Giornata della Colletta alimentare. Così si educa!

«In luoghi abbandonati
Noi costruiremo con mattoni nuovi
Vi sono mani e macchine
E argilla per nuovi mattoni
E calce per nuova calcina
Dove i mattoni sono caduti
Costruiremo con pietra nuova
Dove le travi sono marcite
Costruiremo un nuovo legname
Dove parole non sono pronunciate
Costruiremo un nuovo linguaggio
C’è un lavoro comune
Una Chiesa per tutti
E un impiego per ciascuno
Ognuno al suo lavoro»
(T. S. Eliot, Cori da “La Rocca”)
Fonte:
CulturaCattolica.it
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A bocce ferme.
Si è conclusa la Giornata nazionale della Colletta alimentare e saranno altri a commentare i risultati (abbiamo raccolto di più? di meno? come lo scorso anno?) Io racconto la nostra goccia nell’oceano; di più non mi compete.
E’ da due anni che, dentro l’iniziativa “Mese dell’educazione” (una serie di incontri a tema, che si tengono a marzo), cerchiamo di coinvolgere gli studenti degli istituti superiori di Portogruaro nel gesto della Colletta. Il primo appuntamento è a inizio novembre, con un incontro alla presenza di Federico Bassi, responsabile nazionale della Colletta alimentare; ieri, oltre 150 studenti si sono messi in gioco come volontari; a marzo, i ragazzi condivideranno l’esperienza con i coetanei.
Perché? Perché, incontrandoci per preparare le iniziative del “Mese dell’educazione”, due anni fa ci siamo detti che educare è innanzitutto un’esperienza: è l’incontro tra giovani e adulti, e questo incontro risulta tanto più efficace quando si gioca dentro la concretezza di gesti.
Stamattina ho sentito al telefono un po’ di amici adulti, i “capi-equipe” che hanno avuto tra loro gli studenti, e ci vorrebbe un libro per raccontare di ciascun adolescente: cosa l’ha spinto a dire sì, cosa l’ha colpito, cosa ha imparato, cosa porta a casa per la vita… Restringo ancora il campo e mi limito a raccontare del mio pomeriggio al supermercato.

Premessa. Dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, non c’è stato giorno che nelle classi non si sia fatto riferimento a quella data e a ciò che in sintesi racchiude: la lotta tra la cultura della vita e la cultura della morte (lo diceva bene Eliot: «Il mondo rotea e il mondo cambia, / Ma una cosa non cambia. / In tutti i miei anni una cosa non cambia. / Comunque la mascheriate, questa cosa non cambia: / La lotta perpetua del Bene e del Male»)
In classe non è servito chiamare esperti e organizzare conferenze ad hoc, perché ogni pagina di storia, ogni autore della letteratura ci ricorda che la grande questione, per tutti gli uomini di tutti i tempi, è questa. Chi siamo, come usiamo la nostra libertà, da che parte vogliamo stare. E ci insegna a guardare in faccia il male, che non è solo la povertà, il degrado, la disoccupazione, la mancanza di integrazione… non sono solo i venditori di armi… Il male sono quelle robe lì, anche, ma la radice è più profonda e più difficile da sradicare. Si chiama peccato originale, ed è parola così scomoda, oggi, che nella dittatura del pensiero unico politicamente corretto ne parlano poco persino i preti. Ma leggi le pagine dei libri di storia, leggi romanzi e poesie e lo trovi. E’ nascosto in ogni riga, perché è dentro il cuore dell’uomo.

E così quest’anno – ho detto proprio così ai miei ragazzi, parlando del 28 novembre – quest’anno la Colletta alimentare ha un significato ancora più grande del solito. Non è solo un momento in cui ci si impegna a condividere i bisogni di chi fa più fatica; non è solo sperimentare la bellezza del volontariato; non è solo la riconoscenza di chi dona tempo e/o soldi come risposta grata al bene ricevuto. Più degli anni scorsi, la Giornata della Colletta alimentare con il suo esercito di volontari è segno, è cultura, è un fatto che azzera le chiacchiere di chi dai giornali e dai talk show pontifica sulle relazioni possibili o impossibili con gli islamici.
La Colletta non sono discorsi: è un gesto e crea rete. Ce l’ha scritto nel Dna. Mette insieme chi ha un po’ di più e chi è meno fortunato, e dentro questi due grandi gruppi – a volte di qua, altre volte di là – ci siamo tutti: atei e credenti, cristiani, musulmani, donne, uomini, anziani, bambini.
Questo si è visto, ieri, in tutti i supermercati che hanno aderito all’iniziativa. Questo ho visto io, che ero al Carrefour di Portogruaro con gli alpini (età media… lascio a voi), ma anche con tre ragazzine delle medie e una decina di studentesse della mia quarta liceo.
Per la prima volta è venuta con noi anche una mia allieva musulmana, ed è la cosa più bella che sia capitata ieri. La voglio raccontare bene.

Come detto, dal 13 novembre non c’è stato giorno che, anche nella classe in cui c’è lei, il discorso non sia caduto sui tragici fatti di Parigi, sui terroristi che al grido di Allah Akbar hanno distrutto centinaia di famiglie (dei feriti non parla più nessuno, ma non vanno dimenticati: porteranno per sempre nella carne quella violenza assassina, e una domanda nel cuore: perché?). Non c’è giorno che, come insegnante, io non mi ponga domande sugli islamici che vivono qui, che sono nei nostri condomini, nelle nostre strade, nelle nostre scuole. Su una convivenza che è necessaria e può diventare possibile solo se si decide di mettersi insieme per una cultura della vita senza se e senza ma, per la condivisione dei bisogni di chi ci sta accanto. E’ la realtà che parla: non sarà un fantomatico e non meglio specificato “dialogo tra cristianesimo e islam” a vincere la partita, ma solo l’incontro tra un io e un tu che accettano di camminare insieme e, insieme, di impegnarsi per rendere più umana la vita.
Diceva il mio maestro, don Giussani, che l’unico tempo di cui siamo padroni è il tempo libero. E’ vero. Possiamo decidere di impegnarlo per pianificare attentati e indossare giubbotti esplosivi, o – come ha fatto Hadjar – per mettersi la pettorina gialla della Colletta e starci dentro un pomeriggio, imparando che il paradigma della vita buona, e cioè di una vita che valga davvero la pena, è solo quella modalità lì: la condivisione.
Scuola è anche questo, perché educare è anche questo: decidere di mettersi in gioco con gli studenti un pomeriggio al supermercato, perché non servono i bla bla bla sull’integrazione, o discorsi dalla cattedra sulla convivenza tra le culture, o ricerche sociologiche o altre belle teorie, ma adulti e giovani che testimonino al mondo che si può vivere così, ed è il centuplo quaggiù.

P.S. Caro Renzi, condivido. «Un miliardo sulla sicurezza e uno sull’educazione”. Ma la posta in gioco oggi è alta come non mai: Parigi docet. Vediamo di alzare lo sguardo da sotto la cintola (cfr progetti inutili – per non dire dannosi – sul gender-che-non-esiste) e di investire bene quei soldi. Siamo seri, per favore!