Né lento né rock, solo furbo

Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Tivù Tivù"

Ce ne siamo stati buoni sino ad ora.
Ma a televisore spento, a conti fatti, a successo avvenuto, ci permettiamo di dire la nostra.
Io adoro il Celentano di "Azzurro" sino a quello di "l'emozione non ha voce" e oltre, il Celentano un po' smargiasso.

Gli ho sempre perdonato le pause, la perdita di memoria, è un artista, quindi gli riconoscevo il cuore da bambino, le intemperanze degli artisti, di chi ha i propri pregi e propri difetti sempre sotto alla lente d'ingrandimento.

Incoerenze, errori, chi non ne ha mai fatti scagli la prima pietra. E' insito nell'uomo sbagliare, tradire (San Pietro insegna) ma c'è un perdono che ci salva, un essere amati per come siamo, non "nonostante" le nostre debolezze, ma "con" le nostre debolezze, vale per tutti, anche per chi non ne è cosciente, vale anche per Celentano.

Detto questo, il Celentano che a Rockpolitick ha cercato di dividere il mondo in buoni e cattivi, lento o rock, mi ha proprio delusa, non è fattibile, l'ho già detto, l'uomo e le sue opere di per sé non sono perfetti, non possono essere divise in "bianco o nero" "lento o rock" "buono o cattivo".

Non è questo il metro, non è questo il metodo.
Se poi lo applico alla politica, questo appare più evidente.

Celentano mi è parso un uomo che in virtù dell'età si ritiene saggio, ma anziché testimoniare la vita, raccontarsi e raccontare quello che la vita gli ha insegnato, ha voluto ergersi a "giudice", ha voluto dividere il mondo e decidere chi va agli inferi e chi in cielo.

Diceva Gibran: "La saggezza cessa di essere saggezza quando diventa troppo orgogliosa per piangere, troppo austera per ridere e troppo piena di sé per vedere altro che se stessa."
Ecco, Celentano c'è cascato e non vedendo altro che se stesso, ha finito per dare dimostrazione di come un grande ascolto non sia la garanzia di un grande prodotto, si guarda anche per soddisfare la curiosità.

Celentano ha la nostalgia per le case di ringhiera della via Gluck, ma i magrebini che ci vivono oggi, forse preferirebbero quei casermoni, brutti, tutti uguali, ma dove l'acqua arriva direttamente in casa, dove il bagno non va condiviso con i vicini.
Il guaio non è aver perso le periferie, ma aver perso la capacità di guardare all'uomo nella sua interezza, aver costruito case che soddisfacessero solo il bisogno abitativo e non il desiderio di incontrarsi in piazza, di vivere in mezzo al bello, di coltivare rapporti umani.

Non si stava meglio, quando si stava peggio, non è la perdita della casa di ringhiera che ci ha fatti diventare peggiori, è la perdita della coscienza di cosa è bene per la nostra vita, credere che ogni desiderio sia un diritto, che ci sia sempre qualcuno che lo deve soddisfare.
Non abbiamo bisogno di tele-predicatori, ma di buoni maestri di vita, di persone capaci di insegnare ad amare la vita, la bellezza, il bene.