notevoli di questi giorni
Autore:
Pietro Gargiulo
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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Il lavoro di ripresa del nostro gruppo di Fraternità, svoltosi pochi giorni fa, è stato contrassegnato dalla percezione sempre più chiara che il tempo che stiamo attraversando non sia una semplice “riorganizzazione” del movimento, né un problema di avvicendamento delle guide, ma un vero e proprio tempo di correzione ecclesiale, che tocca il cuore stesso del modo di intendere il carisma e la sua continuità nella storia.
Il “sì” che oggi viene chiesto da Prosperi a noi tutti non è, a nostro avviso, un sì a una “parte”, né l’adesione a una lettura contro un’altra, ma un sì a Cristo nella Chiesa e alla Chiesa nella Fraternità. È precisamente il rifiuto di ogni scissione tra amore al carisma e obbedienza alla Chiesa che ha dato origine al nostro lavoro comune. L’amore al carisma nella sua carne qui e ora. Nel nostro piccolo sperimentiamo, nella grande compagnia guidata della Fraternità “quella comunione che sempre ci richiamiamo, che riconosciamo come strada di maturazione della nostra fede, l’unica a corrispondere veramente alle attese del nostro cuore: ecco, a questa comunione siamo tutti invitati”. In questo spirito condividiamo questi appunti della nostra ripresa di scuola di comunità.

Avvertenza: tutto il contenuto è riassunto in questo paragrafo. Segue un approfondimento.

Detto in breve: quello che stiamo vivendo nel movimento non è una semplice riorganizzazione o un cambio di persone alla guida. È un tempo di correzione ecclesiale.
“Correzione” non significa che il carisma sia sbagliato o che l’esperienza fatta finora non abbia valore. Al contrario: la Chiesa ha confermato il bene vissuto dal popolo e la fecondità del carisma di don Giussani.
La correzione riguarda un punto preciso: il modo di intendere il rapporto tra carisma e autorità.
Il carisma è un dono dello Spirito Santo alla Chiesa intera. Non appartiene a una persona e non si identifica con chi governa. Dopo la morte di don Giussani si stava consolidando un equivoco in cui guida spirituale e funzioni di governo tendevano a coincidere.
La Chiesa ha giudicato che questa impostazione non è conforme alla dottrina sui carismi. Per la Chiesa, il carisma non dipende da una specifica funzione di guida né può essere garantito da una particolare configurazione di autorità. Il carisma vive nella Chiesa e per la Chiesa.

Negli anni e particolarmente in questi mesi sono circolate ricostruzioni molto diverse tra loro. Alcune hanno presentato la vicenda come una questione personale, come un conflitto interno, o addirittura come un’ingiustizia subita. Altre hanno parlato di dinamiche di potere o di pressioni esterne, ecclesiali e politiche.
Queste ricostruzioni sono fuorvianti perché spostano l’attenzione dal punto reale. Il nodo non è uno scontro tra persone. Non è una questione di simpatia o antipatia. Non è una lotta per il governo del movimento. Il punto è il modo di intendere il rapporto tra carisma e autorità nella Chiesa.
La lettera del Presidente del 28 febbraio 2025 contiene tutto quanto è necessario e sufficiente, insieme ai pronunciamenti pubblici della Chiesa, per comprendere l’essenziale della correzione.
Le ricostruzioni fatte con leggerezza cui fa riferimento il Presidente hanno il merito paradossale di aver portato alla conoscenza di tutti documenti che chiariscono alcuni aspetti. In un memorandum del 2018 don Carrón ha messo per iscritto la concezione che la Chiesa ha corretto perché alla base della confusione tra governo e guida spirituale, tra foro interno ed esterno.
Per queste motivazioni nel 2018 don Carrón non è stato confermato come Consigliere ecclesiastico dei Memores Domini. Don Carrón restava però Presidente della Fraternità ed ha accettato di essere rieletto nel 2020, in pieno covid. Si è dimesso poi dopo il decreto generale sui movimenti. Tuttavia, il nodo dottrinale della correzione non è stato chiarito in nessun modo, anche per il silenzio di don Carrón al momento delle dimissioni e sino ad oggi.

In questo contesto si colloca la lettera di Martinelli, inviata pubblicamente a tutti gli amici della Fraternità, con la richiesta di dimissioni dell’attuale Presidente e di nuove votazioni.
Il problema è che questa proposta non affronta il nodo centrale. Prima di discutere chi debba guidare o come votare, è necessario chiarire e accogliere il giudizio della Chiesa sul rapporto tra carisma e autorità. Finché questo punto non è compreso e assunto, riportare tutto a una dinamica elettiva rischia di ridurre una questione teologica a una questione secondaria e addirittura contraria a quanto la Chiesa chiede.
Non si tratta di difendere una persona o di attaccarne un’altra. Si tratta di riconoscere che, nella Chiesa, il criterio decisivo non è la preferenza personale, ma il giudizio ecclesiale.

Il nuovo Statuto della Fraternità non è un semplice cambiamento organizzativo: è il modo concreto con cui la correzione teologica viene tradotta in norme e struttura. Accoglierlo significa accogliere la correzione. “Non siamo una confederazione”.
È importante ribadire con chiarezza che il popolo non ha responsabilità. La maggior parte ha seguito in semplicità e continua a vivere il proprio cammino con fede. Proprio per custodire questa semplicità è necessario evitare ulteriori divisioni o interpretazioni contrapposte.
Oggi ciò che è chiesto è un sì semplice: un sì al giudizio della Chiesa.

Seguire il carisma significa viverlo dentro la comunione ecclesiale, riconoscendo che il carisma è dono alla Chiesa e che nessuna funzione personale può identificarvisi.
Dentro la Fraternità, dentro la Chiesa possiamo andare avanti, con fiducia e serenità.
Grazie al Presidente Prosperi per la responsabilità che ha assunto e a chi la condivide con lui, dalla diaconia centrale all’ultimo iscritto alla Fraternità.

Spunti per un dialogo.
Oltre questa breve sintesi del lavoro comune, condivido i miei personali appunti del lavoro svolto nel gruppo di Fraternità. Sono spunti per chi desidera confrontarsi sui passaggi sopra appena accennati, sui fatti e i contenuti teologici di questa vicenda, che poi è l’avventura più bella che potesse capitarmi e capitarci.

1. Il punto di partenza: la sintesi di Prosperi come cornice ecclesiale del giudizio
Abbiamo ripreso la sintesi dell’Assemblea Responsabili del 31 gennaio 2026: la Chiesa ha confermato il cammino del movimento come cammino di correzione e di maturazione, chiedendo ulteriori passi in questa direzione.
Qui si pone una prima notazione fondamentale: la positività del giudizio sul carisma e la serietà della correzione non sono due piani giustapposti. La Chiesa non corregge nonostante il carisma, ma proprio per custodirne la fecondità e garantirne la verità nella comunione ecclesiale.

Questo ci ha aiutato a non contrapporre, come avviene in alcune ricostruzioni, “amore al carisma” e “obbedienza alla Chiesa”, ma a riconoscere che, in questo passaggio storico, l’obbedienza al giudizio ecclesiale è oggi la forma più concreta dell’amore al carisma.
La Chiesa non ha espresso un giudizio negativo sull’esperienza vissuta dal popolo del movimento. Al contrario, ne ha confermato il valore, chiedendo però un approfondimento e una purificazione nella comprensione del rapporto tra carisma e autorità.
La correzione è per il carisma, non contro il carisma.

2. Il nodo ecclesiologico: carisma e autorità
La lettura analitica della lettera del 28 febbraio 2025 – nella quale è riepilogato quanto è necessario e sufficiente per comprendere il senso della correzione – e, più in generale, l’emersione pubblica del memorandum di Julián Carrón del 2018, oggi facilmente reperibile, ci hanno obbligati a mettere a tema ciò che per lungo tempo era rimasto implicito.
Il punto, come è stato chiarito dall’intervento ecclesiale, consiste nell’aver teorizzato che la concentrazione delle funzioni di guida spirituale e di governo fosse in qualche modo strutturalmente connessa alla natura del carisma e che una sua modifica ne avrebbe compromesso l’identità.
Questa concezione genera una sovrapposizione tra governo e spiritualità, tra foro esterno e foro interno (il foro esterno riguarda il governo delle associazioni, le decisioni e gli atti; il foro interno riguarda la vita spirituale, la coscienza personale e il rapporto con Dio), e tale sovrapposizione è inaccettabile per la Chiesa.

La stessa prosecuzione del carisma dopo la morte del fondatore nel memorandum viene strettamente collegata a funzioni e ruoli. Qui è in gioco se il carisma appartenga alla Chiesa come dono dello Spirito, oppure se venga di fatto legato strutturalmente a una determinata configurazione personale o funzionale dell’autorità, concepita come garanzia della sua continuità, senza rapporto con l’aspetto istituzionale della Chiesa. Essendo uno lo Spirito che fonda l’istituzione e ispira i carismi ciò è impossibile.

3. Le conseguenze storiche, il silenzio e la responsabilità pubblica
La serietà della questione è attestata dal fatto che già nel 2018 la Chiesa non ha confermato don Carrón come Consigliere ecclesiastico dei Memores Domini.
Oggi, mettendo in fila i fatti, emerge con maggiore chiarezza la portata della correzione: nel 2018 la Chiesa ha chiesto di porre fine alla configurazione eccezionale concessa dopo la morte di don Giussani, nella quale, nei Memores Domini, il Consigliere ecclesiastico concentrava di fatto su di sé funzioni di guida spirituale e di governo senza un’adeguata distinzione. Ciò era stato concesso in un contesto che assolutamente non poteva far prevedere ciò che sarebbe poi avvenuto. Infatti lo stesso don Giussani si è sempre mosso all’interno di ciò che era previsto dal diritto canonico in obbedienza alla Chiesa. Nello specifico si può ricordare come nel caso della Fraternità sacerdotale San Carlo don Giussani, pur essendone l’esplicito ispiratore, non ha mai ricoperto funzioni di guida. Ciò in quanto era “pacifico” che carisma e funzioni di guida non coincidevano in nessun modo. Gli stessi statuti approvati con don Giussani vivente sono testimonianza di tale serena concezione.

Nel contesto della richiesta della Chiesa di ristabilire modalità di conduzione e quindi norme statutarie nella prassi e dottrina ecclesiali, finito il periodo di “assestamento” dopo la morte di don Giussani, don Carrón ha scritto un memorandum che giustificava tale configurazione come corrispondente alla “natura” del carisma, giungendo anche a collegare strutturalmente la guida dei Memores con la Presidenza della Fraternità. Le motivazioni soggettive di questo passo di don Carrón potranno essere oggetto di ulteriori approfondimenti da parte sua o di altri; resta decisivo il giudizio ecclesiale: una simile impostazione è stata ritenuta non conforme alla dottrina cattolica sui carismi.
Il fatto che poi nel 2020, in pieno Covid, don Carrón abbia accettato di essere rieletto Presidente della Fraternità senza che venisse chiarito in nessun modo lo specifico della correzione su questo punto ha contribuito oggettivamente a una situazione non chiara e serena. Infatti, avendo egli stesso legato in un’unica concezione la guida dei Memores e quella della Fraternità, la mancata chiarificazione ha favorito la persistenza di un equivoco ecclesiologico di fondo.
Anche le dimissioni successive, avvenute dopo il decreto generale sui movimenti, non sono state accompagnate da una chiarificazione del nodo dottrinale oggetto della correzione.
Restano inoltre alcune espressioni utilizzate in passato, come il riferimento all’“autorità che sceglie l’autorità” o alla funzione dei visitor come “prosecuzione” del fondatore, che hanno alimentato l’impressione di una continuità strutturale tra fondatore e successore, quasi come se vi fosse una garanzia oggettiva o speciale nella trasmissione del carisma. Un successore sarebbe un nuovo fondatore? Per proseguire nella storia la forma (chi, cosa e come si deve seguire) della guida deve restare sempre identica? A queste domande e a tante altri simili ha già risposto l’autorità della Chiesa.
Su tutto questo il persistere del silenzio non può essere supplito da iniziative altrui: una parola chiara avrebbe aiutato e aiuterebbe l’intero popolo a vivere con maggiore serenità il giudizio ecclesiale.

4. Una lettera inattesa
In tale contesto, ci sorprende la richiesta di dimissioni del Presidente rivolta da Martinelli in una lettera indirizzata anche a tutti gli amici della Fraternità. Le autorità se riterranno di rispondere lo faranno secondo le loro prerogative.
Con la libertà di chi parla esclusivamente per sé stesso, senza pretendere di rappresentare altri né di coinvolgere nessuno, riteniamo doveroso osservare che un simile gesto espone a un rischio oggettivo: che il centro della questione venga ridotto a una contrapposizione tra persone o a una dinamica di schieramenti, mentre il nodo reale resta ecclesiologico.
Quando una parola viene rivolta al popolo, essa chiede un chiarimento altrettanto pubblico da parte di chiunque se ne senta personalmente interpellato. Martinelli secondo il suo modo di vedere ha condiviso il pensiero che Prosperi dovrebbe dimettersi e lasciare il popolo libero di votare. A questo rispondiamo con una domanda che gli rivolgiamo direttamente: se davvero riconosce di non avere piena chiarezza su ciò che è accaduto e sulle sue motivazioni, come si concilia questa dichiarata incertezza con l’assunzione di una posizione pubblica che chiede scelte differenti da quelle indicate dalla Chiesa?

Nella Chiesa cattolica l’obbedienza al giudizio ecclesiale esplicito non è una delle opzioni in campo: è il criterio che custodisce il carisma nella sua verità.
Lo stesso silenzio non è neutro: ha avuto un effetto oggettivo, lasciando spazio a ricostruzioni alternative e favorendo l’idea che si trattasse di una dinamica personale, “politica”, invece che di un nodo ecclesiologico reale.
Anche oggi, dopo tanta confusione, basterebbe una parola semplice e chiara di accoglienza della revisione in corso.
Tra ciò che la Chiesa ha detto con chiarezza e il silenzio di chi potrebbe spiegare meglio quanto è accaduto, introdurre parole o proposte diverse da quelle indicate dall’autorità ecclesiale, come nel caso della richiesta di dimissioni e votazioni, comporta un rischio serio.
Il rischio è quello di andare oltre ciò che la Chiesa ha stabilito, mettendo in secondo piano il suo giudizio e anticipando soluzioni che non affrontano il punto centrale.
In questo momento, il tempo e la pazienza sono già un modo concreto per lasciarsi purificare e per verificare se stiamo davvero mettendo al centro il giudizio della Chiesa, invece delle nostre interpretazioni o preferenze personali.

Per questo ci sorprendono le parole di Martinelli, e più ancora il silenzio di don Carrón sull’essenziale. Restiamo su questo punto in attesa di sviluppi, che speriamo nonostante tutto ancora positivi, nella certezza del percorso che come Fraternità stiamo seguendo di coscientizzazione della correzione della Chiesa.

5. Il nuovo Statuto come traduzione pratica della correzione teologica
In questa prospettiva, il nuovo Statuto della Fraternità non può essere ridotto a un semplice riassetto istituzionale, ma va compreso come traduzione giuridica e pratica della correzione. Chiedere di andare a votare, come criticarne alcune particolari scelte, dimostra di non avere contezza del punto del percorso in cui ci troviamo.

La centralità dell’Assemblea, la distinzione più netta tra governo e custodia del carisma, il superamento di ogni identificazione strutturale tra carisma e funzione di guida (ad esempio con la nomina dei referenti locali) non sono misure neutre: ci sembrano l’espressione concreta del giudizio della Chiesa su un equivoco che andava sanato.

Occorrerà procedere in tutti i passi richiesti dallo Statuto… Sarà da come vivremo tali responsabilità che si vedrà se seguiremo fino in fondo la strada tracciata mettendo in atto le indicazioni della Chiesa.”
Questo passaggio è stato decisivo per noi.
Senza questa assunzione personale, lo Statuto può apparire come una forzatura; assumendolo come obbedienza ecclesiale, diventa invece parte di un processo di maturazione che riguarda la verità stessa del carisma e la sua fecondità nella Chiesa. Lo Statuto infatti custodisce il carisma dentro una forma ecclesiale. La “coscientizzazione” di quanto avvenuto passa anche da qui.

6. Il nostro lavoro come assunzione personale del giudizio ecclesiale
A questo punto il lavoro del nostro gruppetto ha assunto un significato più radicale: non si tratta più solo di comprendere “che cosa è successo”, ma di decidere personalmente quale rapporto avere con il giudizio della Chiesa.
Il “sì” che ci è chiesto viene prima della libertà soggettiva di “seguire chi si riconosce come autorevole”.
Qui emerge una distinzione decisiva:
  • da un lato, la fedeltà al carisma come dono che ha segnato la nostra vita e che, nel rapporto vitale con la Chiesa, ci consente anche di riconoscere figure autorevoli, nella comunione.
  • dall’altro, il rischio di appellarsi alla libertà di seguire chi si preferisce, vivendo il rapporto con la Chiesa come secondario.

Assumere questa distinzione non è indolore. Implica riconoscere che ciò che per anni è stato vissuto come naturale prosecuzione dell’esperienza del fondatore conteneva un implicito non sufficientemente vagliato da parte nostra, di tutti.
La Chiesa ha ribadito per noi ciò che vale per tutti: nessun successore e nessuna funzione possono costituire una “ripetizione” o una “garanzia” del carisma.
Il dono, una volta consegnato alla Chiesa, è per la Chiesa e nella Chiesa, non di qualcuno. E nessuno può essere ridotto a funzione di trasmissione del carisma.
Seguire il carisma oggi significa seguire anche questo giudizio della Chiesa.

7. Il popolo semplice e la responsabilità di non generare ulteriore confusione
Un’ultima integrazione per noi essenziale è stata distinguere tra il popolo del movimento e le responsabilità di chi ha avuto ruoli di guida ed elaborazione teologica.
Il popolo, nella sua semplicità, ha seguito e continua a seguire. Molti hanno vissuto e vivono serenamente il proprio cammino anche senza padroneggiare o interessarsi a tutti i passaggi teologici in gioco: il sensus fidei del popolo ha custodito l’essenziale molto meglio di alcune sofisticate interpretazioni.
Per questo ringraziamo il Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Davide Prosperi, per le sue parole chiare.
Di fronte a una proposta ognuno può scegliere; ma la libertà, per essere vera, non può prescindere dal giudizio della Chiesa. La verità rende liberi.

Grazie a Davide Prosperi per ricordarci che tutti, a partire dal Presidente della Fraternità, siamo chiamati a dire il nostro “sì” a Cristo nella Chiesa, condividendo tutti la stessa responsabilità, dal Presidente all’ultimo nuovo iscritto alla Fraternità. Grazie per avere riproposto alla responsabili dei testi di San Francesco e del Servo di Dio don Giussani che sentiamo di dover riprendere parola per parola.
Avanti. Il popolo è confermato.

Pietro Gargiulo