La santità di un Pontefice e l’idolatria degli ascolti

E' evidente, se il 49% degli italiani sta incollato alla televisione a vedere Celentano e ascoltare i suoi sermoni, si tratta di persone intelligenti, stanche della televisione spazzatura, capaci di capire anche le lunghe pause del mattatore.
Se invece il 49% degli italiani stanno davanti alla televisione a vedere la mini serie su Giovanni Paolo II, si tratta di "idolatria degli ascolti".
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Due pesi e due misure, come sempre.

La gente è intelligente solo se la pensa come loro e la democrazia è un valore se democraticamente si sceglie ciò che dicono loro sia la cosa giusta.

Scrive Turi Vasile, sul sito di Quaderni Radicali: "Confesso che mi preparavo, avendo visto la prima puntata della fiction dedicata a Giovanni Paolo II, a recensirla dopo la visione della successiva, se non altro sulla base della mia esperienza del linguaggio delle immagini che ha il solo merito d'essere pluriennale, ma non priva d'errori e sbagliate valutazioni e perciò opinabili ma coerente con esigenze puramente teoriche e, perché no, anche artistiche. Avevo notato nella prima puntata un grave difetto di sceneggiatura composta di scene frazionate, senza legami tra loro e del tutto indifferenti all'itinerario interiore, rappresentabile drammaticamente, del giovane Woityla verso il sacerdozio. Si è preferito mettere in evidenza l'aspetto mondano delle sue gite in compagnia di ragazzi e ragazze, quasi a mettere le mani avanti, con provinciale goffaggine, dall'eventuale accusa di voler essere edificanti e non "moderni" nei confronti di un futuro Papa".

Non voglio mettermi a disquisire sul valore artistico dell'opera, a me è piaciuta, si poteva fare meglio in alcune parti, ma questa è una frase facilmente adattabile ad ogni cosa.
Bisogna riconoscere che ci sarebbero volute venti puntate e non sarebbero bastate, per raccontare un pontificato così lungo, la seconda parte dello sceneggiato a me è sembrato andasse via troppo veloce, troppi gli avvenimenti che hanno cambiato la faccia della terra sotto al pontificato di Giovanni Paolo II, per non fermarsi a rifletterci.

Ma quello che Vasile a mio avviso non ha colto, è stata l'importanza basilare della prima puntata. Seppure con "scene frazionate", il racconto che si dipana nella prima parte è fondamentale per la comprensione di tutto il pontificato di Giovanni Paolo II.
Non si capisce il Karol adulto se non si conosce il giovane Karol, l'importanza degli incontri fatti, delle amicizie, l'importanza dell'educazione ricevuta in famiglia, i dolori vissuti a causa del nazismo prima e del comunismo poi.
In quelle amicizie giovanili, quell'affidarsi e fidarsi degli amici e dei "maestri" che ne hanno saputo intravedere i talenti, che hanno saputo educarlo, cioè fare in modo che potesse realizzare il meglio di sé, in quegli episodi c'è il germe di tutto.

Caro Vasile, quelle che lei chiama "l'aspetto mondano delle sue gite in compagnia di ragazzi e ragazze" io lo chiamo condividere la vita. Che cosa doveva fare un giovane prete assegnato ad una parrocchia nei pressi dell'Università, se non stare con i giovani, condividere con loro la vita e richiamarli alla gratuità dell'amore di Cristo? Forse le è sfuggita la "chiacchierata mondana" che il giovane Karol fa a proposito del matrimonio, alla coppia di fidanzati che sostano con lui dopo la pagaiata, una pagina che vale cento volte il miglior "catechismo per fidanzati".
Averne di giovani preti e d'insegnanti così, capaci di parlare della fatica del vivere e della bellezza, capaci di dire ai giovani che l'amore non si regge solo sul "sentimentalismo" quello è effimero, ma l'amore va coltivato, curato anche quando la fatica pare avere il sopravvento.
Dice ancora Vasile nel suo articolo:
"Anche la sua origine di minatore è stata illustrata con due scenette didascaliche che a me hanno ricordato i lavori a regia del ministro Romita: cioè una finta. (…) E mi domandavo: dov'era il produttore che, come ai tempi di Cristaldi, vigilava sul prodotto e tagliava, se necessario…Queste erano le mie riflessioni dopo aver visto la prima puntata. Dopo la seconda non ho più parole; sopraffatto dalla idolatria degli ascolti in auge anche nella Tv pubblica, non mi resta che la tristezza, rabbiosa però, per aver visto scene affastellate e sfuggenti, condite di qualche aneddoto da bollettino parrocchiale e di squarci di repertorio.
Dov'era il dolore, dov'era la sofferenza, dov'era l'irrequietezza che hanno caratterizzato il calvario di Giovanni Paolo II verso la santità? Loro erano impegnati a rendere, e anche male, la decadenza fisica del Pontefice per potersi occupare di altro; erano impegnati nello sforzo produttivo certamente notevole per potersi piegare all'intimità drammatica di un'anima. Ma a che vale disporre di tanti mezzi se poi si perde l'anima?
Taccio. I milioni e milioni di telespettatori soddisfatti mi danno torto.
E le televisioni si sentiranno autorizzate a perseverare. Una volta si diceva che perseverare era diabolico, oggi è umano. Amen."

Mi spiace che lei ritenga il pubblico, "sopraffatto dall'idolatria", spesso il popolo non è bue come il re crede.
Lo dimostrano l'affetto che ancora oggi questo Papa suscita, la gente ha capito che lui parlava agli uomini, ad ognuno di noi, poi il peccato, la debolezza umana, ci porta a vedere il bene e a fare il male, siamo uomini.
Vede, non è avere a disposizione "tanti mezzi", che fa perdere l'anima, è l'uso che si è imparato a fare dei mezzi a disposizione, vale per i produttori come per ognuno di noi.

Lei dice "Dov'era il dolore, dov'era la sofferenza, dov'era l'irrequietezza che hanno caratterizzato il calvario di Giovanni Paolo II verso la santità" Erano nei gesti ogni giorno più difficili, nell'umana amarezza di vedere le forze venire meno e nella grande capacità di servire Dio sino alla fine. Giovanni Paolo II, non ha mai avuto timore di mostrare le sue debolezze, il suo dolore, è stato anche in quella circostanza, testimone di come vivere con fede, ogni circostanza della vita.
La via verso la santità è una via consentita a tutti, ma non è una via facile, questo Papa ci ha insegnato che si percorre amando, ma combattendo il male con fermezza, stando attaccati a Cristo e non alla nostra visione del bene. Quel povero ragazzo comunista, che tanto aveva creduto di poter essere l'artefice di un mondo nuovo fa la fine di tutti quelli che temendo che la fede li renda schiavi e non liberi si lasciano incatenare dall'ideologia.

Caro Vasile, non è per caso, che lei se la prende così tanto con questo sceneggiato, perché il suo cuore non è rimasto indifferente davanti a questo grande uomo? A volte anche un non perfetto sceneggiato può servire a rendere irrequieto il cuore degli uomini.