#Avvenire non conosce la «par condicio»

par condicio locuz. lat. (propr. «uguale condizione»), usata in ital. come s. f. – […] Introdotta negli anni Novanta nel linguaggio politico, è passata, nella sua formulazione ridotta, a indicare la condizione di parità tra soggetti del mondo politico nell’accesso ai mezzi di comunicazione di massa per propagandare le proprie idee (e poi usata anche con altri sign. estens. analoghi).
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ho scritto ad Avvenire rispetto alla lettera del sig. Enzo Campi (pubblicata Domenica 13 settembre 2020) che riporto: «A voi la parola: MA IL «GENOCIDIO DEI NASCITURI» AVVENIVA ANCHE CLANDESTINAMENTE
Caro direttore,
mi permetto di entrare anch’io nel dibattito che continua a svilupparsi su "Avvenire" e in particolare sulla pagina 3 di martedì 1 settembre 2020. Ho fatto il ginecologo ospedaliero per quarant’anni, oltre dieci dei quali prima della 194 e posso affermare che quello che don Mangiarotti definisce «genocidio dei nascituri» avveniva anche allora. Ogni notte arrivavano in reparto donne anche molto giovani cui era stato praticato l’aborto clandestino, spesso con lesioni anche gravi (ne ho viste morire) per pratiche brutali. Una qualche regolamentazione era necessaria. La 194 non è certo una «buona legge» ed è ancor peggio applicata e io sono stato uno dei primi obiettori, ma la situazione è migliorata.
Mi stupisce poi che don Mangiarotti parli di «iniquità» dei contraccettivi che sembra confondere con l’aborto stesso. Sono vecchio ma vivo nel mondo e a contatto con un mondo cattolico impegnato, e mi sembra che la contraccezione non sia in genere avvertita come un male, ma come un modo per esercitare una maternità e una paternità responsabili. Infine la citazione di Isaia: ma è questo il Padre che Gesù ci ha fatto conoscere? Sono d’accordo in tutto con la signora Codrignani.
Enzo Campi»

P.S.: qui la citazione contestata del profeta Isaia: «Non si può pregare perché cessi la pandemia se non si ha la ferma volontà di porre fine al genocidio dei nascituri e alla distruzione delle coscienze, della famiglia e della gioventù: “Anche se moltiplicaste le vostre preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue” (Isaia 1).»

Osservo che la lettera è pubblicata senza alcun commento del Direttore, in un giorno diverso da quello del mio articolo – a cui il lettore risponde – e quindi rivolta a un pubblico che non può, presumibilmente, conoscere il contenuto di quanto da me affermato, e non ho, a tutt’oggi, visto la mia risposta pubblicata dal quotidiano Avvenire, che non solo è espressione della CEI, ma si vuole fare paladino di libertà e informazione cattolica. Certo, la mia risposta è molto lunga, ma credo che la difesa della vita valga qualche riga in più rispetto a quanto lo standard delle lettere al Direttore prevede.



Qui il testo della mia risposta


Egregio Direttore,
nei giorni scorsi si sono susseguiti su questo giornale vari interventi sulla questione della legge 194 e dei provvedimenti del ministro Speranza circa la pratica dell’aborto in Italia. Dopo la pubblicazione del mio appello ai cattolici, qualcuno è intervenuto sostenendo che l’espressione ‘genocidio legalizzato dei nascituri’ è esagerata, in quanto tale genocidio era già in atto in precedenza con gli aborti clandestini, che sarebbero stati causa di pericoli gravissimi per le donne. Altri sono intervenuti dicendo che il problema non è la legge, ma l’educazione delle persone alla prevenzione anticoncezionale (idea molto cattolica!) e all’uso razionale della sessualità (idea da discutere).
Mi sembra il caso di rispondere a queste obiezioni e di cercare di inquadrare il fenomeno in tutta la sua innegabile enorme portata. Tre punti si impongono alla nostra attenzione: 1. la coscienza dell’impressionante gravità di ciò che è accaduto e che sta accadendo; 2. il riconoscimento della natura fortemente ideologica del fenomeno; 3. la consapevolezza del valore e del ruolo della legge civile. Faremo riferimento al documento fondamentale del Magistero su questa materia, cioè alla Evangelium vitae di San Giovanni Paolo II, che recentemente Papa Francesco ha raccomandato di riprendere e di studiare attentamente. Per i dati utilizzeremo a quelli ISTAT, accessibili a tutti su internet.
Per oggi mi limiterò al primo punto. Se poi mi sarà dato ancora spazio, cercherò di svolgere anche gli altri due.

La demografia dell’Italia ci aiuta a prendere coscienza della sconvolgente enormità del fenomeno di cui stiamo parlando. Lungo tutti gli anni Sessanta si è avuto un trend di nascite costante, con una media di 953 mila nati all’anno. E’ la fascia di popolazione che oggi ha un’età compresa tra i 50 e 60 anni.
A partire dal 1970 è iniziata una flessione, in corrispondenza degli effetti della ‘rivoluzione sessuale’ (1968), della legalizzazione del divorzio (1 dicembre 1970) e degli anticoncezionali (16 marzo 1971) in Italia: nel 1975 si arriva a 827 mila nascite, cioè 126 mila in meno rispetto agli anni Sessanta.
Il 18 febbraio di quello stesso anno, in seguito ad una ben orchestrata campagna di opinione, la Corte Costituzionale ha dichiarato non punibile l’aborto nei casi in cui “l’ulteriore gestazione implichi danno, o pericolo, grave, medicalmente accertato [...] e non altrimenti evitabile, per la salute della madre”. Le nascite cominciano a precipitare: nel 1976 calano a 781 mila (cioè 46 mila unità in meno in un anno) e nel 1977 raggiungono quota 741 mila (altre 40 mila unità in un anno), cioè 210 mila in meno rispetto agli anni Sessanta.
Si arriva così al 22 maggio 1978, cioè all’approvazione della legge 194, che ha legalizzato l’aborto e lo fa eseguire nelle strutture ospedaliere in modo completamente gratuito e immediato. Le nascite piombano in pochi anni a quota 555 mila (1986), dove si assestano per un lungo periodo, cioè fino al 2011. Siamo a 400 mila nascite in meno all’anno rispetto agli anni Sessanta.

NB: nei primi dieci anni di legge 194 gli aborti sono stati di media 199 mila all’anno; facendo ogni anno la somma tra le nascite e gli aborti, si ha in quel periodo un totale medio di 813 mila unità annue, vale a dire l’equivalente delle nascite del 1975 (827 mila), cioè del tempo immediatamente precedente alla legalizzazione dell’aborto. Ora, se fossero stati legalizzati solo gli aborti clandestini (il che comunque non sarebbe stato lecito, trattandosi della legalizzazione di un omicidio anziché della punizione dei colpevoli), le nascite sarebbero continuate sempre più o meno a quota 827 mila; invece sono crollate di quasi 300 mila unità annue. Quindi è chiaro che la storia dell’aborto clandestino è stata una montatura ideologica di un fenomeno di piccole dimensioni statistiche per far passare la legge abortista e il suo immenso genocidio.

Tornando al percorso demografico, le nascite degli italiani hanno ripreso a diminuire in realtà già negli anni Novanta, ma sono state compensate dall’arrivo degli stranieri.
La conclusione, per ora, di questo percorso è questa: nel 2019 le nascite sono state 420 mila: quelle dei soli italiani 340 mila, cioè un terzo rispetto a quelle degli anni Sessanta.

Ora, per avere una idea di quanti italiani sono stati effettivamente eliminati dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, bisogna calcolare quanti sarebbero gli italiani oggi se le nascite fossero continuate con il trend costante degli anni Sessanta, cioè ad una media di 953 mila all’anno; facendo questo calcolo e considerando quelli che sono effettivamente nati, si vede che mancano 19.507.000 italiani, che oggi avrebbero un’età compresa tra 0 e 50 anni.
E’ necessario fare mente locale e considerare attentamente questa cifra: 19.507.000 italiani giovani in meno, uccisi prima della nascita (aborto chirurgico) o subito dopo il concepimento (aborto farmacologico embrionale e ‘contraccezione di emergenza’) o non concepiti (contraccezione o divorzio o altro).
Se oggi l’Italia è un paese di vecchi, dove le morti ogni anno superano di 300 mila unità le nascite degli italiani, la ragione è questa: mancano 19 milioni di italiani che sarebbero nati negli ultimi 50 anni se le cose fossero continuate come negli anni Sessanta. Questi 19 milioni di bambini, fanciulli, ragazzi, giovani e giovani adulti avrebbero dato all’Italia una fisionomia, una vivacità, una forza impressionanti. Tra di loro vi sarebbero stati sicuramente dei geni, che avrebbero contribuito di molto allo sviluppo della scienza, della tecnologia, della cultura e della religione. Grazie a loro gli italiani avrebbero potuto andare in pensione a 60 anni, invece che trascinarsi con le stampelle sul posto di lavoro sperando di andarsene a 67 anni.
Non occorre essere storici per comprendere che la soppressione di 19 milioni di persone è un fatto senza precedenti nella storia italica: nella Seconda Guerra Mondiale, che centinaia di film ci hanno descritto come un evento spaventoso per il nostro Paese, l’Italia ha avuto 472 mila vittime, cioè un quarantesimo della strage che è avvenuta in questi ultimi 50 anni.

Io chiedo a chiunque che mi dimostri che questi dati sono falsi. Chiedo a chiunque che mi dimostri che questo non è il fatto più grave della storia italiana. Chiedo a chiunque che mi dimostri che questo problema non è il problema che noi tutti dobbiamo affrontare, domandandoci attentamente quali ne siano le cause e i rimedi. Chiedo a chiunque che mi dimostri che non è in corso il suicidio di un popolo. Possono i cristiani disinteressarsi di tutto questo? Possono assistere al lento e inesorabile suicidio del loro popolo?

“Questo orizzonte [...] deve renderci tutti pienamente consapevoli che ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la «cultura della morte» e la «cultura della vita». Ci troviamo non solo «di fronte», ma necessariamente « in mezzo» a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l'ineludibile responsabilià di scegliere incondizionatamente a favore della vita. (Evangelium Vitae, 28)

Bisogna dunque porsi la questione: chi ha causato tutto questo? Se mi sarà dato ancora spazio, la prossima volta cercherò di rispondere a questa domanda, dati alla mano, ideologie e soggetti responsabili. Grazie per l’attenzione.