Caro Ascione, il Papa al Meeting e il lavoro che continua

Abbiamo imparato da don Giussani a confrontarci con chiunque lo desideri. E l'esperienza dei 47 anni del Meeting per l'amicizia tra i popoli ne è dimostrazione e conferma. Continuiamo il confronto rispondendo all'articolo di Marco Ascione. Sperando in una risposta
Autore:
Pietro Gargiulo
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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Caro Marco Ascione,
ho letto con interesse il Suo articolo sul Corriere della Sera (https://www.corriere.it/politica/26_agosto_20/un-papa-al-meeting-44-anni-dopo-wojtyla-la-nuova-fase-per-cl-80c57d59-b6ea-459e-af60-9249496dbxlk.shtml) del 20 agosto dedicato alla visita di Leone XIV al Meeting e alla possibile «nuova fase per CL».
Le scrivo dalla posizione più semplice possibile. Non ho responsabilità nel movimento e naturalmente non pretendo di parlare a nome della Fraternità. Sono semplicemente uno dei suoi iscritti.
In questi anni, ciò che è accaduto a CL mi ha interrogato molto. Ne ho parlato e continuo a parlarne con gli amici del mio piccolo gruppo di Fraternità. Abbiamo ripreso documenti, interventi, statuti, parole di don Giussani, di Julián Carrón, di Davide Prosperi e della Chiesa. Alcune riflessioni nate da questo lavoro le abbiamo anche condivise pubblicamente su CulturaCattolica.it: dalla Nota di chiarimento sullo specifico della correzione ecclesiale a Il nostro “sì” al carisma nel tempo della correzione, fino a Carisma e autorità: oltre le polemiche sul referendum.
È un lavoro che continua. Abbiamo semplicemente provato a giudicare ciò che stava accadendo, offrendo quanto comprendevamo come contributo e dichiarandoci sempre disponibili al confronto e alla correzione. È con lo stesso atteggiamento che Le scrivo.
Perché, leggendo il Suo articolo, ho riconosciuto una spiegazione della nostra storia recente con la quale ci siamo confrontati molto in questi anni. Una spiegazione che contiene molti fatti e osservazioni interessanti, ma che continua a non convincermi nella chiave complessiva con cui li mette insieme.
Prima di tutto: il Papa viene al Meeting
Vorrei cominciare dalla notizia più grande contenuta nel Suo stesso articolo e che, paradossalmente, mi sembra rischi di essere quasi oscurata dalle considerazioni che immediatamente Lei propone nel seguito dell’articolo.
Leone XIV viene al Meeting. Quarantaquattro anni dopo Giovanni Paolo II.
Lei ricorda opportunamente quel precedente e accenna al contesto della Guerra fredda. È un accostamento che, a mio parere, meriterebbe di essere approfondito.
Rileggendo quel discorso colpisce che Giovanni Paolo II partisse proprio dalle parole che definivano quella giovane esperienza: «incontro», «amicizia», «amicizia tra i popoli». Parole che, osservava, assumevano un significato particolare nelle ore drammatiche attraversate allora dal mondo.
Oggi il mondo è profondamente diverso. Tuttavia guerre, nuovi blocchi, riarmo, paure e contrapposizioni sono tornati drammaticamente familiari.
E proprio la pace è diventata, fin dalle prime parole di Leone XIV dalla Loggia delle Benedizioni, uno dei grandi richiami del suo pontificato: una pace «disarmata e disarmante», affidata alla responsabilità dei cristiani e offerta al mondo.
Azzardo un’ipotesi. Leone XIV viene al Meeting certamente anche per ciò che il Meeting dice di CL; ma, se volesse rivolgersi semplicemente a CL, potrebbe farlo direttamente. Credo venga anche per ciò che il Meeting può rappresentare oggi per il mondo, come il suo stesso accenno alla Guerra fredda adombra, ma poi non sembra sottolineare abbastanza rispetto alle questioni interne a CL.

Qui, infatti, una distinzione mi sembra importante.
Il Meeting è uno dei frutti sociali e culturali generati dal carisma donato a don Giussani.
È un luogo nel quale un’esperienza cristiana si espone nello spazio pubblico e incontra persone provenienti da storie diversissime; nel quale dialogano politica, scienza, arte, economia, religioni, opere, testimonianze, credenti e non credenti.
Forse proprio qui possiamo capire meglio che cosa significhi affermare che la fede genera cultura.
Non significa anzitutto avere una linea politica.
Può significare generare un’opera, un luogo, una possibilità d’incontro.
E allora, in un mondo che torna tragicamente a dividersi in nemici, non mi sembra irrilevante che Pietro scelga di entrare in un luogo che da quasi mezzo secolo si chiama Meeting per l’amicizia fra i popoli.
Pietro riconosce in uno dei frutti sociali nati dal carisma di don Giussani un luogo che può servire oggi quella profezia della pace che sta indicando alla Chiesa e al mondo.
Personalmente, se fosse anche soltanto in parte così, ritengo che sarebbe una notizia molto più significativa della maggiore o minore vicinanza di un Papa a CL.

Una storia che, letta da dentro, mi appare diversa
Ed è qui, caro Ascione, che la sua ricostruzione mi ha fatto venire voglia di scriverle.
Nel suo articolo ho ritrovato una lettura che conosco bene: Giovanni Paolo II vicino a CL; Francesco con il quale «la chimica non è scattata», anche per le diverse impostazioni teologiche; Carrón che interrompe una lunga consuetudine di intervento politico; la «penitenza» imposta alla Fraternità; Prosperi che imprime un nuovo passo; infine Leone XIV e la possibilità di una nuova stagione.
Questa lettura è rimasta sostanzialmente la stessa, anche se in questi anni, ormai non pochi, sono accadute molte cose: sono emersi documenti, sono intervenuti il Dicastero e il Papa, Prosperi è tornato ripetutamente sul significato della correzione, sono stati modificati gli Statuti, è stata ripensata la forma del governo della Fraternità.
Noi, nel nostro piccolo, abbiamo provato a seguire questo lavoro.
E ci siamo trovati continuamente davanti a parole diverse da quelle della politica: carisma, autorità, governo, libertà, responsabilità, comunione, trasmissione del carisma.
Per questo mi domando se non valga la pena verificare nuovamente la fotografia iniziale alla luce di quanto è accaduto dopo.

Lei vede due diverse stagioni politiche. Io vedo prima una domanda su quanto è avvenuto
Lei sottolinea la distanza tra la stagione della «bellezza disarmata» e alcuni interventi pubblici più recenti di Prosperi: il referendum, Charlie Kirk e altri episodi. È un confronto possibile e certamente esistono differenze. E non possiamo neppure non considerare che il Corriere, di cui lei è un’autorevolissima firma, abbia una propria linea editoriale e politica, che legittimamente porta avanti.
Ma mi domando se non si rischi così di riproporre una delle riduzioni che accompagnano da sempre il racconto giornalistico del Meeting e, più generalmente, di CL: leggere una “vita”, l’esperienza di Comunione e Liberazione, esclusivamente attraverso la sua presunta collocazione politica.
Non che la politica sia irrilevante. Al contrario: se la fede riguarda tutta la realtà, riguarda necessariamente anche la politica.
Ma la questione che abbiamo imparato da Giussani viene prima: la fede genera un giudizio sulla realtà oppure no? Non: CL deve stare a destra o a sinistra? Non: deve essere sovranista o antisovranista? E neppure, prima di tutto: deve intervenire di più o di meno nella politica?
La domanda che viene prima è se l’incontro cristiano introduca un modo nuovo di guardare il reale; se la fede possa illuminare la ragione con cui giudichiamo ciò che accade.
Se è così, le conseguenze politiche non sono predeterminate. Potrebbero essere differenti anche tra persone che condividono la stessa esperienza cristiana.
Forse è proprio questo che rende CL interessante quando rimane fedele alla propria origine: non essere facilmente classificabile, perché il giudizio non è riconducibile a posizioni già preconfezionate da nessuno degli schieramenti disponibili.
E forse qui c’è anche qualcosa che riguarda il Meeting. Il fatto politicamente più interessante non è necessariamente quanti ministri vi partecipino. Ci sembra più significativo che migliaia di persone costruiscano gratuitamente ogni anno un luogo nel quale uomini appartenenti a culture, religioni e convinzioni differenti possano incontrarsi. Nel mondo di oggi non mi sembra poco. Ucraini e russi, statunitensi e iraniani…

Lei parla di «penitenza». Abbiamo imparato a chiamarla correzione
Questa differenza mi sembra decisiva. Lei scrive che durante il pontificato di Francesco alla Fraternità sarebbe stata impartita «una vera e propria penitenza». Capisco l’immagine. Nel lavoro fatto con i miei amici abbiamo utilizzato un’altra parola: correzione.
Una «penitenza», nella logica suggerita dall’articolo, può quasi far passare l’idea di una “punizione” di cui non si capirebbero le motivazioni: Francesco interviene, cambia le regole, termina la lunga presidenza Carrón; passa qualche anno, arriva un nuovo Papa e può cominciare una stagione diversa.
Una correzione pone invece una domanda molto più scomoda da un lato: che cosa c’era da correggere?
È precisamente questa la domanda sulla quale abbiamo lavorato. E nei documenti non abbiamo trovato come questione centrale il posizionamento politico di CL, abbiamo trovato soprattutto il modo di concepire il governo e la trasmissione del carisma.
Per questo avevamo già provato a sintetizzare il nostro giudizio con una formula molto semplice: la correzione è per il carisma, non contro il carisma.
Con questa chiave cambia radicalmente la lettura degli ultimi anni: non una CL sottoposta da Francesco a una parentesi penitenziale, in attesa che un nuovo pontificato le restituisse maggiore libertà; al contrario, la Chiesa ha efficacemente richiamato CL a vivere autenticamente il dono ricevuto attraverso Giussani.
È una lettura diversa dalla sua che, ritengo, meriti almeno di essere verificata.

«Carrón, scelto direttamente da Giussani»: proprio qui comincia la domanda
Lei presenta Julián Carrón come «il teologo spagnolo scelto direttamente da Giussani».
È vero. Giussani chiamò Carrón, lo volle accanto a sé e gli affidò una responsabilità enorme. Non ho alcun interesse a diminuire l’importanza di quel fatto e tanto meno a riscrivere retrospettivamente quella storia alla luce di ciò che sarebbe accaduto dopo.
Ma proprio prendendo sul serio quel dato, nel nostro piccolo gruppo ci siamo posti una domanda: che cosa significa essere indicati dal fondatore? Non in un senso generico ma specifico per la vita di un carisma nelle Chiesa?
Essere indicati per assumere una responsabilità è una cosa; ricevere dal fondatore anche una sorta di garanzia personale di essere l’interprete autentico del carisma è un’altra.
Perché proprio qui passano alcune delle questioni sulle quali la Chiesa è intervenuta: governo, autorità, trasmissione del carisma, responsabilità personale e comunione.
Un carisma è un dono dello Spirito alla Chiesa. Non è proprietà del fondatore e quindi non può essere semplicemente trasferito da lui a un successore come garanzia personale della sua autentica interpretazione. Non voglio qui ripercorrere tutto il lavoro che abbiamo già condiviso.
Mi interessa soltanto mostrarle perché la formula «scelto direttamente da Giussani», pur storicamente vera, per me non chiude la domanda. La apre.
E, grazie all’intervento della Chiesa, il nostro popolo ha avuto e avrà tempo e modo per approfondire e prendere sempre maggiore coscienza, per comprendere i nuovi Statuti e poi votare. È un lavoro ancora in corso. Anche per questo le scrivo: perché la franchezza sia utile al discernimento di tutti.

Francesco ha davvero semplicemente «deciso la fine» della stagione Carrón?
Anche qui la sua ricostruzione mi sembra contenere un fatto, la fine di tutte le responsabilità di guida di Carrón, dentro una spiegazione “troppo breve”.
Il decreto generale sui mandati ha certamente avuto un ruolo decisivo. Ma quando abbiamo provato a mettere in fila la cronologia ci siamo resi conto che la questione era cominciata prima.
Prima c’erano state l’interlocuzione del Dicastero coi Memores Domini. Prima c’era il Memorandum del 2018. Prima c’era un confronto con la Santa Sede sul rapporto tra guida spirituale, governo e coscienza. Prima c’era il fatto che il Dicastero non ha confermato don Carrón come Consigliere Ecclesiastico dei Memores. Poi, nel 2020, don Carrón accettò una nuova elezione alla presidenza della Fraternità mentre questo delicatissimo confronto ecclesiale era già aperto. Solo successivamente arrivarono il decreto generale e le dimissioni dalla presidenza della Fraternità.
Non sostengo che questa cronologia dimostri automaticamente la nostra lettura, Le faccio però una domanda molto concreta:
questa cronologia dei fatti non suggerisce almeno di verificare l’interpretazione secondo cui Papa Francesco, limitando i mandati, avrebbe semplicemente «deciso la fine della stagione di Julián Carrón»?
Perché, mettendo insieme tutti i fatti, la questione è evidentemente precedente e soprattutto più profonda.
C’è poi un altro elemento sul quale abbiamo già espresso il nostro pensiero: dopo le dimissioni non abbiamo avuto da Carrón un chiarimento pubblico di qualsiasi tipo sullo specifico della correzione così come progressivamente emerso.
Vi sono state, invece, lettere aperte che hanno sostenuto tesi apertamente in opposizione al cammino di correzione. Lettere che hanno addirittura chiesto le dimissioni del Presidente, “dimenticando” che il ruolo assunto da Prosperi gli è stato affidato esplicitamente dalla Chiesa proprio affinché il lavoro richiesto fosse compiuto. Il Presidente Prosperi ha affermato con chiarezza che “non siamo una confederazione.” Su questo, come su tutto il resto, non possiamo che invitare ciascuno a riprendere i suoi interventi sul tema della correzione.
Ecco allora una domanda che, da lettore, mi piacerebbe fosse posta a don Carrón da un giornalista, qualora fosse disposto a rispondere.
«Don Carrón, che cosa pensa degli interventi attuati dalla Chiesa, in seguito ai quali ha dovuto, per i Memores Domini, e voluto, per la Fraternità, lasciare ogni responsabilità di guida?»

Francesco era davvero un Papa «lontano» da CL?
Lei parla di una «chimica» che tra Francesco e CL non sarebbe mai scattata.
Può darsi che, sul piano delle sensibilità, l’immagine descriva qualcosa di reale e non semplicemente metaforico. Da semplice appartenente alla Fraternità, però, ho finito per pormi una domanda diversa:
ha senso chiedersi come e in che misura un Papa sia vicino o lontano da un carisma?
Dal numero delle visite? Dalla consonanza del linguaggio? Dalla facilità con cui ci riconosciamo nelle sue parole?
Oppure anche dalla libertà con cui Pietro, riconoscendo quel dono, lo corregge quando ritiene necessario farlo?
Francesco ha espresso pubblicamente stima per Giussani e per il carisma. Nello stesso tempo ci ha rivolto parole molto esigenti e durante il suo pontificato è avvenuta la correzione.
Faccio molta fatica a leggere queste due cose in contraddizione. Anzi, ritengo che possano illuminarsi reciprocamente.
Papa Francesco ci ha corretto proprio perché CL è una realtà della Chiesa e il suo carisma valeva la pena di essere custodito.

E Prosperi? Nessuna rivincita
Vorrei essere molto chiaro anche su questo, perché altrimenti la mia lettera potrebbe essere facilmente equivocata.
Non sto contrapponendo Prosperi a Carrón, come invece lei fa rispetto alla questione politica.
Se il risultato di questi anni fosse semplicemente: una linea politica ha sostituita un’altra; una CL «disarmata» lascia il posto a una CL più combattiva, avremmo trasformato una correzione ecclesiale in una lotta di corrente. E probabilmente avremmo imparato molto poco.
La correzione riguarda anche il modo in cui oggi seguiamo Prosperi.
Il Presidente della Fraternità ha una responsabilità reale e sono personalmente grato per il modo in cui sta aiutando a comprendere questo passaggio. Ritengo una responsabilità seguire, immedesimarsi e verificare ciò che il Presidente e la Diaconia centrale propongono come cammino per vivere oggi il carisma nella Chiesa. La nostra, infatti, è una compagnia guidata.
Ma nessuno è proprietario del carisma. Nessuno ne è il garante personale.
Valeva per Carrón, vale per Prosperi e varrà per chi verrà dopo.

Perché le scrivo in sintesi
Caro Ascione, arrivo così alla ragione profonda di questa lettera.
Le scrivo perché nel suo articolo ho ritrovato molte delle interpretazioni con cui ci siamo confrontati già all’inizio di questa vicenda, mentre in questi anni il lavoro è continuato.
Noi, nel nostro piccolo, abbiamo provato a seguirlo. Abbiamo letto i documenti, confrontato gli Statuti, ripreso Giussani. Abbiamo cercato di comprendere la vicenda dei Memores e il Memorandum. Abbiamo ascoltato Carrón e Prosperi. Soprattutto, abbiamo cercato di prendere sul serio ciò che la Chiesa diceva della correzione.
Ne abbiamo ricavato un giudizio. Lo abbiamo condiviso pubblicamente e abbiamo sempre dichiarato di essere disponibili a correggerlo. Lo ripeto oggi: dobbiamo continuare questo lavoro: l’unità tra noi passa anche da qui, oltre che dal seguire ciò che chi guida indica come passi da compiere. Vi è infatti una responsabilità di ripresa ordinaria del carisma che va fatta sempre e una ripresa straordinaria come quella che stiamo vivendo in questi anni.
Ma proprio perché siamo disponibili a verificare il nostro giudizio, mi permetto di chiederle se non valga la pena verificare anche la sua ricostruzione alla luce di tutto ciò che nel frattempo è accaduto.
Per provare a rispondere alla domanda che continua a interessarmi davvero:

«Che cosa ha corretto la Chiesa in Comunione e Liberazione, e perché?»

Mi sembra una domanda giornalisticamente non meno interessante di quella su dove politicamente stia andando CL. Persino di più.
E intanto Pietro entra in uno dei frutti
Ritorno allora alla notizia dalla quale siamo partiti: il Papa al Meeting.
La Chiesa ha corretto CL là dove ha ritenuto necessario correggerla; non per diverse sensibilità di “politica ecclesiastica” sui carismi, ma per custodirne la fecondità.
E ora Pietro fa visita a uno dei suoi frutti, un luogo che si chiama Meeting per l’amicizia fra i popoli proprio mentre richiama instancabilmente la Chiesa e il mondo alla pace.
Trovo questa “coincidenza” molto più interessante della domanda se sia iniziata una nuova fase nei rapporti tra CL e il papato.
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che riconoscono e incoraggiano, Francesco che riconosce e corregge, Leone XIV che riconosce e oggi entra in uno dei frutti sociali generati da quella storia non devono essere letti come capitoli diversi e addirittura contrapposti.

Si tratta di una sola storia ecclesiale.

La storia di un dono che viene riconosciuto, genera frutti, viene corretto perché possa rimanere fedele alla propria natura e continua a essere offerto al mondo.
E se il Meeting, nato da CL e ormai offerto a tutti, potrà servire anche solo un poco quella profezia della pace che Francesco prima e Leone XIV sta ora indicando come compito urgente della Chiesa, sarà un frutto ben più importante di qualsiasi nuova collocazione politica del movimento.
Un piccolissimo esempio personale: da anni l’associazione “Articolo 26” è impegnata, tra l’altro, per la libertà educativa, tanto cara a don Giussani. Questo è il suo primo anno di presenza al Meeting. Un luogo dove ognuno può trovare un posto.
Questa, caro Ascione, è almeno la chiave di lettura alla quale sono arrivato.
La offro a Lei esattamente come l’abbiamo offerta ai nostri amici: come un giudizio da verificare, non come una conclusione.
Se qualche passaggio non reggerà ai fatti o al giudizio della Chiesa, sarò lieto di correggerlo.
Ma proprio per questo mi piacerebbe verificare anche insieme a lei un’altra ipotesi: che la storia di questi anni sia stata molto più interessante di una successione tra Carrón e Prosperi, tra una CL meno politica e una più politica, tra un Papa lontano e uno nuovamente vicino.

Pietro Gargiulo

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